Fatherland è il film definitivo sulla crisi del padre, sugli errori, i silenzi e le vigliaccherie di cui i figli sono costretti a pagare il prezzo

L'ultima opera di Pawel Pawlikowski racconta il tormentato rapporto tra Thomas Mann e sua figlia Erika (interpretata dalla grandiosa Sandra Hüller). Ma è soprattutto un atto di accusa ai padri, che con le loro mancanze condannano i figli a rivivere ogni volta le tragedie della storia.

16 Ottobre 2026

Mickey Mouse o Stalin? È la grottesca scelta di campo al centro di Fatherland, con una Germania postnazista strattonata tra l’Occidente libertino, alticcio di CIA e Associated Press, e un blocco sovietico dove sta germogliando quanto il regista ha già raccontato nel precedente Cold War. Perché Paweł Pawlikowski, il cineasta polacco più influente sulla scena internazionale, dovrebbe interessarsi a un polveroso, enfatico tour celebrativo che porta lo scrittore tedesco Thomas Mann e la figlia Erika ad attraversare la Germania nell’immediato dopoguerra? È viaggio di pura rappresentanza, tutt’altro che memorabile, durante il quale l’anziano letterato, ormai assurto allo status di leggenda vivente, viene celebrato e insieme mummificato dal successo dei suoi capolavori. Chiamato a tornare in patria dopo gli anni dell’esilio, Mann deve accettare che le metà del suo Paese spartite tra i vincitori del conflitto lo acclamino entrambe come uno dei padri dell’intelletto tedesco che vale la pena conservare. La risposta, un po’ come accaduto con Jonathan Glazer e The Zone of Interest o Pablo Larraín e Jackie, sta in come storie apparentemente lontane dalla propria nazione finiscano per raccontarne i patimenti più profondi, che gli autori riescono a guardare con più distacco, con meno trasporto emotivo.

Ancora una volta Pawlikowski guarda alle ferite della storia europea attraverso vicende intime e familiari. Ida raccontava la storia di una giovane novizia nella Polonia degli anni Sessanta che, quando sta per prendere i voti, scopre le proprie origini ebraiche e il destino della sua famiglia durante l’occupazione nazista, ritrovandosi divisa tra la fede in cui è cresciuta e un passato di cui ignorava l’esistenza. Cold War era un melodramma appassionato su due amanti separati dalla Cortina di Ferro, che via via s’inoltrava nel blocco sovietico e ne raccontava la progressiva discesa in un regime dittatoriale dalla repressione politica durissima. Fatherland raramente lascia i confini tedeschi e fotografa l’inizio di quel processo, le avvisaglie di come la Germania, appena strappata all’orrore del nazismo, sia stata spezzata e piegata a domini culturali e politici dai contorni spesso dispotici, quando non dittatoriali.

Al centro del film c’è forse l’unica famiglia in grado di cogliere queste avvisaglie, ma anche sintesi perfetta delle macerie di quanto venuto prima: la famiglia Mann. Fatherland infatti corre sul doppio binario del pubblico e del privato, dominato dalle presenze e dalle assenze di una famiglia acutissima dal punto di vista intellettuale, ma schiacciata, compressa e repressa nell’esprimere le proprie emozioni. Non a caso il film si apre con una lunga telefonata tra la figlia di Mann, Erika (interpretata dalla grandiosa Sandra Hüller), e il fratello Klaus (August Diehl), il ribelle di famiglia, che ha lasciato la Germania disgustato dal suo Paese e da suo padre. I due fratelli sono stati plasmati ora dall’assenza paterna ora dalle dimensioni monumentali della sua opera letteraria, che ne hanno schiacciato le ambizioni filiali sul nascere.

Che valore può avere un monumento tra le macerie? È la domanda a cui cerca di sfuggire l’anziano Thomas Mann. La leggiamo di continuo sul volto dell’ex esule, interpretato da Hanns Zischler. La sua famiglia altoborghese è uscita indenne dalla guerra avendo fatto mancare il proprio sostegno al Reich, ma ora questa posizione di elvetica equidistanza non basta più. Gli americani a Ovest e i sovietici a Est, che hanno organizzato ciascuno il proprio pezzetto di tour celebrativo tra serate di gala, eventi pubblici e premiazioni varie, vogliono che Mann prende posizione: Mickey Mouse o Stalin, appunto.

Pawlikowski indulge pochissimo nei propri stilemi (vedi il cameo musicale dell’immancabile Joanna Kulig), ma quando lo fa crea un dialogo tra i suoi film che rende ancora più senza appello la sentenza di Fatherland: la famiglia Mann è l’ultima vestigia di una Germania già perduta, destinata a capitolare insieme all’intero Vecchio Continente di fronte al nuovo ordine mondiale. Il coro di voci bianche che canta l’inno della nuova Germania dell’Est a pranzo è al contempo una scena intrinsecamente pawlikowskiana (amante della musica e del suo utilizzo drammatico per far capire ciò che non viene detto) e fortemente evocativa. Chi ha visto Cold War, così come gli intelligentissimi protagonisti, può già vedere a Weimar i germi di una nuova oppressione politica che comincia a stringere il suo pugno attorno al popolo. Il passaggio di testimone tra nazismo e comunismo è ulteriormente rimarcato dal dissidente che riesce a raggiungere la camera da letto dello scrittore e a dirgli che a Buchenwald i prigionieri dei nazisti sono stati sostituiti da quanti hanno criticato il nuovo regime. Mann però è incapace di reagire e alla sua famiglia, contraddistinta dalla sua stessa acuta intelligenza, non rimane che assistere in silenzio alla discesa in un altro baratro.

Mann non risponde mai, a nessuno: alle pressioni dei blocchi, al dissidente che irrompe nella sua camera dopo che la figlia per la prima volta ne contesta l’autorevolezza, all’assenza del figlio devastato dall’anaffettività paterna. L’autorevolezza familiare e pubblica del vecchio, vecchissimo Mann all’alba di una nuova disfatta per la Germania è misurata, ma incredibilmente dolorosa da osservare in un 2026 che sembra un tour macabro di accadimenti politici e bellici a ogni latitudine del mondo. Un presente figlio di quella mancanza di scelte, di quel vuoto lasciato da voci autorevoli che hanno avuto fretta di chiudere il Novecento, rimanendo mute di fronte al nuovo secolo.

Quelle che i due protagonisti percorrono sono le macerie di un Paese, da Ovest a Est, che imparano a scoprire nelle sue nuove incarnazioni: la Germania postnazista sta già diventando qualcos’altro. Lo vediamo in un ristorante che già “funziona” alla sovietica, negli splendidi hotel dell’Ovest dove si tiene il ricevimento per i 200 anni dalla nascita di Goethe, un impolverato padre della nazione a cui Mann somiglia già terribilmente, pur essendo ancora vivo. La famiglia Mann è la sintesi perfetta della vecchia intellighenzia europea, frammentata e disastrata, che ha dichiarato la fine della Storia senza capire che stava per finire solo la propria, mentre nasceva qualcosa di più sinistro, pronto a piegarla.

Non è un silenzio facile da raccontare, specie considerando come Pawlikowski condensi temi enormi in appena 82 minuti. Sulla soglia dei settant’anni d’età e al suo settimo lungometraggio di finzione, lavora tutto per sottrazione, tanto da far somigliare il suo processo creativo a quello di maestri come Kawabata Yasunari o Michelangelo, tornati negli ultimi decenni delle loro carriere in maniera ossessiva sulle opere precedenti, riviste sempre per sottrazione, appunto. Elegantissimo e minimale, Fatherland sottrae colore (scegliendo ancora una volta il bianco e nero), spazio nel fotogramma (ricorrendo al formato quasi quadrato dell’Academy ratio), tempo, dimostrandosi economo persino nelle parole e nei gesti. Sono le assenze a parlare, a urlare: quella del figlio che ignora la richiesta del padre di tornare al suo fianco, quella di una moglie e madre che vive solo come una voce al telefono e quella dell’onestà tra Erika e il padre Thomas, a cui fa da autista, assistente, dama di compagnia, ma raramente da figlia.

Pawlikowski è uno in grado di far camminare un’attrice per un corridoio fendendo le ombre, muovendosi a lato del fotogramma, creando con un minimo movimento di macchina un passaggio di un’eleganza immane, senza perdersi per strada lo sgomento che si porta dentro. Una con la quieta padronanza di emozioni devastanti come Sandra Hüller sembrava destinata a lavorare con lui. Pawlikowski è capace di imbrigliare il carattere duro e volitivo del suo personaggio e poi di scatenarne l’emotività squadrata, teutonica, ma comunque fortissima in una scena finale imponente, magistrale, perfetta.

Inutile nasconderlo: Pawlikowski come sempre fa del cinema d’autore che richiede attenzione, concentrazione e una certa tolleranza al silenzio, alla contemplazione. Fatherland è una storia di presagi futuri, fantasmi passati e incapacità di salvarsi impressa su pellicola, che richiede pazienza. Si viene ripagati con la storia familiare dei Mann, a malapena sopravvissuti ad Adolf e Thomas, al padre di una nazione e al padre di una famiglia che ne hanno soffocato la progenie. Chi sopravvive è costretto a scoprire, con orrore, che i propri patimenti stanno per ricominciare, in forma solo lievemente differente rispetto a quelli degli ultimi trent’anni, trascorsi tacendo, nell’attesa che il peggio passasse. E che forse è proprio questa la più terribile delle eredità: aver attraversato la Storia senza riuscire a impedirle di ripetersi.

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