Dimartino vuole fare musica che parli di tutto e non abbia paura di niente

La Palermo dell'infanzia, gli artisti che prendono posizione, De André e De Gregori, Sanremo e le "crisi creative": di questo e molto altro abbiamo parlato con Dimartino, in occasione dell'uscita del suo nuovo album, L’improbabile piena dell’Oreto.

22 Giugno 2026

Dice Dimartino che le canzoni hanno una fortuna: quella di poter parlare di tutto, anche dei temi più difficili e cruenti, usando immagini diverse, sul confine sottile della poesia. Il suo ultimo album, L’improbabile piena dell’Oreto, riprende un discorso lasciato in sospeso sette anni fa, prima della collaborazione con Colapesce: è un album, mi spiega, che ha richiesto un certo tempo, che è nato gradualmente, senza fretta e senza alcuna ansia. Il processo di scrittura è un processo intimo, taumaturgico, che mette al centro l’individuo, la sua visione del mondo e le sue esperienze. Dimartino preferisce parlare della realtà, di ciò che conosce; non usa le storie degli altri per le sue canzoni. Quando ha finito L’improbabile piena dell’Oreto, si è sentito appagato, come un artigiano che finisce di intagliare un pezzo di legno nell’esatto modo in cui lo aveva immaginato. Forse ci sono delle imperfezioni, ma sono imperfezioni con cui non è solo semplice convivere, ma che sono addirittura facili da perdonare. Dimartino sa di avere avuto una possibilità più unica che rara: è stato libero di fare quello che voleva come lo voleva. Ed è un buon punto da cui ripartire quando si fa musica.

ⓢ Che cosa ricordi della Palermo della tua infanzia?
Più che a Palermo, io sono cresciuto a Misilmeri, che si trova in provincia. Ci ho passato tutta la mia infanzia e la mia adolescenza; ci sono rimasto fino ai 27 anni, praticamente. La mia è stata un’infanzia felice, per fortuna non ho vissuto drammi. E forse questo mi ha consentito di essere abbastanza libero nelle mie scelte. Vivevo in un contesto sociale particolare: tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, con il Maxiprocesso, la provincia palermitana era molto calda, era in corso una guerra di mafia per riequilibrare la distribuzione del potere. Quasi ogni settimana veniva ammazzata una persona.

ⓢ Questo in che modo si rifletteva su di te?
Da un lato vivevo in un contesto familiare felice, dall’altro, quando ero fuori casa, notavo che nelle vie del paese si respirava di morte. Ricordo che da bambino, quando uscivo il sabato con i miei amici, vedevamo gruppi di persone raccolti intorno a lenzuoli bianchi stesi per terra, dove c’erano macchie enormi di sangue. Questa cosa è stata una sorta di catalizzatore. Chi scrive viene attraversato dalle immagini che ha visto da piccolo, e in qualche modo prova a rielaborarle. Probabilmente in me è accaduto lo stesso. Ho sempre voluto raccontare una realtà cruda.

ⓢ Non mi pare, però, che tu abbia mai affrontato il tema della morte in modo particolarmente vivido o diretto.
In realtà con la mia prima band, i Famelica, avevamo iniziato proprio scrivendo canzoni sulla mafia, e giravamo i centri sociali e la provincia. Poi ho capito che per parlare di politica e legalità non era necessario essere espliciti; si potevano usare anche altre immagini. E quindi, con il tempo, la mia scrittura è cambiata. Al di là di questo, nelle mie altre canzoni non c’è mai stata la voglia di denunciare un sistema. Però penso che la musica abbia anche questa fortuna, no? Quella di poter dire delle cose che hanno una valenza sociale usando elementi diversi, anche poetici.

ⓢ Secondo te chi fa musica, e più in generale chi fa arte, non può non prendere una posizione? In qualche modo, torniamo anche al discorso sulla posizione di De Gregori.
Secondo me non si può non prendere una posizione, soprattutto in questo momento storico. Non puoi non dire che in Palestina c’è un genocidio. Non puoi avere paura di esporti, specialmente se hai un seguito come quello di De Gregori. Una canzone non può cambiare le sorti di una guerra, su questo possiamo essere d’accordo. Però un cantante che espone la sua idea può veicolare dei messaggi di pace. Dire che Israele sta distruggendo le vite di migliaia di persone non mi sembra un giudizio politico, mi sembra prendere atto di quello che, effettivamente, sta succedendo.

ⓢ È peggio la paura che frena o l’ignavia di chi non prende una posizione?
Non voglio pensare che ci sia una paura che frena perché si rischia di non lavorare più. Significherebbe che siamo arrivati a uno stato dell’assurdo, senza libertà. Secondo me è più paura di avere delle noie con i propri fan, di non volersi sentir dire “canta e basta”. È una cosa che succede, no? Appena ti esponi sui social vieni attaccato, un po’ come se il giudizio di un cantante non valesse niente, proprio perché di un cantante. Le cose, in realtà, sono un po’ più complesse. Bisognerebbe dare meno peso ai commenti su Internet delle persone, specialmente quando si tratta di temi del genere.

ⓢ Ritorno a Palermo e alla registrazione dell’album. Avete lavorato anche a Santo Stefano. Che clima si era creato in studio?
Io penso che ogni disco abbia il suo tempo. Non avevo deciso di uscire adesso, e non avevo deciso di registrare l’album quando l’ho registrato. Ho avuto la fortuna di avere con me Roberto Cammarata, che è un mio amico e che mi ha detto: io ho lo studio, quando vuoi ci andiamo. Avevo dei pezzi, questo sì, e avevo voglia di lavorarci. Sono entrato in sala all’inizio di dicembre, e già in quel momento, più o meno, ci siamo resi conto che le canzoni avevano un senso. E allora siamo andati avanti. Ci siamo fermati giusto per una settimana, perché lo studio era già stato prenotato. E ci siamo presi esattamente i tempi di cui questo disco aveva bisogno. Per dirti, le voci le ho registrate con calma. Ci ho ragionato, e ci ho lavorato anche di notte. L’idea di avere tempo per fare un disco ti permette di non pentirti.

ⓢ Questa libertà è un’eccezione nella musica?
I tempi della discografia, di solito, sono due. Sanremo e le canzoni estive. Avere una casa discografica come Dischi Numero Uno mi ha consentito di fare un disco libero. Quando ho consegnato il master, mi hanno detto subito di sì, che andava bene. E c’è un privilegio in questo, l’ho detto anche in altre interviste. Non è una cosa che tutti possono fare. Se oggi dai un disco senza singoli a un’etichetta, difficilmente ti dice di essere interessata. Ovviamente avevo già lavorato con Dischi Numero Uno con Lorenzo (Colapesce, ndr), e quindi hanno voluto continuare una sorta di percorso. E lo hanno voluto fare nonostante l’unicità del disco che gli proponevo. Il disco di una major segue dei passaggi precisi: il singolo, il videoclip del singolo, poi Sanremo se c’è Sanremo e poi l’uscita dell’album.

ⓢ Avete mai pensato di andare Sanremo?
No, mai.

ⓢ Avere questo tipo di libertà ha delle controindicazioni?
Nel mio caso no. Onestamente non pensavo di comprarmi una casa con questo disco. Per me è stato soltanto un atto di libertà. La risposta che abbiamo ricevuto è stata comunque molto buona: il vinile è finito e ora devono ristamparlo, e non è una cosa da poco. Quindi significa che sta funzionando. Non c’è stata nessuna controindicazione per questo disco, nessuna.

ⓢ Nell’intervista che Francesco Raiola ti ha fatto per Fanpage hai detto che tutti i dischi nascono da una crisi. Questo disco da quale crisi è nato?
Sai, dopo anni che fai dischi con un’altra persona, come quelli che abbiamo fatto io e Colapesce, tornare a scrivere da soli è una specie di trauma. Quello che io e Colapesce abbiamo fatto è nato da un incontro emotivo importante, che ci ha fatto condividere ogni cosa. Da solo, ho dovuto riaffrontare tutti i dubbi che avevo lasciato in sospeso sette anni fa, con l’ultimo disco. Ed è una cosa che finisce per metterti in crisi. Ti fai sempre la stessa domanda.

ⓢ Quale?
“Chi sono io adesso? Sono quello che viene riconosciuto dalla cassiera del supermercato? Sono quello di sette anni fa, di Afrodite? Sono lo stesso dei Famelica, quando suonavo nel mio paese?” Sicuramente il successo produce una crisi: una crisi, intendiamoci, risolvibile. Però per un cantautore affrontare sé stesso non è facile. Specialmente se concepisci la scrittura nel modo in cui la concepisco io».

ⓢ E che modo è?
Io voglio scrivere sempre delle cose vere, reali. Non voglio raccontare la vita di qualcun altro: voglio esserci io, dentro le mie canzoni. E questa è una cosa che puoi fare solo se scrivi da solo. E anche qui, se vuoi, sta la crisi.

ⓢ Fabrizio De André o Franco Battiato?
«Fabrizio De André».

ⓢ Perché?
Probabilmente è stato l’artista da cui ho imparato una certa indipendenza nella scrittura. I dischi di De André sono sempre stati dischi totalmente lontani dalle mode, e quindi totalmente dettati dalle sue esigenze artistiche. Anche quelli di Battiato, intendiamoci. Ma in De André rivedo un’indipendenza diversa e un altro tipo di ricercatezza nella struttura delle canzoni. De André è stato il più grande autore che abbiamo avuto in Italia. Uno così non nascerà più. Nemmeno uno come Battiato nascerà. Ma De André è praticamente impossibile da replicare.

ⓢ Riciclo una domanda che ho fatto a Pierpaolo Capovilla e ti chiedo: la noia può essere un motore creativo?
Per me sì. L’idea di non avere davanti niente, uno spazio completamente vuoto, mi fa venire dei dubbi che poi mi spingono a scrivere.

ⓢ Che cosa fa di una canzone una buona canzone?
La melodia. Il testo è importante ed è giusto prenderlo in considerazione. Ma se la melodia è buona, anche un brutto testo può funzionare. Io credo che ci sia una grandissima differenza tra la parola parlata e quella cantata: non posso leggere una canzone come se fosse una poesia, e non posso nemmeno pensare che la canzone assolva tutti i parametri che ha un testo poetico. In una canzone, sei necessariamente legato a criteri musicali, armonici e melodici. E quindi le due forme, canzone e poesia, sono due forme separate. Distinte. Una canzone può restituire una sensazione poetica altissima, ma dipenderà sempre dalla sua struttura musicale. Una poesia, invece, vive soltanto della parola.

ⓢ Alberto Arbasino distingueva tra giovane promessa, solito stronzo e venerato maestro. Tu hai incontrato più soliti stronzi o venerati maestri nella tua carriera?
Aggiungerei anche un’altra categoria: gli usati garantiti. Una decina di anni fa, un direttore di un festival si presentò dicendo così: sono un usato garantito. I venerati maestri sono rari, molto rari. Sono un’eccezione. Credo di averne incontrati pochissimi. Invece, guarda… di soliti stronzi ne ho conosciuti veramente tanti (ride, ndr).

ⓢ Uno dei temi de L’improbabile piena dell’Oreto è la rabbia. E allora ti chiedo: quanto è importante incazzarsi?
Il 90 per cento delle volte, secondo me, è assolutamente inutile. Io mi reputo una persona abbastanza calma. L’idea di lasciarmi possedere dalla rabbia per questioni inutili mi sembra assurda. Per esempio: questa cosa che ti dicevo prima, della firma elettronica, di quanto sia difficile attivarla… Ci sono rimasto male, sì, ma mi è già passata. Mi incazzo di più per la politica… Ecco, la politica è una fonte di rabbia. Ma negli anni, a furia di arrabbiarsi, stiamo rischiando di normalizzare ogni cosa. Ci stiamo abituando. E anche la mia rabbia, se vuoi, si sta abituando. Scrolliamo TikTok: il secondo prima vediamo uno che balla, quello dopo Israele che bombarda il Libano, quello dopo ancora chi ha vinto, che ne so, i Golden Globes. Il nostro cervello si è assuefatto alla rabbia. Nel mio disco, la rabbia arriva alla fine, perché coincide con la piena del fiume. Storia della mia rabbia coincide con la storia della piena: è una possibilità.

ⓢ Come ti sei sentito quando hai ascoltato il disco per la prima volta?
In generale, quando chiudi qualcosa, hai la sensazione di aver svolto il tuo lavoro. Almeno è così che mi sono sentito io, che lascio in sospeso tante cose, tanti incipit. Sotto questo punto di vista ho un atteggiamento da artigiano. Mio padre, sai, è falegname. E quando finiva qualcosa, quando vedeva l’oggetto finito, c’era una certa soddisfazione in lui. Io provo un senso di appagamento. In questo disco, rispetto ad altri dischi che ho fatto da solo, ho avuto meno critiche per me stesso. Mi sono sentito abbastanza a mio agio nel riascolto; ho provato vergogna giusto in un paio di punti (ride, ndr).

ⓢ Ti chiedo un’ultima cosa, ed è la domanda che ti sei fatto tu poco fa: chi sei oggi?
Io spero di non capirlo mai, chi sono. Sarebbe la fine di tutto. Ogni mattina ci svegliamo diversi, e non vuol dire essere lunatici. Questa è la domanda che ci fa andare avanti. Non scoprirlo è quello che alimenta la nostra curiosità. Penso che sia questo il senso della ricerca.

ⓢ Che cosa significa “ricerca”?
Ricercare non vuol dire solo trovare un’idea figa, bella e contemporanea. Vuol dire anche capire in che direzione pensiamo di andare. Io non rinnego assolutamente nulla delle cose che ho fatto, perché le ho fatte seguendo un flusso, senza farmi troppe domande rispetto ai guadagni o a cosa ne pensava la gente. Sto facendo il mio percorso.

ⓢ Quando si trova una risposta a questa domanda?
Personalmente spero di capire chi sono in punto di morte. Non prima.