Per Bruce Sterling, quello che succede alla musica succederà all’intelligenza artificiale

Dal 14 al 15 marzo si tenuto al Macro di Roma il convegno The Dream Syndicate. Tra gli ospiti c'era anche la leggenda della letteratura cyberpunk Bruce Sterling, che ha parlato di musica, AI, arte degli umani e arte delle macchine. Riportiamo qui il suo intervento integrale.

19 Marzo 2026

Dal 14 al 15 marzo si tenuto al Macro di Roma un convegno tosto, alla vecchia maniera, intitolato non a caso The Dream Syndicate e curato da Carlo Antonelli e da Valerio Mannucci. Si è discusso in modo fitto e accorato intorno alle sorti del lavoro culturale (e musicale in particolare) e tutta la biopolitica che si porta dietro. Sono intervenuti – tra gli altri – pesi massimi teorici quali David Toop, McKenziet Wark, Andrea Lissoni, Daniele Gasparinetti, Valerio Mattioli, Industria Indipendente, Simon Reynolds. In conclusione –perché di AI si doveva necessariamente parlare, specie con il demonio di Peter Thiel in città – è intervenuta la superstar cyberpunk Bruce Sterling.

L’intelligenza artificiale mi ha sempre interessato, perché ha due anni meno di me. L’IA ha avuto una vita lunga. Per la maggior parte del tempo dorme. Si chiamano “inverni dell’IA”: va in letargo e non succede granché. Dieci anni fa è cominciata un’estate dell’IA. I modelli a reti neurali hanno iniziato a fare cose che i computer normali non potevano fare in nessun modo. Queste nuove IA a modelli battevano uomini e macchine ai giochi, studiavano fotografie, creavano fotografie, modellavano linguaggi, modellavano video, video con colonne sonore. Ogni anno meglio, un progresso molto chiaro. Un anno fa è comparso il “vibe coding”: i modelli di IA modellavano il software stesso.

I modelli di IA stanno modellando i computer, ma i computer non riescono a computare l’IA. Il nuovo sta travolgendo il vecchio. Passo un sacco di tempo a seguire immagini come queste, ormai. È piuttosto sconcertante. Siamo nella piena estate dell’IA. È un’ondata di calore globale. L’IA non si è mai mossa così in fretta e non è mai stata così potente. Sembra davvero fantascienza che prende vita. Sembra perfino metafisica trasformata in prodotti e servizi. È difficile trovare le parole per descrivere quello che sta succedendo. Neanche i chatbot riescono a trovare le parole. Quindi oggi la paragono alla musica. L’IA moderna, questa versione ondata-di-calore del 2026, ha molto in comune con una scena musicale popolare davvero intensa. È difficile descrivere a parole l’IA, ed è difficile descrivere a parole la musica. Quando ascolti musica non ne parli, intuisci quello che sta facendo perché è la musica. Non sei spaesato, non sei in una Singolarità: sei dentro la musica.

La gente ha sempre la musica. Però ci sono certi periodi in cui si lascia davvero trasportare. Come la nascita del balletto e dell’opera. O il jazz dell’Età del Jazz, e il rock and roll degli anni Sessanta. Sono mode musicali in cui la musica sembra ristrutturare la società. La gente abbraccia la nuova musica non perché la capisce, ma proprio perché NON la capisce. Non ha mai sentito musica con tanta novità e tanta intensità. È musica con uno strano potenziale. Spesso sembra minacciosa e aliena, come un’improvvisa colonna sonora di distruzione per tradizioni e valori più vecchi. E naturalmente questo lato inquietante la rende ancora più eccitante. Man mano che procedo vi mostro alcune immagini legate alla musica. Non sono illustrazioni del mio intervento, mostrano il retroterra tecnico della musica. La musica ha avuto rivoluzioni culturali, ma anche intense rivoluzioni tecniche. Spesso i musicisti sono inorriditi da queste transizioni tecniche nel loro modo di vivere. Protestano, vanno in tribunale, fanno lobby per ottenere leggi, e soffrono comunque. Quasi sempre le macchine la spuntano sui musicisti. I musicisti sono la classe pioniera nella sofferenza tecnica. Quello che succede ai musicisti finirà per succedere a tutti.

Quando la musica registrata è comparsa nel mondo, era registrata con delle macchine. La musica dell’epoca poteva essere scritta su spartiti, o punzonata su rulli di carta per pianoforti meccanici. Ma era la prima volta che l’esecuzione di un musicista poteva diventare un artefatto tecnico, una merce, e venire venduta su cilindri di cera. Questo fu l’inizio dell’industria discografica. L’invenzione della musica registrata non era un’industria, all’epoca: era un’invenzione culturalmente scioccante, per certi versi simile all’IA. Quando la musica fu registrata, interazioni che erano sempre state intensamente umane vennero disumanizzate.

Comparvero parole artificiali, voci artificiali, discorsi artificiali. Non ce n’erano mai stati. I primi usi commerciali delle registrazioni furono tentativi di far parlare le bambole. Bambini artificiali che parlavano. E i morti potevano parlare: potevi vederli sepolti e continuare a sentire le loro voci. Era come lo shock di parlare con un chatbot IA — sente e parla, scrive. È un’intelligenza artificiale nello stesso modo in cui un disco di cera è una voce artificiale. I musicisti sentivano che qualcosa di importante gli era stato rubato. Ed era vero. Una band era un gruppo di persone. Un pubblico era un raduno di persone. E quelle persone si riunivano con uno scopo: vedere la band unirsi ed eseguire la musica. Lo sforzo della band muoveva il pubblico, che rispondeva ballando e applaudendo. La musica era un atto umano di unità. Veniva da strumenti musicali e spartiti, ma anche dal respiro e dai corpi, dalle membra in movimento, dai costumi e dai rituali in luoghi specifici — le sale da concerto, le marce per strada. Tutta quella nobile impresa umana era degradata e minacciata, ridotta meccanicamente a qualche solco in un pezzo di cera a buon mercato.

È onesto dire che certi aspetti della musica furono gravemente danneggiati dalla musica registrata. La musica sacra per le funzioni, la musica militare per il reclutamento e le marce. Quando arrivò la radio, le forme locali di musica popolare si ritrovarono in pericolo grave. I dialetti locali sparirono. La gente non si riuniva più a cantare sulla veranda o in salotto: si riuniva attorno alla scatola elettronica della radio. La musica non morì in questi traumi tecnologici. Se ascoltavi i suoni registrati o trasmessi, c’era enormemente più musica di prima. Ma c’era una perdita reale di umanità, e un’artificialità reale in questa musica tecnologizzata. Quando sentivi una donna nera cantare jazz su un disco, e milioni di persone lo facevano, eri segregato da lei. La musica era estesa, ma era anche mutilata.

Tutto questo è successo molto prima che nascessimo, quindi è facile scrollare le spalle e sentirsi abituati. Chi è nato nel fuoco è a casa nel fuoco, e noi viviamo nel fuoco. Nella condizione moderna dell’IA quel fuoco brucia adesso. La gente è in ansia per il lavoro che può perdere a causa dell’IA. E lo perderanno, lo perdono, ma sono in ansia anche per la *identità* che possono perdere a causa dell’IA. Una classe molto a rischio è quella dei programmatori professionisti, devoti alle loro competenze artigianali. Adesso possono fare “vibe coding” — e “vibe” è un termine che viene dalla musica, ovviamente. Non devono neanche toccare la tastiera: parlano in un microfono, dicono all’IA cosa fare, e quella scrive subito pagine e pagine di codice software. Il codice che loro stessi scrivevano. Seduti a una scrivania, con le mani. I programmatori oggi parlano di “orchestrare agenti” — una volta erano violinisti solisti, adesso dirigono un’orchestra di IA. Sono stati sconvolti come i musicisti. I programmatori hanno i “Deep Blues”, le grandi malinconie. È come il blues della musica blues: una sensazione personale di perdita tragica. Tutto questo sforzo e questa abilità che avevo, superati dalla tecnica.
Le grandi malinconie le prendo sul serio. Ne sento parlare molto. Ci sono un sacco di soldi nell’IA, ma i soldi non sembrano aiutare. È successo prima ai musicisti, e credo che i musicisti possano capire questa forma di dolore creativo.

Sir Paul McCartney è un musicista famoso della nostra epoca. Ha un patrimonio personale ben sopra il miliardo di dollari. È un musicista miliardario con un titolo nobiliare. Non credo che McCartney pianga ogni giorno, ma era in una band. Uno dei suoi compagni è stato ammazzato a colpi di pistola, un altro è stato accoltellato e poi è morto. Non può più scrivere e suonare una canzone dei Beatles. Non gli è più concesso, non può riaverlo. Soldi extra dai venture capitalist non lo ricomprano. Non c’è più niente da ricomprare.

Perché c’è stata un’Età del Jazz? Perché il jazz ha creato un’epoca? Perché c’è stato questo periodo tra la Grande Guerra e la Grande Depressione in cui una nuova forma di musica era importantissima e la gente in tutto il mondo se ne curava? Si possono fare delle teorie. Si può dire che c’erano ragioni sociali: era divertente e nuovo e sexy, le donne volevano mettersi gonne corte e ballare il Charleston. O che era una questione di infrastrutture — la musica di New Orleans poteva essere registrata, esportata, trasmessa alla radio. C’era un nuovo mezzo di massa, quindi era più facile diffondere una moda virale in tutto il mondo. Ecco perché c’era il jazz. Oppure si poteva dire che il jazz era politico — c’era una classe oppressa di persone nere sotto un regime di apartheid, e i musicisti e compositori jazz facevano sentire la loro voce.

O si poteva dire che la Grande Guerra era appena finita, seguita da una pandemia di influenza che aveva ucciso ancora più gente della peggior guerra della storia. Che il jazz era un modo per i musicisti di salvare l’umanità cambiando discorso. Il jazz era strano ed estremo perché negava e rimuoveva il trauma reale di una generazione perduta. Mi sembra abbastanza chiaro che la generazione dell’IA — va avanti da dieci anni, è una generazione — abbia molto di tutto questo. È un’attività di spostamento per un’epoca perduta e travagliata.

Sono un romanziere, quindi noto queste cose. Noto il burnout da IA, la psicosi da IA, le relazioni malsane con fidanzati e fidanzate immaginari, i falsi dell’IA, le bolle di borsa, il terrore puro di restare tagliati fuori. Questo non è il lato oscuro distopico e cyberpunk dell’IA. Questa è la forza propulsiva dell’IA. La forza irrequieta e febbrile che ti obbliga a uscire di casa e correre al jazz club. È il jazz club. Perché ci vai? Non è un posto per gli angeli. Potresti bere liquore di contrabbando e diventare alcolista. Potresti finire in una rissa o beccarti una malattia venerea. Ci sono la cocaina e la marijuana e qualcuno potrebbe rapinarti. Ma a New York suona Duke Ellington! A Parigi suona Django Reinhardt. Sarà una scena selvaggia, ma sei pazzo a non andarci!

Ecco com’è adesso con l’IA. È la piena estate dell’IA. La scena è incandescente. L’IA la conosco da tutta la mia lunga vita, e non è mai stata così intensa, così sentita in profondità. Gente razionale, con istruzione e soldi e potere e esperienza, sta andando fuori di testa. Miliardari, capitani d’industria, politici, militari, spie. In tutto il mondo. Vecchi e giovani, uomini e donne. Se l’IA è come il jazz, allora la bolla delle dot-com sembra ragtime. Un precursore minore. Ecco quanto è intensa. È una frenesia. Mi interessa moltissimo. Ne seguo ogni minimo sussulto. È talmente assurda e fantascientifica che potrebbe essere stata creata apposta per intrattenere vecchi scrittori cyberpunk. Non ci investo. Non ve la sto vendendo. Non la uso molto, personalmente, e non mi sta cambiando granché la vita. Non ne ho paura. Non credo neanche che durerà. Sta definendo un’epoca, un’epoca che ha dieci anni e continua a correre, ma qualcos’altro salterà fuori. L’IA non è una frode, non è una messinscena, non è un falso. È una tecnologia reale e potente e non torneremo mai a come stavano le cose prima. Lo riconosco, ma trovo consolazione in una certa continuità.

E la musica ha una continuità da offrire. La musica ha le sue mode, e a volte può sembrare superficiale e sciocca — come ha detto Sir Paul McCartney, sembrano le stesse sciocche canzoni d’amore, sempre uguali. Ma la musica ha una continuità profonda: sono abbastanza sicuro che sia più vecchia della razza umana. Sospetto che le persone preumane, i nostri antenati remoti, scimmie pelose che a malapena camminavano erette, cantassero parecchio. Sospetto perfino che se gli esseri umani si estinguessero del tutto e i nostri unici successori fossero le IA, quelle IA si interesserebbero alla musica. Probabilmente qualsiasi cosa abbia un interesse per la comunicazione, la matematica, il linguaggio e la statistica avrebbe qualche coinvolgimento con la musica. Questi aspetti primordiali della musica.

Questo è il genere di cose che uno scrittore di fantascienza direbbe sulla musica, ma non aiuta molto i musicisti. Non sono mai stato un musicista, però vengo da una città musicale e ho conosciuto dei musicisti. So che hanno problemi nuovi, tipo serie questioni musicali sulla situazione culturale. Siamo ancora in grado di parlare in modo significativo del rapporto tra creatività e infrastruttura tecnica?
In che modo le forme di autonomia rese possibili dalla tecnologia intensificano nuove forme di dipendenza da essa? È ancora possibile immaginare una produzione culturale fuori dalle tecno-infrastrutture? Belle domande. Ho notato però che sembrano ruotare tutte attorno a una domanda sola. Tutti i musicisti vogliono sapere questo. Hanno sempre bisogno di una risposta a questo. La domanda è: “Come posso farmi pagare per fare la musica che mi pare, senza doverla finanziare o promuovere, vivendo bene, in una città costosa, fino alla morte?”

Questa domanda mi piace parecchio. È universale, ma ha aspetti specificamente musicali. “Come posso farmi pagare per fare la musica che mi pare, senza doverla finanziare o promuovere, vivendo bene, in una città costosa, fino alla morte?” Come faccio a essere un musicista, esprimere la musica che sento dentro, far sì che la gente la ascolti, e anche vivere in questo mondo? Certo che hai bisogno di saperlo! E a questo punto sarebbe fantastico poter dire: “L’ho chiesto all’IA, e l’IA ha risposto.” Potete anche chiederglielo adesso. Magari ne avete una come app sul telefono, con il riconoscimento vocale. Può rispondere alla domanda. Ma non risolverà il problema. Non lo definirà e non lo risolverà. È un problema esistenziale e non si può ingegnerizzare.

Vi rispondo con una citazione di Marvin Minsky. Famoso informatico dell’IA. È morto, ed è anche un uomo dimenticato perché fu coinvolto in uno scandalo, ma l’ho incontrato una volta. Mi piacciono gli studi sull’IA, ho letto molti dei suoi libri. E disse: “Immaginate come sarebbe se la televisione fosse davvero buona. Sarebbe la fine di tutto ciò che conosciamo.” La tv che migliora e distrugge il mondo. La tv apocalittica. Un’apocalisse. Qual è la lezione per i musicisti?

Questa citazione viene da un’epoca in cui i musicisti potevano apparire in tv, in un varietà nazionale. La tv poteva renderli famosi e ricchi a grande velocità, come i Beach Boys o i Beatles o i Monkees. Un musicista poteva pensare: “Wow, la tv è tutto quello che conta! Costi quel che costi, devo buttarmi sulla tv!” Ma la tv è mai diventata davvero buona? No. Non è mai diventata buona. L’AI diventerà mai buona? No. Mai. Anche se un milione di esperti di etica scrive trattati sull’etica dell’IA, non diventerà buona, perché già adesso non è buona. La gente che la finanzia somiglia molto ai dirigenti televisivi degli anni Cinquanta. Non sono buoni e non diventeranno buoni. La tv esiste ancora? Più o meno. La consideriamo importante — la tv di destra, i telepredicatori, la tv a basso costo, il gioco d’azzardo, i reality show… i cartoni giapponesi per bambini… C’è tutto. E molto ha la musica.

Quindi questo non risolve la questione, come la TV non risolve la questione: “Ok, sono un musicista, devo vivere in una città figa con grandi platee ma non voglio suonare dal vivo ogni sera e vendere merchandise, come me la cavo?” La tecnologia c’entra qualcosa? Sì, certo, a volte. Come Fryderyk Chopin. Mi capita di sapere parecchio su Chopin, perché se sei un punk e ti piace la musica, alla fine invecchi e riesci ad apprezzare la musica di genio. Come viveva, Chopin? Non molto a lungo, è morto giovane di malattia. Per lo più si manteneva dando lezioni di pianoforte ad aristocratici ricchi. E la sua fidanzata, che lo adorava finché non perse la pazienza, era una romanziera famosa e ricca. Ma quando Chopin era giovane e viveva in Polonia, dei tizi di una start-up tecnologica si presentarono con una macchina strana che avevano inventato, chiamata “aelomelodicon.”

Storia vera. Questa bizzarra macchina a tastiera, l’aelomelodicon, fu un successo per un paio d’anni, poi fu un fiasco e morì per sempre. Ma gli inventori avevano bisogno di un tastierista che sapesse pestare i tasti e metterla in mostra. Così fecero: «Ehi! Fryderyk Chopin! Ragazzo! Il tuo professore dice che sai suonare davvero. Che ne dici di esibirti con la nostra macchina strana? Ti facciamo guadagnare!». E lui: «Certo che so suonarla. Sono Chopin e posso suonare qualsiasi cosa». E suonò l’aelomelodicon, e ci pagò l’affitto e la spesa, e quando la start-up collassò lui era già da qualche altra parte, in un posto migliore. Con l’IA, sospetto che l’approccio giusto sia questo. Chopin avrebbe potuto dire: “Sono un grande artista, non mi sporco le dita con la vostra macchina buffa che è una specie di brutta barzelletta.” Tu fai il concerto e intaschi i soldi perché la tua intenzione è fare la scena a Parigi, la Ville Lumière. Rifiutare le macchine non è l’obiettivo: la padronanza della musica è l’obiettivo. Il pianoforte meccanico non è il premio. L’arte musicale è il premio.

Il pianoforte mostruoso. Ce ne sono così tanti. Non lo sposi. Ci fai i conti e basta. Se questa strategia andava bene per Chopin, va bene anche per voi. Probabilmente. Viene da chiedersi. Da musicista, qual è il massimo che puoi ottenere? Chopin, famosissimo, la gente suona la sua musica per decenni e decenni… Chi è il re dei re come maestro di musica? Chi ci è riuscito davvero, ha risposto pienamente alla questione della sopravvivenza musicale e del trionfo artistico, l’ha portata fino in fondo? Questa domanda mi interessa, e ho un candidato da proporvi. Il musicista numero uno al mondo in tutta la storia. Siamo a Roma, e lui ha lavorato qui. Conosceva Roma benissimo, ha avuto i suoi giorni migliori qui. Vi parlo di lui, perché tutto quello che succede ai musicisti un giorno succederà a tutti. E tutto quello che storicamente è successo alla musica è successo a lui.

È un tizio belga: Guillaume Du Fay. Non viene da nessun posto speciale, e suo padre è un prete, quindi è un figlio illegittimo. Due problemi personali grossi, ma è un genio della musica. I suoi insegnanti gli mettono in mano i libri di musica manoscritti e basta: non si può negare che sia un prodigio. A sedici anni è musicista a tempo pieno. Quella è la vita per lui. È molto preso dalla Musica Nuova, che è l'”Ars Nova”, letteralmente l’arte nuova. L’Ars Nova è come il canto gregoriano più vecchio, ma ha i “mottetti isoritmici”. Non è musica popolare — la mamma non la canta al bambino mentre fa la torta di mele. I mottetti isoritmici vanno composti. Un compositore deve scriverli su carta in notazione musicale e studiarli per farli funzionare. Du Fay sa suonare l’organo e dirigere un coro. Ma è il primo musicista al mondo a essere un compositore di professione. La gente lo paga per comporre musica nuova in una forma in cui è l’esperto e il capofila. Vogliono sentire la sua Ars Nova perché è innovativa, perché è come niente che abbiano mai sentito.
Ha degli imitatori, naturalmente. Non sono bravi quanto lui. Non riescono a far funzionare i mottetti isoritmici. Ci sono due ritmi, la melodia e le voci, che scivolano dentro e fuori fase. Se non sai cosa fai suona terribile, ma se sei Du Fay ci puoi fare qualsiasi cosa.
E tutti lo sanno. È il più grande musicista del mondo e tutti sono d’accordo. A Firenze costruiscono la Cupola del Brunelleschi. È un edificio sacro e il più grande edificio da mille anni. È un edificio del Rinascimento, ancora lì adesso, oggi. Quando era appena finito era già famoso.

Stanno per tagliare il nastro e far entrare la folla. Qualcuno deve scrivere la musica per questa cattedrale. Naturalmente tocca a lui. “Guglielmo Du Fay,” il musicista più famoso d’Italia, forse del mondo. È una commissione, ma porta a casa il risultato ed è migliore di tutti gli altri. La musica esiste ed è ammirata adesso come la cattedrale di pietra esiste ed è ammirata adesso. È musica solida come la roccia.

Poi diventa prete — suo padre era un prete, quindi non è che la cosa lo rallenti molto. Come prete, diventa il maestro del coro e il musicista di punta del Papa. In Vaticano, il centro del mondo, tutte le strade portano lì, e lui compone la musica. Ha il più grande incarico musicale che esista. Ed è bravissimo. Si presenta al lavoro sobrio, inventa la nuova musica sacra, impressiona tutti. È il miglior musicista del suo tempo e tutti sono d’accordo per i successivi seicento anni. I critici concordano per secoli. L’ho ascoltato anch’io, ho ascoltato anche gli altri, e lui è meglio. E cosa succede a Du Fay? Il Papa si caccia in guai politici. C’è un altro Papa pretendente, e la popolazione di Roma fa una rivolta violenta e lo caccia fuori città. Du Fay deve scappare per salvarsi la vita, e vi giuro, questo colpo di scena deve averlo fatto veramente imbestialire. Mi fa pena. Immaginate di avere il più grande incarico musicale del mondo, tutti vi adorano, è un lavoro sacro approvato direttamente da Dio e siete pure un prete — e la folla manda comunque tutto a monte. Dovete scappare senza un soldo. Se l’era meritato? Non c’entra niente con i suoi meriti come musicista. Ha fatto tutto alla grande, è solo uno di quei colpi atroci della storia. La Chiesa Cattolica è crollata, e la scena musicale è crollata con lei. Chi diavolo vuole far crollare la Chiesa, il centro della stabilità spirituale? Be’, la gente lo fa.

Ci sono epoche così. Siamo in un’epoca in cui la scena musicale è molto turbolenta senza che sia colpa della musica. Non c’è granché da fare. Sir Paul McCartney ha un miliardo di dollari, e non risolverebbe niente. Guillaume Du Fay fu cacciato da Roma. Scappò a Torino, a lavorare per un duca. Torino è dove ho cominciato a interessarmi a lui, perché mi trovavo a Torino. Adesso sono a Roma, ma passo molto tempo a Torino, e la sua storia mi interessa. Du Fay fa parte della storia torinese. Era a Torino, scriveva mottetti isoritmici per il Duca di Savoia.

Il nuovo lavoro è ovviamente una delusione dopo essere stato il musicista del Papa. Ma non si immusonì e non si arrese. Si portò la musica con sé. Poteva andare ovunque: Firenze, Milano, Torino, Bologna, Rimini, Pesaro. Aveva fan dappertutto, lo adoravano tutti.
Invecchia. Torna in Belgio, da dove era venuto come sconosciuto figlio illegittimo. Adesso è famoso in tutto il mondo e il Duca gli finanzia la musica, quindi va bene così. Passa dieci anni, crea molta musica, fa come gli pare, scrive di teoria musicale. Una nuova generazione sta emergendo. Questi giovani non rifiutano Du Fay, non lo chiamano superato — per carità, sono super-rispettosi. Vogliono che li insegni. In Belgio gli danno dei benefici ecclesiastici, sostegno finanziario in quanto prete. Sta comodo, può ritirarsi. Alla fine scivola pacificamente fuori dalla storia. Niente di triste o drammatico. Il vecchio non c’è più, ma la musica c’è.
Una carriera musicale straordinaria. Difficilissima da eguagliare. Faccio fatica a immaginare un altro musicista con una carriera di quella portata. Come la migliori? Non credo sia neanche strutturalmente possibile.

La musica è ancora lì, e io stesso la ascolto. È musica vecchia di seicento anni, ma ha effettivamente ampliato la mia consapevolezza della musica. È singolare che sia così, perché i testi sono in latino. Il latino non lo parlo. Se traduci i testi e li leggi, è musica religiosa. Non sono religioso. È musica di propaganda per la struttura del potere, lo so, e non me ne importa. Non ascolto quella musica perché voglio capire l’Europa del Quattrocento. Non capisco neanche Du Fay come persona: non si sa molto di lui. La musica è nota, ma lui no.

Non mi importa neanche che sia vecchia. Una volta mi importava, adesso no. Il mio interesse ha a che fare con la continuità della musica in quanto musica. Siccome conosco Du Fay, riesco a sentire i mottetti isoritmici. E grazie a questo riesco a sentire anche i loop nella musica techno. Riesco a percepire che il loop è inserito come un’unità, e spesso c’è un sacco di roba impilata sopra che non è esattamente in fase. La disco music ibizenca. Fa queste manovre ripetute alla Du Fay e poi c’è un drop.

Riesco anche a sentire “In C” di Terry Riley, la composizione minimalista che è un’impresa che i musicisti adorano, ma fa morire i topi. Musica difficile. Ma non per me. Non più, perché riesco a sentire Du Fay. Possiedo una dozzina di versioni diverse di “In C.” Perché riesco a sentire che sono mottetti improvvisativi. Non esegui quello che Du Fay ha scritto sulla carta. Hai un mucchio di piccole frasi musicali, per lo più le ripeti, e poi fai cadere quella nuova quando senti che è il momento.

Non voglio dire che ci sia qualche grande connessione mistica o atemporale tra Guillaume Du Fay e Terry Riley. Dico che, nonostante tutto quello che è successo nei seicento anni tra loro, fanno la stessa cosa. Dico persino che se tornaste al tardo Impero Romano — dove erano appassionati di musica — e faceste ascoltare Guillaume Du Fay e Terry Riley, i romani antichi probabilmente penserebbero che è la stessa musica. Preferirebbero Du Fay perché ha testi in latino, ma essendo pagani non apprezzerebbero il suo messaggio religioso, e alla fine magari preferirebbero l’americano, Terry Riley.

Per concludere, anche questo passerà. L’IA è una moda, ma non solo una moda. Non potete semplicemente aspettare che si esaurisca e immaginare che le cose torneranno come prima. Molto si esaurirà, ma anche molte cose verranno spazzate via. Cose importanti, consuetudini, infrastrutture, modi di vivere, rasi al suolo e mai sostituiti. A volte bisogna cantare il blues. Quando l’argine si rompe, mamma, devi trasferirti. Cantare il blues non ripara l’argine. Ma non è niente.

È la musica come linguaggio universale. Non è una vergogna vivere in un’epoca in cui la musica è meccanizzata. Primo, è già successo. Secondo, non sono solo macchine. Terzo, non la capiscono davvero. La suonano e basta, e per quel che vale, succederà a tutti. Grazie per l’attenzione.

Si ringrazia Carlo Antonelli per la gentile concessione del testo.

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