Una vescova contro la Chiesa Cattolica

Christina Moreira Vazquez cita alla stessa maniera Blaise Pascal, Kurt Cobain e il Vangelo, si dice femminista «grazie a Dio» e rivendica la sua militanza, nonostante condanne e scomuniche, e il suo ministero di vescova in Galizia. Ci ha raccontato tutto in questa intervista.

20 Settembre 2026

Racconta di Blaise Pascal, Christina Moreira Vazquez, di come abbia «lasciato un segno profondo» nella sua spiritualità. Un matematico e filosofo, un uomo di ragione che, come lei, ha incontrato Dio sotto forma di rivelazione mistica. Allora, Vazquez, aveva 13 anni. Oggi è vescova, la prima in Spagna a essere ordinata pubblicamente, e presbitera di una piccola comunità in Galizia, nel nordovest del Paese: «Non sono la mia comunità, tutti insieme siamo una comunità», mi dice. Celebra messa in una cappella discreta, al quarto piano di un edificio residenziale. Il pane per l’Eucaristia, qui, non è l’ostia, ma una pagnotta sfornata. «Siamo in pochi», continua Vazquez, «le ostie si deteriorerebbero». Vazquez ha un «nome di catacomba», Luz Galilea, perché è alla clandestinità dei primi cristiani che la sua comunità si rifà. «Orizzontale, democratica», ripete. Ma la sua vocazione, come quella di centinaia di presbitere nel mondo, non è ammessa dal diritto canonico.

In Galizia, alle donne è concesso il ruolo di accolite per il servizio della parola quando il prete non può esserci. Una cosa che, nei fatti, esiste già da decenni: «Noi non abbiamo mai avuto bisogno di un’istituzione per servire i preti. Lo facciamo da sempre. Quello che serve è un sacramento. Siamo cattoliche e abbiamo diritto ai sacramenti». I segni di quel rifiuto della Chiesa, radicato nel corpo, Vazquez li ha portati dentro per anni. Ma, come in Pascal, l’amore per Dio ha sempre condiviso lo spazio con il rispetto della ragione. Non ha mai ceduto alla tentazione di sentirsi “pazza”, che la struttura di potere che la circondava sembrava suggerirle. E oggi indossa l’alba, la stola e la casula, le vesti liturgiche sacerdotali. Come si era ripromessa da bambina.

ⓢ Non partiamo dall’inizio, ma da una frase: «Questa porta è chiusa». L’ha pronunciata Papa Francesco nell’estate del 2013, di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro, in merito alla possibilità di sacerdozio femminile. Una frase che non è l’inizio né tantomeno la fine della sua storia. Ma è proprio a quelle parole lapidarie che oggi si avvita il suo cammino di vocazione.
Ho vissuto quelle parole come un tentativo di uccidere la speranza, di sbarrare il cammino alle donne nella Chiesa. L’idea della “porta chiusa” non l’ha inventata Francesco, ma proviene da Giovanni Paolo II. Per me, la “porta chiusa” è un’immagine che non contiene alcuna verità, né cronologica, né fisica, né filosofica, di nessun tipo. È qualcuno che inventa questa metafora semplicemente per impedire a noi donne di fede di avere speranza. Ma per me non esiste nessuna porta, perché nessuno può imprigionare il vento dello Spirito Santo.

ⓢ È stata consacrata vescova nel 2025, dall’Association of Roman Catholic Women Priests (Arcwp), che conta 300 donne nel mondo. È la prima in Spagna di questa comunità.
Ricordo una grande celebrazione gioiosa, condivisa, profondamente cristiana. Con me c’erano i miei amici e le mie amiche, la mia famiglia, la mia comunità. Eravamo a Compostela, nella mia Galizia. A trasmettermi la successione apostolica furono Bridget Mary Meehan, Christine Meyr-Lumetzberger e Gisela Forster, tre vescove del gruppo del Danubio, protagonista storico gesto di disobbedienza oltre vent’anni fa. È stata una festa indimenticabile, in cui le tre fondatrici dell’Arcwp mi hanno trasmesso la grazia divina. Noi vescove ci occupiamo di raccogliere tutte quelle donne e membri della comunità Lgbt+ che la Chiesa ufficiale lascia da parte, lascia indietro. Stiamo già creando, nei luoghi in cui siamo, strutture di comunità non gerarchiche.

ⓢ “Come as you are”, insomma. Se l’ho capita un po’, scommetto che conosce la reference.
Nirvana, certo che la conosco. «Dio non fa preferenze di persone», tu conosci la mia?

ⓢ Touché.
Atti degli Apostoli (10,34-35). A parte gli scherzi, il nostro motto è “Chiunque è benvenuto”. Stessa linea d’onda.

ⓢ Sul racconto della vocazione e del percorso di fede da un punto di vista femminile la società ha ancora uno sguardo fragile. A volte, serve “farsi gli strumenti adatti”, per esempio saper mettere in discussione la propria prospettiva. Confidare che spetti a chi racconta, stavolta, prendere l’inquadratura. Altre volte, il racconto è frutto di una manipolazione volontaria, che ricade sempre negli stessi errori.
Più volte in questi anni ho dovuto allontanare le troupe televisive quando mi sono resa conto che l’unica cosa che vedevano in me era una storia di sensazionalismo. La mia storia è stata romanzata, si è detto che prego nuda davanti al crocifisso. Si è descritto il momento della mia vocazione quasi come un rapimento e la mia fede come un’ossessione. È tutto parte di un modo patriarcale di raccontare ciò che fanno le donne, in questo caso le donne di chiesa come me. Non voglio diventare una caricatura.

ⓢ E dunque qual è la sua, di inquadratura? Come è arrivata lei, nata a Parigi, a indossare l’alba e la stola in un “pueblo” galiziano?
Mi sono avvicinata a Dio improvvisamente quando avevo 13 anni. Prima di allora il mio rapporto con la fede era pressoché nullo. I miei genitori, arrivati in Francia dalla Galizia negli anni Settanta, vedevano nei precetti religiosi uno strumento di controllo ulteriore che si sommava alla già difficile condizione di vivere sotto il governo franchista. Dovettero sposarsi in chiesa a Parigi e mandare un certificato in Spagna perché il parroco dei miei nonni lo richiedeva e minacciava conseguenze contro mio nonno. Loro odiavano i preti e la chiesa, forse è anche per questo che sono completamente fuori dalla mia vita spirituale. E io sono cresciuta come loro all’inizio: feci la prima comunione e iniziai il catechismo perché dovevo. Sono una persona estremamente razionale, per cui allora ero molto scettica e critica nei confronti della fede. Ciò che è successo dopo è slegato dalla mia vita familiare: sono una specie di fiore selvatico in mezzo al deserto.

ⓢ E cosa è successo dopo?
È arrivata la chiamata che, nel mio caso, si è presentata sotto forma di esperienza mistica. In un momento che, diremmo oggi, di illuminazione, capisco che il mondo è completamente sotto la protezione di Dio e che tutto è amore, che Dio è amore e che mi ama e io lo amo. Tutto dura una frazione di secondo. L’incontro con Dio, per me, è stato soprattutto comprensione totale: di una presenza che si è resa evidente nella mia vita e con la quale ho voluto iniziare a connettermi tramite la preghiera e l’andare in chiesa.

ⓢ Nel racconto della sua storia, in cui ci sono sì alcuni momenti di tensione emotiva, si è spesso ecceduto in un voyeurismo invadente. Perché, secondo lei?
Perché non sappiamo pensare a una chiamata come a qualcosa che non sia follia. E, quando accade a una donna, è un altro modo per derubricare quello che le accade a un episodio isterico, irrazionale. Ma non è follia, è trascendenza. Il mio rapporto con Dio va oltre i piani della realtà e delle idee. Siamo sul piano dell’amore. Non si può toccare, nessuno lo vede. Eppure è il fondamento della mia vita. Non riesco a respirare né a pensare se mi manca, perché dà luce alla realtà, dà senso a tutto, ai miei desideri di vivere, ai miei progetti. Ecco, la fede così come la vivo io e come la vivono molte altre persone, viene chiamata mistica, ma in realtà è il contatto con la fonte di quell’amore.

ⓢ Con lei però, realizzerà di lì a breve, Dio ha fatto un “errore di casting”, come lo chiama lei.
A 18 anni capisco che l’ostacolo alla mia chiamata spirituale è il mio corpo. Non è quello giusto mi ripeto, Dio con me si è sbagliato. Per un momento ho pensato di aver capito male, mi sono sentita una pazza imprigionata dentro me stessa. Mi ci sono voluti trent’anni per capire, finalmente, che non ero un errore. Per ricostruire la mia unità. Per capire che è proprio perché sono donna che Dio mi ha chiamata, dissolvendo tramite la fede le mie paure, soprattutto quella di disobbedire. Che un’istituzione come la Chiesa di Roma sostenga questa incongruenza irrisolvibile è eloquente riguardo a una cosa: la sua necessità di mantenere il privilegio degli uomini di celebrare i sacramenti, soprattutto l’Eucaristia. Ma per arrivare a questa consapevolezza ci è voluto del tempo. Realizzare il rifiuto della Chiesa verso il mio corpo non mi ha mai portato a silenziare la mia vocazione. Ho dovuto fare i conti con i limiti che la Chiesa romana radica nel mio corpo.

ⓢ Cosa l’ha aiutata in questo periodo della vita?
Il mio attivismo giovanile, che devo anche a una formazione fatta con preti del nord di Parigi, operai, frutto del Concilio Vaticano II. Una generazione molto intelligente che ci formava nella fede sempre con logica, con l’illuminismo. E anche con impegno sociale: se non ti impegni con gli altri, se non vivi nel mondo lavorando per la giustizia e la pace, dimentica le esperienze mistiche. Questo è stato l’insegnamento. È così che sono diventata una cattolica militante.

ⓢ Militante?
Sì, militante. Ho partecipato a gruppi di Azione Cattolica Operaia nel mio istituto, organizzando manifestazioni. Quando Bobby Sands (attivista e militante delle Provisional Ira morto in carcere dopo 66 giorni di sciopero della fame in Irlanda del Nord, ndr.) fu privato dei suoi diritti in Irlanda, organizzai un sit-in nel cortile della scuola. Eravamo migliaia seduti a chiedere il rispetto dei diritti umani. Mi opposi anche a un professore di educazione fisica che, faceva l’appello nello spogliatoio delle ragazze mentre ci spogliavamo. Io fui la prima a dire: “Esca”. Lui diceva: “No, questo è il mio posto, sono il professore”. Scoppiò un caso enorme, che coinvolse tutto l’istituto con una petizione. Alla fine riuscimmo a farlo uscire. Sono letteralmente diventata femminista senza volerlo. Oggi mi chiedono: sei femminista? Sì, grazie a Dio. Letteralmente grazie a Dio, che mi ha fatto capire che non è d’accordo con il sistema patriarcale maschilista.

ⓢ Ma decide comunque di sposarsi.
Sì, mi sono concessa di vivere una vita normale, con un matrimonio e una figlia. Ho cercato di dimenticare la delusione di quella “porta chiusa”, in quegli anni ho messo alla prova la mia vocazione. Mi ero imposta di dimostrare a me stessa che era reale, che non avevo sbagliato. Che non ero pazza. Era una prova razionale, benché inconscia. Ma dopo qualche anno mi accorgo di aver sposato uno psicopatico, nel senso clinico della parola. Ricordo di aver pensato: “Quelle come me attirano gli psicopatici”. Alla fine sono riuscita ad annullare il matrimonio proprio per questo motivo, dopo una perizia psichiatrica.

ⓢ Gli anni di militanza civile si incrociano, a un certo punto, a un episodio che segna una svolta. Qualcosa di fronte a cui non è disposta a scendere a compromessi.
Nel 2010 un’amica attivista mi manda il Motu Proprio di Benedetto XVI – un documento papale sui Graviora Delicta, i reati più gravi contro la morale e la fede cattolica – in cui si rimarca la scomunica per le donne che prendono gli ordini, così come in chi glieli conferisce. Fu come una seconda illuminazione, accompagnata tanto dalla fede quanto dalla ragione. Ho capito qual era la cosa giusta da fare. Presi il telefono e decisi di ordinarmi, entrando nell’Arcwp. Non ero più disposta a tollerare tutto ciò. Mi misi in cammino, diventai prima diacona nel 2013 nella mia comunità a La Coruña. Arrivò anche una vescova dal Canada, Marie Bouclin. Due anni dopo, fui ordinata sacerdotessa. A quell’epoca mi trovavo in Colombia insieme al mio secondo marito, teologo all’università. Raggiunsi la Florida, dove stava la mia vescova, Bridget Mary Meehan. Fu un momento bellissimo.

ⓢ Quindi celebri messa e conferisci sacramenti in Sudamerica, la culla del cattolicesimo di oggi.
Sì, quando vivevo in Colombia avevamo una comunità domestica. Mio marito e io ci riunivamo ogni domenica con una decina di persone attorno a un tavolo e celebravamo l’Eucaristia. Facevamo missioni nei quartieri poveri di Bogotá, lavorando come sacerdoti con comunità molto svantaggiate. A un certo punto ci hanno chiamati anche nelle montagne, tra contadini isolati minacciati dalla guerriglia.

ⓢ E sei stata accolta?
Quello che ho visto lì mi ha sconvolta. Queste persone sono state evangelizzate, hanno ricevuto il Vangelo, i sacramenti, il matrimonio cristiano, venendo sradicate dalle proprie tradizioni ancestrali per poi essere abbandonate. Le persone in Colombia mi dicevano: “Noi abbiamo chiesto un sacerdote. Tu sai celebrare la messa? Sai battezzare? Sai sposare? Sai predicare?”. Io rispondevo di sì. E loro: “Allora va bene. È questo che vogliamo”. Le comunità chiedono un servizio. Per loro ministero significa servizio. Lo hanno capito subito.

ⓢ Non ha avuto paura della scomunica?
No, nonostante la scomunica automatica a cui siamo soggette sia una forma di giudizio e condanna senza diritto di difesa. Un modo di procedere assolutamente brutale, comune nella Chiesa di Roma. Una volta tornata in Galizia, ho iniziato a celebrare messa nella mia comunità, la Comunidade cristiá do Home Novo. Molte fedeli mi hanno detto che non si sarebbero confessate su certi argomenti se io fossi stata un uomo, soprattutto sulle questioni di violenze sessuali e intrafamiliari. Non ho uno status diverso nella mia comunità rispetto ai laici. Ho solo un compito diverso. Quando si celebra la messa, tutti si siedono attorno all’altare e io mi siedo nel posto in cui si celebra e si predica, perché così hanno voluto. Le nostre strutture non sono gerarchiche. Sono democratiche. Decidiamo tutto in comitati, in modo circolare, con voti e consultazioni. Ogni decisione richiede giorni, settimane o mesi. E non ricevo ordini da altre vescove. Non ho mai promesso obbedienza. Quello è un problema del clericalismo. Chi è in alto può decidere chi sei, cosa puoi fare e cosa non puoi fare, cosa puoi dire e cosa non puoi dire. E chi sta alla sommità spesso obbedisce per ammirazione, per la fascinazione e l’ambizione a essere anch’egli sul piedistallo. È un sistema di codipendenza, questo è il clericalismo: io decido quello che fai. Questa, per me, è dittatura.

ⓢ Nonostante la scomunica, nel 2023 decide di partecipare al Sinodo sulla Sinodalità di Papa Francesco, in piazza, tra i fedeli. Poco dopo, l’arresto in Piazza San Pietro. Cosa è successo?
Avevo in una borsa la mia alba e la mia stola perché nel pomeriggio avevo un’eucaristia. Qualcuno mi disse: “Perché non le indossi?”. Ero alla messa d’apertura del Sinodo sulla Sinodalità con Papa Francesco, e un po’ come esperienza, come gesto, per dire: manifestati qui per ciò che sei. Alla fine della messa, mi sono messa anche l’alba, mi hanno scattato delle foto eccetera, e c’era gente che veniva a chiedermi la benedizione, persone che applaudivano. Finché arrivò un poliziotto e mi portarono in commissariato. Mi incamminarono sulla base di una legge risalente all’epoca di Mussolini (articolo 498 del Codice Penale italiano, norma inserita nel Codice Rocco nel 1930, ndr) secondo cui serve un titolo per poter indossare alba e stola. Io un titolo ce l’ho, naturalmente, ma era rimasto in Spagna: non mi ero portata i documenti a Roma.

ⓢ Ma non ha pensato potesse essere una provocazione? In fondo, era nel cuore del potere ecclesiastico.
Ciò che per me è importante sottolineare è questo: quello che rende santo un uomo, cioè essere sacerdote, fa di lui un essere vicino a Dio, intoccabile. Se fossi stata un uomo, non mi avrebbero trascinata via. La mia colpa, in quel caso, era essere donna. Ho fatto solo ciò che faccio sempre durante la messa: metto la stola. Non è una provocazione. Dico semplicemente: ecco Christina, serva del popolo e ubbidiente a Cristo. E lo faccio per amore, altrimenti perché continuerei a essere cattolica?

ⓢ In molti hanno definito il pontificato di Francesco come disseminato di riforme incompiute. Ne è convinta anche lei?
Io penso che Francesco sia stata un’enorme operazione di washing della Chiesa di Roma. Tanti atti simbolici, tante immagini: l’immagine di Francesco ha ripulito l’immagine della Chiesa. Un’enorme operazione di comunicazione. Ora, Leone XIV, ha trovato tutto come prima e sta continuando sulla stessa strada. Mi dispiace. So che molte persone vogliono bene a Francesco, e si può amarlo, nessun problema. Possiamo amarlo infinitamente, ma senza perdere il senso critico. Gli strumenti di lavoro di una persona di fede non sono le nuvole, né l’etere o le cose impalpabili. I miei strumenti di lavoro sono il Vangelo, il diritto, i diritti umani, la ragione e la coscienza.

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