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Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

Bibi e l’Iran

Deadlines, Red lines, Red lights. Per Benjamin Netanyahu l'atomica di Teheran non è solo una minaccia, è il compito che gli è stato affidato dalla Storia.

03 Ottobre 2012

Quando Time Magazine ha messo Benjamin Netanyahu in copertina, il maggio scorso, il giornalista Richard Stengel ha tracciato il ritratto non banale di un leader politico profondamente segnato, se non ossessionato, dalla Storia. Figlio di uno dei padri fondatori della destra israeliana, nonché noto studioso dell’Inquisizione, fratello minore di un’icona di guerra degli anni Settanta, Netanyahu è al centro della politica di Israele da quasi vent’anni. “Bibi ha sempre in mente la Storia,” scrive Stengel, utilizzando il nomignolo israeliano (in Israele tutti hanno un soprannome) da tempo adottato pure dalla stampa occidentale. “Ma per essere una figura storica, bisogna fare la storia. Netanyahu è un politico o uno statista? Un costruttore o un generale? Sarà il leader che farà la pace con i palestinesi o quello che lancerà un attacco unilaterale, e potenzialmente devastante, contro l’Iran?”

Qualche giorno fa Netanyahu ha parlato davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Armato di cartellone semi-rigido con il disegno di una bomba in stile-ACME (di cui, naturalmente, abbondano le parodie), il primo ministro israeliano ha messo in guardia la comunità internazionale sul pericolo dell’atomica iraniana. “Pensate a che cosa ha fatto l’Iran finora, senza nucleare,” ha detto. Ora l’Iran è vicinissimo ad avere l’atomica – questo il messaggio – ha terminato le prime due fasi di arricchimento e, prestissimo, raggiungerà lo stadio di immunità per cui non potrà più essere fermato. Questione di mesi. “In questo stadio avanzato, c’è un solo modo per impedire con mezzi pacifici che l’Iran ottenga la bomba atomica. E cioè tracciare una linea rossa sul programma nucleare,” ha detto Bibi, prima di estrarre (letteralmente) il pennarello rosso.

In quel discorso, c’era tutto Benjamin Netanyahu. A cominciare dalla retorica – a tratti super witty all’anglosassone, eppure condita da un gusto per la provocazione caciarona tutto mediorientale.

Pochi mesi fa, Netanyahu aveva pronunciato un discorso simile alla convention dell’Aipac (American-Israel Public Affairs Committee), il più importante gruppo di pressione filo-israeliano d’America. Anche in quel caso, aveva lanciato un allarme contro l’atomica di Teheran. E’ il famoso discorso in cui dichiara, parafrasando un noto adagio: “Se sembra un’anatra, camminacome un’anatra, starnazza come un’anatra, allora è un’anatra! Solo che in questo caso è un’anatra nucleare!”. (Se ve la siete persa, guardate dal minuto 1:10; anche qui, come potete immaginare, l’uscita si è prestata all’ironia)

Ma, soprattutto, sono i contenuti a fare del discorso all’Onu un momento totally Bibi. Per Netanyahu l’Iran non è solo una delle tante minacce (Hamas, Hezbollah, la Siria, per dirne qualcuna…) che gravano sul suo Paese. È una missione, il compito che gli è stato affidato dalla Storia.

Sono quasi vent’anni che Netanyahu batte sullo stesso tasto: convincere gli americani a fermare l’atomica di Teheran, perché-il-tempo-sta-scadendo. E sono vent’anni che, cordialmente, gli americani lo rimbalzano. Quando fu eletto primo ministro per la prima volta nel lontano 1996, Netanyahu, che a quei tempi era uno dei più giovani capi di governo al mondo, fu invitato a parlare davanti al Congresso degli Stati Uniti. Il suo messaggio era molto simile a quello della scorsa settimana: “Solo gli Stati Uniti possono guidare lo sforzo internazionale per interrompere la nuclearizzazione dei Paesi terroristi,” ha detto, con un occhio chiaramente rivolto a Teheran. “Ma la deadline per raggiungere questo obiettivo è estremamente vicina.”

Nel suo discorso all’Onu della scorsa settimana, Netanyahu non ha fatto richieste specifiche agli Stati Uniti. Non ha parlato di interventi militari. Ha anzi detto che “tracciare una linea rossa” è “l’unico modo di impedire, con mezzi pacifici, che l’Iran ottenga la bomba atomica”. In altre parole: “Le linee rosse non causano guerre; le linee rosse evitano le guerre.”

Ma c’è chi ha interpretato il discorso come un tentativo di arruolare gli Stati Uniti in vista di una (ipotetica, è bene ricordare) azione contro Teheran. “Tutta questa storia delle ‘red lines’ e ‘deadlines’ è un modo, da parte di Israele, di spingerci a dire che, quando loro cominceranno a sparare, anche noi cominceremo a sparare,” ha spiegato l’ammiraglio in pensione Bobby Ray Inman, intervistato da Foreign Policy. In altre parole, Bibi starebbe cercando di tirare gli Usa per la giacchetta, nella speranza che, se gli americani ammettono che c’è un punto di non ritorno nella corsa iraniana all’atomica, quando Teheran supererà quella linea Israele si troverà, se non altro implicitamente, giustificata ad agire.

Una lettura forse un po’ drastica, ma che non pare così campata in aria, se si prende in considerazione un’altra uscita recente di Netanyahu. Che lo scorso mese, in una conferenza stampa a Gerusalemme, ha dichiarato: “Coloro che, nella comunità internazionale, si rifiutano di tracciare una linea rossa davanti all’Iran non hanno il diritto morale a porre un semaforo rosso davanti a Israele” (“Those in the international community who refuse to put red lines before Iran don’t have a moral right to place a red light before Israel”)

Red light”, “Red line”, e “deadlines” sono termini ricorrenti nel vocabolario di Netanyahu. L’Iran la sua missione. Non resta da chiedersi, come si era chiesta quella cover story del Time, se Netanyahu passerà alla Storia come il leader che avrà iniziato una guerra con l’Iran. “La domanda – scriveva Richard Stengel – è se Bibi sia un prigioniero della Storia o se sia in grado di scriverla.”

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