E in cui questo video diventa virale e viene trasformato in un meme dai profili social di Azione, partito di cui Calenda è leader.
Se avete trascorso anche solo qualche ora in prossimità di un adolescente o scorrendo TikTok negli ultimi mesi, difficilmente sarete sfuggiti allo slang generazionale del momento: aura, termine che ha soppiantato il “six seven” che imperava appena qualche mese fa, senza nulla togliere al nonsense del tormentone numerico e del gesto che lo accompagna. In realtà l’aura non è affatto un concetto nuovo: tra la fine del 2023 e il 2024 era già entrata stabilmente nel lessico della Gen Z e della Gen Alpha. Negli ultimi mesi ha però compiuto un ulteriore salto di qualità, trasformandosi da semplice parola virale in un vero e proprio sistema linguistico, con un lessico dedicato e un modo condiviso di valutare gli individui e i loro comportamenti. La sua più recente evoluzione lessicale e culturale è sintomatica del nostro sentire presente rispetto al nostro spazio nel mondo reale e digitale, oltre che di quanto la performatività sia diventata la dimensione prioritaria del nostro essere.
L’inaspettato poster boy dell’aura è Agamennone, il crudele sovrano di Odissea, riconosciuto fin dai primi giorni di programmazione da migliaia di spettatori come l’incarnazione stessa del concetto e quindi perfetto per spiegare di cosa stiamo parlando. Il fratello di Menelao che trascina gli Achei in guerra diventa un personaggio senza volto e quasi senza voce, capace d’imporsi unicamente grazie alla sua imponente armatura nera opaca, dal design volutamente dissonante rispetto all’estetica del resto dei guerrieri elleni. L’armatura, oggettivamente, colpisce e attira lo sguardo, ma è il modo in cui Agamennone la indossa, mettendosi quasi in posa come se stesse pubblicando una foto su Instagram, a fare la differenza.
Cosa fa davvero Agamennone nel film? Quasi niente. Si staglia imponente e quasi immobile sulla spiaggia di Troia, entra nelle mura della città con un ingresso alla Aragorn in quella scena del Signore degli Anelli – Le due torri, torna alla sua isola, viene assassinato da Clitemnestra e quindi finisce nell’Ade, dove poi Odisseo lo rincontra. In teoria dovrebbe arrivarci nudo eppure (come fanno notare migliaia di spettatori sui social) ha talmente tanta aura che si porta dietro la sua armatura, che continua a sfoggiare anche da morto. Nolan, un boomer che di aura probabilmente non sa niente, lo ritrae come un personaggio esecrabile, un despota disumano che utilizza un’armatura gargantuesca per imporsi sull’ambiente circostante, talmente privo di umanità da rimanere senza volto. Dovrebbe essere la figura di cui impariamo prima a diffidare e poi a detestare, dato che Odisseo lo giudica un guerrafondaio senza scrupoli. Eppure, pur parlando a malapena e compiendo come gesto più significativo l’omicidio della propria figlia, Agamennone è diventato un idolo delle generazioni Z e Alpha, che leggono il personaggio secondo un codice completamente diverso: quello di Auramennone. Sarebbe quindi un errore definirlo semplicemente “un figo”, un personaggio cool, perché non è esattamente così. Agamennone ha aura, o quantomeno si dedica con zelo all’aura farming.
Risalendo al significato originario della parola non ci si sposta di molto, rimanendo nell’antica Grecia, dove “aura” era il termine che descriveva una brezza, un soffio di vento leggero, oltre che il nome di una divinità minore del pantheon greco. Aura viveva appartata nei boschi, vergine e ritrosa, tanto riservata da covare risentimento perfino nei confronti di un cervo che aveva avuto l’ardire di guardarla. Spoiler: non fece una bella fine. Già nell’antichità, però, il termine iniziò ad assumere anche un significato più vicino a quello odierno, indicando in campo medico quell’alone di energia invisibile agli occhi che può essere premonitore di malattie, con tutte le successive declinazioni spirituali, esoteriche e new age.
Il concetto di fondo è rimasto sorprendentemente stabile: avere un’aura significa proiettare attorno a sé qualcosa d’intangibile ma immediatamente percepibile. La sua reinterpretazione in chiave Gen Alpha ha però natali giornalistici insospettati e autorevoli. Fu un articolo del New York Times pubblicato nel 2020 a usare il termine “aura” nel titolo per descrivere quei campioni sportivi talmente carismatici e dominanti da far dimenticare, grazie alla forza della loro presenza, anche gli errori tecnici o comportamentali commessi nel corso della carriera. L’aura, insomma, è ciò che distingue un grande personaggio da un’autentica leggenda, anche quando si tratta di farla franca e cavarsela in situazioni controverse.
Da quel momento il concetto di aura si sposta sempre più sul carisma, non a caso riplasmato dal gergo giovanile contemporaneo in una versione più agile e spendibile socialmente: il rizz. La culla di questo modo di intendere il carisma rimane il mondo dello sport discusso sui social, dove i grandi campioni del basket, del baseball e del calcio del passato vengono celebrati proprio per la loro aura rintracciabile in vecchi replay che mostrano prodezze sul campo o uscite narcisistiche nelle interviste a fine partita. Estratti video che li rendono ancor oggi dei GOAT (Greatest of All Time, i più grandi di sempre). L’aura approda stabilmente su TikTok nel 2023 e diventa ben presto uno dei principali metri con cui misurare la coolness percepita. Da lì la sua diffusione accelera fino all’ubiquità attuale, in cui basta aggirarsi con un’armatura nera che sembra uscita da una concessionaria Tesla o azzeccare un parcheggio al primo colpo per guadagnare punti aura. A prima vista sembrerebbe soltanto un nuovo modo di dire “essere carismatico”, ma basta osservare come se ne parla per capire quanto questo concetto sia profondamente figlio del nostro tempo.
Pensando a icone del secolo scorso come Marcello Mastroianni, Grace Jones o Jean-Michel Basquiat, ciò che accomuna la loro aura è proprio il fatto che sia innata: è quel je ne sais quoi che porta a essere notati da un talent scout, ricordati da chi hai incrociato una sola volta nella vita. Quel fattore che per Franco Battiato è un «sintomatico mistero»: qualcosa che semplicemente si possiede oppure no, al massimo si può far finta di possedere mascherandosi dietro un’armatura o degli occhiali da sole. Oggi, invece, l’aura è un prodotto consapevolmente costruito e pubblicamente rivendicato. Laddove Battiato prima e gli 883 poi prendevano in giro chi era abbastanza sfigato da cercare di sembrare una persona di successo negli affari, nelle relazioni e con le donne, oggi atteggiarsi come Agamennone non è necessariamente motivo di scherno. È socialmente accettabile e sdoganato studiare ossessivamente ogni gesto, ogni posa e ogni movimento per apparire più carismatici. L’aura si inserisce perfettamente in un decennio sempre più caratterizzato dalla morte della spontaneità e da un controllo quasi ossessivo del proprio corpo, della propria immagine e del proprio comportamento.
Vestire i capi giusti, frequentare i locali di tendenza, finire nelle storie degli altri ancora prima che nelle proprie, avere uscite da gradasso ma calibrate con il giusto equilibrio tra sicurezza e autoironia: chi riesce a trasformare ogni situazione in un’occasione per rafforzare la propria immagine pratica aura maxxing, accumulando punti aura. I detrattori di Agamennone invece lo accusano di impegnarsi troppo per sembrare imponente e di fare aura farming, l’accezione negativa e un po’ patetica dell’aura maxxing: vuoi perché lo sforzo è eccessivo, voi perché il risultato è cringe, forzato e imbarazzante. Perfino quella critica contiene però una forma di ammirazione per l’impegno profuso. Farà anche aura farming, ma il sovrano di Micene ha ben chiare le priorità della vita: non vincere la guerra né tornare dalla moglie, ma apparire memorabile agli occhi degli spettatori. È praticamente un aggiornamento social del gesto che mette in moto l’Iliade: scatenare una guerra decennale perché qualcuno ha fatto perdere punti aura a tuo fratello portandogli via Elena, probabilmente la donna con più aura di tutta la Grecia.
L’aura è un concetto così contemporaneo da aver inglobato anche il lessico e le logiche della gamification. Non solo può essere costruita, ma può anche essere misurata, quantificata e discussa: esistono siti che promettono di calcolarla, migliaia di video che assegnano o sottraggono punti aura alle azioni più disparate, da un ingresso particolarmente scenografico sul posto di lavoro fino al modo in cui si scende da un’automobile. E ancora: sono sempre più diffuse, sui social e in real life, le battaglie a colpi di aura, in cui ci si sfida in piazza, davanti a un pubblico entusiasta, per decidere chi tra gli sfidanti ha più aura e chi meno. Nell’epoca del burnout lavorativo ed esistenziale, in cui ogni gesto rischia di trasformarsi in una performance, abbiamo finito per sostituire il carisma spontaneo con un esercizio permanente di autocontrollo. Un’idea tutto sommato innocua di fascino, quella sintetizzata anni fa da espressioni colorite come big dick energy per descrivere una sicurezza in sé tranquilla e non ostentata, si è trasformata nell’ennesima competizione pubblica, da affrontare ottimizzando ogni dettaglio della propria presenza. È proprio per questo che Auramennone funziona così bene: dietro l’armatura infatti alberga una fantasia molto contemporanea, quella di poter indossare un’identità così convincente da non doverla mai più togliere, sostituendola al proprio sé.
