Per i palestinesi in Cisgiordania la tregua non è mai iniziata

L'accordo di pace firmato da Hamas e Israele nello scorso ottobre non ha cambiato la vita in Cisgiordania: le violenze dei coloni e dell'esercito continuano imperterrite.

23 Marzo 2026

È la festa di Eid al-Fitr, che segna la fine del mese di Ramadan, ma la città vecchia di Gerusalemme è chiusa. Blindata, dopo che il 12 marzo un missile iraniano ha colpito a pochi metri dalla Città Santa, punto nevralgico delle religioni, in cui poche decine di metri separano una delle moschee più importanti del mondo musulmano, Al Aqsa e il luogo ebraico più sacro, Kotel, il muro del pianto.

Immediata la reazione del Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, su X: «Proteggere le vite e la sicurezza dei fedeli viene prima di tutto. Ecco perché la preghiera in tutti i luoghi sacri è stata temporaneamente sospesa». E così, proprio durante il Ramadan, e poi per Eid al-Fitr, ai fedeli musulmani non è permesso pregare ad Al Aqsa. Chi ci prova, e sono stati in molti la mattina del 20 marzo, viene accolto dai manganelli, dalle granate stordenti e dai lacrimogeni dell’esercito israeliano. Lo stesso vale per chi cerca a pregare fuori delle mura nel punto più vicino ad Al Aqsa tra quelli non interdetti. È la prima volta in sessant’anni.

La politica di divieto di accesso ad Al Aqsa il giorno di Eid al-Fitr e della città vecchia vuota sono esemplificative: dall’inizio dell’ultima guerra con l’Iran a marzo, la situazione a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati sta precipitando e le libertà dei palestinesi, già minime, sono prossime allo zero, mentre lo sguardo del mondo è puntato altrove. «Sotto la copertura della guerra, la collaborazione tra l’esercito e le milizie dei coloni israeliani sta aggravando la pulizia etnica in Cisgiordania,» denuncia B’Tselem, Ong israeliana che si occupa proprio del monitoraggio delle violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione palestinese dei Territori occupati.

La violenza dei coloni e dell’esercito a cui fa riferimento B’Tselem è la stessa che la notte tra il 14 e il 15 marzo ha ucciso Ali Khaled Sayel Bani ‘Odeh, 38 anni, sua moglie, Wa’d ‘Othman ‘Aqel Bani ‘Odeh, 36 anni, e i loro figli ‘Othman, sei anni, e Muhammad, cinque anni, lasciando orfani e feriti gli altri due figli, Mustafa e Khaled, di 8 e 11 anni. A raccontare la dinamica dell’attacco è stato proprio il figlio più grande: più di 70 i colpi con cui l’esercito ha crivellato l’auto in cui si trovava la famiglia, che stava tornando a casa nella zona di Tammun, a nord della Cisgiordania. I soldati, che si trovavano in una macchina con targa palestinese, hanno bloccato la strada alla famiglia e quindi aperto il fuoco. È l’ennesimo racconto di un’uccisione deliberata, ingiustificata e ingiustificabile, che ricorda quello de La Voce di Hind Rajab. Questa volta però non siamo a Gaza durante una guerra, ma in Cisgiordania e durante l’accordo di pace di Trump. Anche in questo caso, come in quello di Hind Rajab, ai soccorritori è stato impedito di fare il proprio lavoro. Come da prassi in Cisgiordania, inizialmente i militari hanno impedito alle ambulanze di raggiungere la zona e solo dopo diverso di tempo è stato permesso alle squadre mediche di avvicinarsi.

Solo da inizio marzo, dall’inizio dell’ultima guerra nella regione, 13 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, cinque dei quali dai coloni. Mentre sono 125 i palestinesi feriti nello stesso periodo secondo i dati raccolti dall’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari. Amir Moatasem Odeh, 28 anni, è stato ucciso da un colono a Qusra, a sud est di Nablus il 14 marzo. Nello stesso attacco sono state ferite altre due persone. Il due marzo nel villaggio di Qaryout un gruppo di coloni ha sparato contro Mohammed, 52 anni, e Fahim Mu’amer, 48, uccidendoli. Il sette marzo a Wadi Al-Rakhim, in Masafer Yatta, a sud di Hebron, alcuni coloni israeliani provenienti dalla colonia di Susya hanno sparato contro due fratelli, Amir Mohammad Shnaran, 28 anni e Khaled Shnaran, 33. Amir Mohammad è rimasto ucciso, mentre Khaled gravemente ferito.

Nel fine settimana tra il 21 e il 22 marzo un ulteriore aumento della violenza. Dopo la morte di un colono 18enne, Yehuda Sherman, i coloni hanno iniziato ad organizzare una “campagna di vendetta” tramite gruppi Whatsapp. Più di 20 gli attacchi nella notte tra sabato e domenica, quando i coloni hanno dato alle fiamme diverse auto e abitazioni palestinesi, diversi palestinesi sono stati feriti.

«Negli ultimi giorni la violenza dei coloni e delle forze di occupazione è cresciuta esponenzialmente,» testimonia anche Damiano Censi, coordinatore del progetto Mediterranea With Palestine di Mediterranea Saving Humans, attivo proprio in Masafer Yatta. Che continua: «Insieme alla violenza vediamo crescere anche il tentativo di isolare queste comunità e ridurre la presenza internazionale: il blocco e le restrizioni all’ingresso di attivisti di Mediterranea e non solo, mostrano chiaramente la volontà di avere meno testimoni. È una dinamica che rende l’impunità quasi totale». Gli attivisti di Mediterranea, come quelli di molte altre organizzazioni israeliane e internazionali, sono presenti nella zona quotidianamente, proprio per documentare gli abusi e le violazioni dei diritti umani che la popolazione palestinese subisce in continuazione. Per mantenere l’attenzione quanto tutti guardano altrove. Bastano pochi giorni qui per rendersi conto che quello che visto dall’Europa sembra distante, in realtà ci riguarda da vicino: «Fa impressione vedersi puntare un fucile al petto mentre si cerca di essere a fianco dei palestinesi che difendono il diritto universale a poter rimanere sulla propria terra, e sapere che quelle armi arrivano anche da industrie europee, pagate con soldi pubblici» racconta ancora Censi.

Il problema è in effetti soprattutto l’impunità, che rende la costante crescita della violenza possibile. I coloni che vivono appunto nelle colonie (illegali secondo il diritto internazionale) e negli avamposti (illegali anche secondo il diritto israeliano), nonostante siano i principali agenti di un’occupazione illegale che prosegue da più di settant’anni, sembrano intoccabili. Anche quando, come avviene sempre più spesso estraggono un mitra, da civili, e sparano direttamente su un civile palestinese, uccidendolo. Le conseguenze sono prossime allo zero. Ma nemmeno i militari, per la verità, sono quasi mai ritenuti responsabili dell’uccisione di palestinesi: secondo il gruppo per i diritti umani Yesh Din, l’ultima volta che un soldato delle forze israeliane è stato incriminato per l’omicidio di un palestinese era il 2019. Da allora, secondo i dati delle Nazioni Unite, le forze israeliane hanno ucciso più di 1.400 persone, tra cui oltre 320 bambini. I coloni israeliani hanno ucciso nello stesso periodo almeno altri 44 palestinesi. «Dall’inizio dell’anno,» denuncia ancora B’Tselem, «Israele ha ucciso 24 palestinesi in Cisgiordania. Le vite dei palestinesi sotto il dominio israeliano sono considerate del tutto sacrificabili e non esiste alcun meccanismo efficace per assicurare i responsabili alla giustizia».

Ma non si tratta solo di uccidere. L’effetto diretto della cooperazione tra coloni ed esercito nei Territori occupati è un clima di terrore costante, in cui i diritti più basilari sono sistematicamente negati. Un terrore fatto di attacchi violenti, raid, chiusure stradali che impediscono la libertà di movimento, avvelenamento dei pozzi d’acqua, distruzione delle tubature, arresti indiscriminati, detenzioni amministrative, minacce, incendi di case e proprietà palestinesi, tutti eventi che avvengono quotidianamente. Sempre Yesh Din ha segnalato un’impennata degli atti di violenza da parte dei coloni nel contesto della guerra in Iran iniziata il 28 febbraio, con circa 50 episodi registrati solo nei primi quattro giorni del conflitto. Mentre secondo i dati registrati da Mediterranea nel 2025, solo in Masafer Yatta avvengono in media 9 violazioni dei diritti umani al giorno.

Nessuno di questi, dall’uccisione della famiglia Bani Odeh ai continui furti di bestiame o all’interdizione dell’accesso alla terra, è un episodio isolato: si tratta di un sistema fatto di violazioni endemiche, che si regge per massima parte su fondi e investimenti che arrivano dall’Unione Europea (ad oggi il maggior partner economico di Israele) e dagli Stati Uniti. Un semplice dato che rende evidente la responsabilità della comunità internazionale tutta. Per dirla ancora con le parole di B’Tselem, allora, «è dovere della comunità internazionale porre fine all’impunità concessa a Israele e garantire che venga fatta giustizia per l’elaborazione e l’attuazione delle politiche criminali contro il popolo palestinese».

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