È successo a Propaganda Live, su La7. DJ Próvaí si è pure spogliato per far vedere il Bella Ciao è scritto sul petto usando un pennarello nero.
«I’m a deejay. I’m what I play», diceva uno bravo. David Bowie, per la precisione, che nel 1979 in D.J., un pezzo di Lodger, l’album conclusivo della celebre trilogia berlinese, aveva riassunto in sette parole l’essenza di un mestiere che era soprattutto un modo di essere.
Federico l’Olandese Volante, uno dei pionieri della radio italiana, avrebbe probabilmente sottoscritto ogni parola. È morto a 76 anni in un ospedale di Monopoli, dopo aver trascorso più di mezzo secolo davanti ad un microfono ed aver insegnato a tutte le generazioni dopo la sua un modo completamente nuovo di fare radio, in un periodo in cui la Rai dettava ancora legge sull’etere e il rock and roll veniva guardato con la stessa diffidenza generalmente riservata alle sostanze stupefacenti.
L’università dei disc-jockey milanesi
All’anagrafe Frederik Matthijs van Stegeren, di lui Mario Luzzatto Fegiz scrisse: «Se John Mayall è stato l’università del blues per i cantanti inglesi, Federico l’Olandese Volante è stato l’università per i disc-jockey milanesi». Il paragone con John Mayall non era da poco, considerando che dalla sua scuola erano usciti: Eric Clapton, che dopo l’esperienza con i Bluesbreakers avrebbe fondato i Cream, Peter Green, futuro fondatore dei Fleetwood Mac, e Mick Taylor, che sarebbe finito nei Rolling Stones. Federico avrebbe fatto lo stesso con i disc-jockey italiani, anche se per capire come fosse nata quella particolare categoria di individui bisogna attraversare l’Atlantico e tornare indietro di qualche decennio.
Le origini del disc-jockey, da New York a Parigi
L’espressione disc-jockey, letteralmente fantino del disco, iniziò a circolare negli Stati Uniti negli anni Trenta, precisamente a New York, quando un certo Martin Block aveva cominciato a trasmettere dischi alla radio durante le pause delle notizie sul processo per il rapimento del figlio di Charles Lindbergh, uno dei casi di cronaca più seguiti d’America. Fu così che nacque Make Believe Ballroom, una sala da ballo immaginaria nella quale Block presentava le grandi orchestre come se stessero suonando dal vivo. Peccato che le grandi orchestre non ci fossero, sostituite da un microfono che trasmetteva la sua voce e da una pila di dischi a 78 giri.
In Europa qualche anno dopo invece la faccenda avrebbe preso una piega decisamente più pericolosa, quando nel 1941, in Francia, durante l’occupazione nazista, furono proibiti i balli in pubblico. Secondo una storia diventata quasi leggendaria, a Parigi, in Rue de la Huchette, nel Quartiere Latino, aprì un piccolo locale chiamato La Discothèque, dove si ballava clandestinamente ascoltando dischi di jazz americano che per la prima volta venivano scelti in sequenza da un dj. Gestire una discoteca a Parigi a quei tempi era considerato un grande gesto di disobbedienza civile e fu proprio all’epoca che nacque la diceria delle discoteche come posti di ritrovo frequentati da fuorilegge e banditi.
Le radio pirata in mezzo al mare
Ma la storia del disc-jockey era appena cominciata, perché negli anni Sessanta oltremanica qualcuno ebbe la brillante idea di spostare le stazioni radio in mezzo al mare, fuori dalle acque territoriali e soprattutto lontano dalla portata delle autorità che pretendevano di stabilire cosa fosse opportuno far ascoltare ai propri cittadini. Nel 1964, mentre i Beatles stavano conquistando il mondo, cominciò a trasmettere Radio Caroline, un’emittente pirata britannica che aveva trovato un modo piuttosto ingegnoso per aggirare il monopolio di Stato, ovverosia sistemare un trasmettitore su una nave e ancorarla abbastanza lontano dalla costa da trasformare una questione di autorizzazioni locali in un complicato problema di diritto internazionale. Per avere un’idea di cosa successe a bordo di quelle navi basta guardare I Love Radio Rock, il film del 2009 di Richard Curtis con Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy e Nick Frost, a capo di un equipaggio di dj scavezzacollo con una passione smodata per il rock and roll, l’alcol, le donne e qualsiasi attività che potesse mettere in imbarazzo l’austero governo di sua maestà.
Da Radio Veronica a Radio Monte Carlo
Federico arrivava esattamente da quel mondo. Nel 1969 a 19 anni aveva cominciato a lavorare per Radio Veronica, un’emittente olandese, cosiddetta off-shore, che già dal 1960 trasmetteva da una nave al largo delle coste dei Paesi Bassi. Anche qui si trattava di aggirare il monopolio nazionale ma la questione era meno cinematografica di quanto si potrebbe pensare perché i dj registravano la maggior parte dei propri programmi a terra e i nastri venivano trasportati fino alla nave con elicotteri o scialuppe solo per la messa in onda. Nel 1972 si trasferì a Radio Monte Carlo, chiamato da Noel Coutisson, il direttore che gli affibbiò il soprannome di Olandese Volante, ispirandosi alla leggenda della nave fantasma condannata a navigare per l’eternità. Radio Monte Carlo rappresentava all’epoca una delle poche alternative alla Rai per gli ascoltatori italiani: trasmetteva dal Principato di Monaco, fuori dai confini nazionali e aveva importato un modo di andare in onda molto più simile a quello delle radio anglosassoni: veloce, rapida, irriverente. E soprattutto trasmetteva la musica che tutti in quel momento volevano ascoltare: i Led Zeppelin, i Deep Purple, gli Who, i Pink Floyd, i Genesis, Jimi Hendrix e tutto il grande rock inglese degli anni Settanta.
La stagione delle radio libere
Per molti ragazzi italiani la radio era l’unico modo di scoprire quei dischi e fu così che i disc-jockey diventarono una specie di guida musicale, persone alle quali affidare il proprio gusto e dalle quali aspettarsi, possibilmente ogni giorno, una nuova folgorazione. La rivoluzione la fecero nel marzo del 1975 quattro ragazzi milanesi, i fratelli Angelo e Rino Borra e Piero e Nino Cozzi, quando da un appartamento di via Locatelli a Milano cominciarono a trasmettere illegalmente, utilizzando un vecchio trasmettitore militare di seconda mano, dando il via alla controversa stagione delle radio libere, o “pirata”, come allora venivano definite, fondando Radio Milano International.
Radio 105 e l’arrivo del clock
Federico l’Olandese Volante, che nel frattempo continuava a trasmettere da Montecarlo, osservava quella rivoluzione da una posizione piuttosto privilegiata, avendo già imparato da tempo come funzionavano le radio anglosassoni. Venne così chiamato a lavorare a Milano nel 1978 da Alberto Hazan, un giovane imprenditore che aveva fondato Radio Studio 105 due anni prima. Nel gennaio del 2025, in un’intervista a FM-World, Federico raccontò che ad un certo punto Hazan aveva chiamato alcuni consulenti americani per organizzare la programmazione di Radio 105. Arrivò così il cosiddetto clock, il sistema attraverso il quale ogni ora di trasmissione veniva suddivisa secondo uno schema prestabilito fatto di playlist, scalette, inserzioni pubblicitarie e compagnia bella. La radio italiana iniziava così la grande trasformazione industriale, si incamminava verso un sistema nel quale la libertà del disc-jockey avrebbe dovuto fare i conti con le esigenze di mercato, gli indici d’ascolto e soprattutto le scelte musicali.
Da RTL 102.5 all’esilio di Hammamet
Federico ricordò che a Radio 105, a un certo punto, la sua scaletta era divisa in due, metà dei brani erano già stabiliti dalla programmazione mentre gli altri poteva sceglierli personalmente, purché approvati. Nel frattempo la rivoluzione aveva imparato a vendere pubblicità e a guadagnare parecchi soldi. Dopo 12 anni a Radio 105 sarebbe approdato ad altre emittenti, fino a RTL 102.5, dove dal 1994 avrebbe accompagnato per molti anni i pomeriggi degli italiani con The Flight. In seguito sarebbero arrivate R101 e Radio Norba, fino al dicembre 2024, quando annunciò di voler appendere le cuffie al chiodo e si trasferì ad Hammamet, in Tunisia, da “capo dei capi”, in esilio come Craxi.
Quando nasci deejay
Ai tempi di RadioAttiva, la trasmissione che condussi per tre anni a Poliradio, la radio web del Politecnico di Milano, situata una palazzina dopo il cortilone dell’ateneo in Piazza Leonardo da Vinci, mi capitò anche di intervistarlo, Federico l’Olandese Volante. Ci ascoltavano in otto ma noi andavamo in onda come se fossimo su Radio Deejay. Non ricordo esattamente come si svolse l’intervista, però non posso dimenticare la sua entrata sul pezzo dei Gorillaz appena lo mettemmo in onda, e soprattutto come lanciò i Depeche Mode quando ci salutammo. Chissà se Federico sulla carta d’identità alla voce professione avesse scritto disc-jockey. Io per esempio non l’ho ancora tolto, nonostante siano parecchi anni che non metto più dischi in discoteca né parlo ad un microfono alla radio. In fondo, come diceva Renzo Arbore, «quando nasci deejay poi sei deejay per tutta la vita». Una specie di condanna, insomma, che ti porta a trascorrere il resto dei tuoi giorni ascoltando musica e pensando continuamente a quale disco metteresti dopo. Ripensandoci, quella volta a Poliradio avevo scelto il disco giusto per salutarlo. Just Can’t Get Enough. Non ne hai mai abbastanza.