In Cover-Up c’è la vita di Seymour Hersch, cioè la storia del giornalismo d’inchiesta dalla carta fino a Substack

Diretto dalla regista premio Oscar Laura Poitras e da Mark Obenhaus, il documentario racconta una leggenda del giornalismo americano ma è anche un viaggio nei cambiamenti del mestiere, tra redazioni vecchio stile, litigi con editori e nuove piattaforme.

19 Gennaio 2026

Non c’è nemmeno da provare a negarlo: la sbornia del finale di Stranger Things (la sapevate quella dell’allucinazione collettiva del “Conformity Gate”?) ci ha succhiato via il cervello. E così ci siamo un po’ tutti persi per strada qualche pezzo pregiato di fine 2025, come l’uscita su Netflix di Cover-Up, il nuovo documentario della regista premio Oscar Laura Poitras e di Mark Obenhaus. Presentato in anteprima nel Fuori Concorso del Festival di Venezia 2025, i due documentaristi mettono al centro dell’inquadratura il giornalista d’inchiesta americano Seymour Hersh. Uno di quelli che rompendo i coglioni e disprezzando le conferenze stampa con domande innocue e perfettine (ehm….) ha portato alla luce alcune tra le maggiori porcherie compiute e accadute negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. 

Una carriera sessantennale ripercorsa soffermandosi su alcuni dei suoi più clamorosi scoop. Tra questi la scoperta e il tentativo di insabbiamento del massacro del villaggio di My Lai, nel corso della guerra del Vietnam, dove alcune unità dell’esercito americano hanno rastrellato e ammazzato civili senza distinzione di uomini, donne, anziani o bambini. Inchiesta per cui Hersh vinse un Premio Pulitzer nel 1970, prima di finire con le mani dentro anche allo scandalo del Watergate sotto la presidenza Nixon (che in alcune registrazioni originali riserva ad Hersh parole tutt’altro che d’affetto), ma pure in mezzo alle storie di abusi e torture compiute nella base statunitense di Abu Ghraib ai danni di detenuti iracheni durante gli anni della cosiddetta “guerra al terrore”.

Una didascalia all’inizio del documentario dice che sono vent’anni che Poitras insegue Hersh per cucirgli un film addosso. È allora anche divertente vedere come Hersh, energico e combattivo giovanotto classe 1937, accetti di stare davanti l’obiettivo esitante e un po’ restio, per una volta lui all’interno del cerchio d’indagine della macchina da presa. Cover-Up ce lo mostra ancora al telefono con le sue preziose fonti, con le dita che digitano sulla tastiera del portatile, con le mani nodose da quasi 90enne che scorrono tra gli infiniti blocchetti pieni di note dove Hersh, tutt’altro che domo, raccoglie prove e testimonianze sui crimini di guerra compiuti nella striscia di Gaza. 

Un saggetto sul mestiere del giornalista

Immagini che trasmettono una trascinante voglia di fare e scoperchiare, soprattutto immagini che sono galvanizzanti per chiunque pratichi, abbia tentato o stia ancora faticosamente tentando di praticare questo mestiere a più gradi e più livelli e con un briciolo di imparzialità. Mestiere che significa anche sapere prendere cocenti cantonate (è capitato pure ad Hersh e non lo nasconde), mettersi in dubbio continuamente (ovvero: il senso critico) e far pace con l’idea che il buco nell’acqua è una costante di chi esercita pesca di profondità. 

Poitras – che ricordiamo essere la regista di Citizenfour sul caso Snowden, quindi sul fare inchiesta anche lei ne sa una o due – e Obenhaus lavorano mescolando interviste e materiali di repertorio, con una chiarezza e un rigore che fanno di Cover-Up non solo un interessantissimo spaccato sul torbido e spesso secretato passato degli Stati Uniti, ma anche un vero e proprio saggetto sul ruolo del giornalismo. 

L’intelligenza dei due registi sta infatti pure nella capacità di mostrare il presente di Hersh, suo personale, professionale e sociale, come risultato di un percorso. Quando prende quegli appunti su Gaza, mette in atto un processo che il documentario è efficacissimo a restituire navigando nei punti salienti della vita di Hersh, che ha pestato i piedi, ha fatto sedere scomodi sulla poltrona gli intervistati e ha rovistato nelle scartoffie che le istituzioni vorrebbero tenere nascoste nel più remoto angolo del più remoto archivio. 

Attraverso di lui, figura energica, ambiziosa e in parte egomaniaca come egli stesso riconosce (fare scoop è anche sinonimo di competizione), emerge così la radice più pura e spinosa della stampa. Uno strumento fondamentale eppure intrinsecamente contraddittorio, chiamato a barcamenarsi tra l’indirizzo di indipendenza editoriale e il bisogno di rispondere a un editore, quindi a un’esigenza economica, con i suoi giri di interesse e affari. Una posizione tutt’altro che risolta in cui Hersh ammette di essersi trovato spesso in difficoltà, soprattutto ai tempi in cui lavorò per il New York Times, giornale di prestigio ma negli anni Settanta con una certa tendenza a non infastidire troppo l’establishment di governo nixoniana. E al quale nel documentario si dice che «scocciasse arrivare ultimo, ma faceva ben attenzione a non arrivare mai per primo».

Se anche Hersh va su Substack

Seguire il percorso di Hersh, fatto allora anche e per lo più di lavoro da freelance, conduce ad entusiasmarsi per il valore che il giornalista assegna all’integrità professionale, al raccontare storie, al metodo con cui scovarle – crearsi una rete, costruire un rapporto di fiducia con le fonti, sapere quale indizio seguire – e poi restituirle nella loro massima integrità, e talvolta massima crudezza, al pubblico. E poi al reinventarsi di continuo. Non stupisce che in Cover-Up compaia pure Substack, la piattaforma-blog-social che è recente terreno d’approdo dei giornalisti 3.0 (ovvero post cartaceo, post contratti e post testate web). Hersh non se l’è infatti lasciata scappare: lì sopra ha dal 2023 una aggiornatissima newsletter il cui ultimo articolo pubblicato, dell’8 gennaio, titola “What is Trump’s gambit in Venezuela?”. 

Con tutto il carico di consapevolezza a cui chiama il prendere atto che fare “quel” freelance sia del tutto diverso da fare “questo” freelance. Dove con “questo” indichiamo in questo periodo storico e in questa editoria boccheggiante di un Paese tragicomico come l’Italia (e più in piccolo, in questo settore sempre più di porcellana che è l’editoria culturale). Fa riflettere amaramente una cosa che Hersh dice: «I limiti del giornalismo quotidiano è che non puoi fare molto se devi uscire in stampa il giorno dopo». Che parafrasato al presente suona un po’ come “non puoi cercare lo scoop e svelare la magagna se devi scrivere tre pezzi al giorno nella speranza di pagarti l’affitto e per giunta se non hai nessuna vera tutela sulle spalle”. Con tutto l’impoverimento dell’informazione libera e approfondita che ciò comporta.

Due ore di film che filano via che è un piacere. Per quanto possa essere un piacere perdersi nei meandri oscuri e lerci di quella ricorsività oscura che è l’atteggiamento politico americano, fondato sull’atto della prevaricazione, dell’insabbiamento, finanche dell’aperta e sfacciata negazione dell’evidenza. Dove oggi vige l’imperativo del bastian contrario ma elevato così tanto in potenza fino a farne faccende da capi di stato che non hanno nemmeno più quella ipocrisia istituzionale di spazzare le cose sotto al tappeto. 

E nello sfiancare questa sfiancante realtà resta il ruolo della stampa, ma quella vera, che scava, indaga e sbatte in prima pagina. Anche se oggi le pagine sono virtuali e vivono dell’ulteriore paradosso che nonostante siano eterne, verificabili e comparabili siano però altrettanto facili a perdersi nel rumore di fondo della contemporaneità. Un tempo e uno spazio dove tutti hanno ragione, ma dove nonostante le strilla nelle orecchie e negli occhi qualcuno ha, vivaddio, ragione un po’ di più. Come Seymour Hersh, che ancora vive e scrive in mezzo a noi. Cioè su Substack. 

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