Mentre anche le fashion week più solide ripensano il loro modello, la capitale tedesca prova a trovare il suo spazio nel confuso panorama attuale.
C’è una domanda che attraversa ogni conversazione seria sulla moda: cosa succede quando un settore che vive di eccessi, di assortimenti continui e di scarti di produzione si trova di fronte ai propri limiti materiali? Qualcuno si pone la domanda, qualcun altro cerca di rispondervi: nel 2020, la Copenhagen Fashion Week ha introdotto i Sustainability Requirements, con l’obiettivo di guidare un cambiamento positivo di lungo periodo all’interno dei propri brand di competenza e, più in generale, nell’ampia industria della moda.
Fare i conti con il pianeta, concretamente
Da gennaio 2023, per sfilare a Copenhagen (la prossima edizione si terrà dal 3 al 7 agosto, festeggiando vent’anni) non basta avere un ufficio stampa efficiente: bisogna rispettare i cosiddetti Minimum Standards, requisiti minimi obbligatori per essere ammessi al calendario ufficiale di show e presentazioni, verificati durante il processo di candidatura da un comitato di screening esterno guidato da Rambøll. Accanto a questi, CPHFW ha messo a punto azioni aggiuntive, non vincolanti ai fini dell’ammissione ma pensate per orientare i brand verso pratiche sempre più responsabili.
Detto fatto: a partire dalla stagione autunno/inverno 2023, solo i marchi che soddisfano gli standard minimi vengono presi in considerazione per il calendario ufficiale (il quadro è stato aggiornato nel marzo 2024 sulla base dell’evoluzione del settore e del panorama normativo europeo, i cui nuovi criteri di ammissione obbligatori sono entrati in vigore a partire da gennaio 2025). Il risultato è un sistema che copre l’intera catena del valore: i 19 standard minimi riguardano l’approvvigionamento dei materiali, la misurazione e compensazione delle emissioni, le condizioni di lavoro e l’impatto della produzione degli show, con divieti espliciti su pellicce vere, pelli di animali selvatici, piume, imballaggi di plastica monouso e distruzione dell’invenduto. In riferimento agli aggiornamenti del 2024, la CEO di CPHFW Cecilie Thorsmark ha parlato della scelta di «alzare ulteriormente l’asticella, in linea con gli sviluppi del settore e con il panorama normativo europeo in arrivo», mantenendo però la struttura a due livelli (standard minimi obbligatori e azioni aggiuntive facoltative) che ha caratterizzato il framework fin dall’inizio. I 19 requisiti sono raggruppati in sei distinti ambiti: strategia aziendale, design, scelta intelligente dei materiali, condizioni di lavoro, comunicazione verso i consumatori e produzione degli show. Per darvi una misura di quanto pervasivi siano all’interno di un’organizzazione, sul fronte dei materiali almeno il 60% di ogni collezione deve provenire da materiali certificati, riciclati o deadstock. Una soglia che rende impossibile, per un brand, continuare a lavorare come se niente fosse cambiato.
Lo Zalando Visionary Award: alla scoperta dei designer che verranno
È in questo ecosistema che si inserisce lo Zalando Visionary Award, il premio che Zalando organizza in partnership con la CPHFW e che, giunto alla sua quarta edizione nel 2026, continua a muoversi su tre pilastri: design, innovazione e impatto sociale. Per essere presi in considerazione, i brand candidati devono dimostrare di generare un cambiamento significativo in almeno uno di questi ambiti, rispettando allo stesso tempo i requisiti di sostenibilità della fashion week, la stessa logica di accesso condizionato che regola l’intero calendario danese.
Accompagnato da due talentuosi finalisti (KYLIE HO e Milk of Lime), il 29 gennaio 2026 INSTITUTION, il progetto fondato in Italia da Galib Gassanoff, è stato nominato vincitore dello Zalando Visionary Award. La giuria, composta quest’anno da Christiane Arp (Presidente del Fashion Council Germany), Edward Buchanan (designer e già primo Direttore Design di Bottega Veneta), Jeanie Annan-Lewin (British Vogue), Sara Sozzani Maino (Fondazione Sozzani) e Sara Spännar (VP Brand & Creative di Zalando), ha motivato la scelta sottolineando proprio la chiarezza della visione di Gassanoff e la sua capacità di far dialogare eredità culturali diverse, grazie al suo approccio sociale e artistico, al suo impegno nella comunità e per la conservazione delle abilità artigianali in declino nella moda. Le sue creazioni utilizzano seta, cotone, lana e pelle recuperati da giacenze deadstock di produttori di alta gamma, e tecniche di tessitura a mano ispirate alla comunità azera di Galib in Georgia. È un lavoro artigianale che rischia di scomparire, che INSTITUTION porta avanti coinvolgendo direttamente donne locali nella realizzazione dei capi.

Il vincitore dello Zalando Visionary Award Galib Gassanoff tra le creazioni del suo brand, Institution
Durante la nostra intervista (che potete recuperare qui), Gassanoff ci aveva rivelato il proprio personale criterio di misurazione del successo: «INSTITUTION esiste per poter dare risalto a queste realtà; le quantità di capi di questo tipo che produciamo ad oggi sono ancora troppo poche per poter garantire a queste comunità uno stipendio fisso. L’obiettivo sarebbe implementarle, invece di vendere diecimila t-shirt. A me basta una piccola sartoria, un pubblico che comprerà quello che faccio, e la possibilità di controllare la mia filiera. Quello è, per me, il successo». Non è un caso che il comunicato ufficiale lo definisca prima di tutto un’organizzazione socio-artistica con una base etica solida, più che un semplice brand.
Per il brand, il riconoscimento si traduce in un premio di 50.000 euro, 35.000 euro destinati alla produzione della sfilata e una mentorship firmata da Buchanan; presenterà, inoltre, la propria collezione SS27 in passerella durante la Copenhagen Fashion Week di agosto, con il supporto di Zalando.
Un esperimento imperfetto, ma necessario
Se si guarda all’insieme (un regolamento che condiziona l’accesso al calendario, un premio che seleziona i designer in base alla loro capacità di generare impatto sociale oltre che estetico, una storia come quella di Galib Gassanoff che fa della salvaguardia di un mestiere artigianale il cuore stesso del proprio linguaggio creativo) si capisce perché Copenhagen venga oggi indicata come laboratorio di ciò che le fashion week potrebbero (o dovrebbero) diventare altrove. Va detto, per completezza, che il modello non è privo di critiche, e merita raccontarle nel dettaglio, perché dicono molto su cosa significhi davvero regolamentare un settore come la moda.
Stando a quanto riportato da Forbes, nella prima metà del 2025, il framework della CPHFW è finito sotto la lente del Danish Consumer Ombudsman, l’autorità danese per la tutela dei consumatori, in seguito a un esposto presentato dalla società di consulenza Continual insieme all’associazione dei consumatori Forbrugerrådet Tænk. Al centro della denuncia c’era il modo in cui alcuni dei brand ammessi al suo calendario comunicavano la propria sostenibilità al pubblico: la critica Tanja Gotthardsen, esperta anti-greenwashing danese, ha sottolineato la tendenza non dell’associazione quanto di alcuni brand partecipanti a sovrastimare i propri sforzi di sostenibilità (tra questi, Stine Goya che “sogna un mondo senza fossili” e produce vestiti di plastica; Baum und Pferdgarten che ha disatteso la promessa di liberarsi di plastica vergine entro il 2025). Secondo Gotthardsen, il problema risiedeva nel sistema di verifica: un’autocertificazione che, secondo le sue parole faticava persino a intercettare le criticità più elementari, figuriamoci quelle legate ai diritti umani lungo la filiera. Critiche che hanno portato ad una revisione del framework in vista della stagione primavera/estate 2027, affinando alcuni criteri di valutazione e rafforzando le aspettative sulla qualità delle informazioni fornite dai brand.
C’è poi una seconda problematica, meno discussa ma altrettanto rilevante per capire dove sta andando Copenaghen: la sua capacità di trattenere i talenti che essa stessa contribuisce a creare. Negli ultimi cinque anni la capitale danese ha incubato nomi decisamente influenti nella moda contemporanea (tra cui Ganni, Cecilie Bahnsen, Heliot Emil, Saks Potts, (Di)vision), contribuendo a definire uno stile “scandi” riconoscibile a livello globale, uno stile che ha portato alla nascita di una branca di microinfluencer locali (le stesse che hanno portato le Havaianas in città). Il problema è che quando questi brand iniziano a crescere, il sogno si infrange: Ganni ha debuttato in passerella a Parigi, cercando un’attenzione internazionale più ampia di quella che Copenaghen può offrire; Cecilie Bahnsen, pur continuando a sfilare in Danimarca, sta spostando sempre più stampa e vendite verso la capitale francese: il mercato di riferimento di Heliot Emil, il brand dei fratelli Julius e Victor Juul, resta Parigi. Senza contare quelli che, invece, come molti altri nelle fashion week ad ogni angolo del mondo, hanno dichiarato bancarotta.
Tuttavia, un chiarimento importante è doveroso: Copenhagen non propone un modello perfetto né pretende di risolvere le contraddizioni della moda. Propone qualcosa di più raro: un sistema che accetta di essere discusso, corretto e migliorato nel tempo. In un’industria abituata per decenni ad autoregolarsi senza troppe conseguenze, non è forse questo l’esperimento più interessante?
