Lo sport come responsabilità collettiva: il viaggio di Claudia Giordani

Dalle piste da sci alle istituzioni, una conversazione su legacy, pari opportunità e il sogno olimpico di Milano-Cortina.

12 Gennaio 2026

Ci sono vite che sembrano scorrere sempre sulla stessa traiettoria, anche quando attraversano nomi, ruoli e luoghi diversi. La linea che attraversa la vita di Claudia Giordani – atleta, giornalista, dirigente, oggi delegata per la Città Metropolitana – è quella dello sport come lingua madre: un alfabeto fatto di fatica, disciplina, cadute e ripartenze, ma soprattutto di responsabilità verso gli altri.

Ex sciatrice alpina olimpica, cresciuta in una famiglia dove il movimento non era un hobby ma un modo di stare al mondo, Giordani ha attraversato lo sport in tutte le sue stagioni. Prima sulle piste, poi nelle stanze dove si decide, si programma, si prova a cambiare le cose. All’interno della sua federazione e poi nel Comitato Olimpico Nazionale, è diventata una delle figure che ha contribuito a portare il tema delle pari opportunità, della formazione e del territorio al centro del discorso sportivo italiano. «Quando i miei figli sono diventati grandi – racconta – ho sentito il bisogno di restituire qualcosa di ciò che avevo ricevuto. Lo sport mi ha dato tutto: struttura, opportunità, visione. Restituire era quasi un atto dovuto». Le sue priorità oggi restano chiare: giovani, educazione sportiva, reti territoriali. «Lo sport non è solo competizione, è un linguaggio culturale. È salute, integrazione, crescita, è un ponte tra le persone».

Negli ultimi anni è cambiata soprattutto la percezione di questo valore. Se prima lo sport era vissuto come ambito separato, oggi è sempre più visto come strumento essenziale nelle politiche pubbliche. «Le istituzioni stanno capendo che non è un accessorio, ma una struttura portante. L’alleanza tra sport e istituzioni è ormai indispensabile», sottolinea. Essere donna, in questo percorso, non è stato solo un dato biografico, ma una dimensione politica. «Quando ho iniziato, lo sport femminile era quasi invisibile. Non c’era attenzione, spesso non c’era rispetto. Questo mi ha segnata, ma mi ha anche orientata». Oggi guarda con lucidità a ciò che sta cambiando: Kirsty Coventry la prima presidente donna del Comitato Olimpico Internazionale, la crescita – ancora insufficiente – delle presenze femminili nella governance sportiva, nei ruoli tecnici, nelle giurie. «Serve equilibrio. Non per una bandiera, ma perché l’equità migliora davvero la qualità dello sport».

L’orizzonte, inevitabilmente, è quello delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un evento che Giordani definisce «un regalo straordinario» per il Paese. «Sarà la quarta Olimpiade in Italia, dopo Cortina 1956, Roma 1960 e Torino 2006. Ma questa è diversa: è diffusa, attraversa territori, comunità, paesaggi. Non è solo una città, è un’idea di Paese che lavora insieme». La sfida principale non è organizzativa, ma culturale. «Contano le medaglie, certo. Ma conta di più il lascito. La legacy. Se dopo i Giochi saremo un Paese più consapevole del valore dello sport, allora avremo vinto davvero». Una Olimpiade diffusa implica infrastrutture, trasporti, sinergie complesse, ma anche un’occasione unica di inclusione: «Più territori coinvolti significa più cittadini che potranno sentire i Giochi come qualcosa di loro».

Lo sguardo, però, torna sempre ai giovani. I dati raccontano un ritorno allo sport, spinto sempre più dall’idea di benessere oltre che di performance. «È un segnale importante, ma non sufficiente. Vorremmo che più ragazzi iniziassero, e soprattutto che continuassero per tutta la vita. Anche cambiando ruolo, approccio, intensità». Senza sport di base, ricorda, non esiste élite. «Senza la rete dei volontari, senza le società di quartiere, senza chi dedica tempo gratuitamente, il sistema non regge».

Tra i ricordi che più l’hanno segnata, Giordani torna alla sua giovinezza: «Sono grata alla mia famiglia. Senza quel tipo di educazione non sarei qui. Ma non è stato facile. Lo sport femminile era invisibile, e questo mi ha insegnato che nulla è scontato. Ogni diritto va difeso ogni giorno». Le sfide, oggi, sono forse ancora più sottili. «Nulla di ciò che abbiamo conquistato è definitivo. Le pari opportunità non sono un traguardo, sono un processo continuo». Anche il sistema sportivo italiano, secondo lei, va preservato nella sua unità: «È una rete che ha funzionato, che sta funzionando. Va protetta, rafforzata, resa ancora più capace di futuro».

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