In Arco di Ugo Bienvenu c’è tutto il bello dell’animazione occidentale e orientale

Candidato all'Oscar, ispirato dai fumetti di Moebius e da quelli di Akira Toriyama, Arco è un omaggio all'arte stessa dell'animazione. Ne abbiamo parlato con il regista, Ugo Bienvenu.

19 Marzo 2026

Dice Ugo Bienvenu che senza un suo studio sviluppare Arco, il film che ha diretto e co-scritto, candidato agli Oscar nella categoria dedicata al Miglior film d’animazione e al cinema in questi giorni con I Wonder Pictures, sarebbe stato impossibile, perché non ne avrebbe conservato il controllo creativo. I produttori, spiega, vogliono dirti cosa fare e come farlo; non ti ascoltano, non sono interessati a lasciare che sia la tua visione – quello che pensi e che provi, la storia che hai in mente – a venire avanti. Vogliono avere l’ultima parola e questo, spesso, non si traduce in niente di buono. In Arco convivono diverse anime. Soprattutto, c’è la vita del suo creatore, di Bienvenu, con i suoi tanti viaggi e la sua infanzia in giro per il mondo insieme alla sua famiglia. C’è un po’ di Moebius e di tutte quelle cose che gli sono sempre piaciute, come i film di Miyazaki e Dragon Ball di Akira Toriyama.

È un film che parla di infanzia, di crescita e di futuro: quello nero e terribile che sembra aspettarci. Allo stesso tempo, però, parla di speranza: la speranza di poter essere e fare meglio. I protagonisti sono due bambini: uno che viaggia nel tempo, l’altra che vive in un futuro prossimo, non così remoto, dove chiunque ha un robot e i temporali sono così pericolosi che è impossibile uscire quando ce n’è uno. Stilisticamente Arco è un ibrido: labbra piene, tratti semplici; una geometria precisa e ricercata nelle sagome. Narrativamente, invece, è libero. Proprio com’è libero Bienvenu, che non vuole definirsi in nessun modo, nemmeno animatore.

ⓢ  Ti ricordi la prima volta che hai avuto l’idea per Arco?
Quando scrivo una storia, provo sempre a fare una cosa: a osservare la realtà. Per questo motivo sono partito dal mondo che ci circonda. Intorno al 2019 ho avuto una sensazione precisa; mi sembrava che stessimo vivendo una brutta storia di fantascienza. E allora ho deciso di scriverne un’altra, anche perché credo che chi lavora con le parole abbia una responsabilità, quella di provare a proiettare nel futuro altre cose, non solo un certo pessimismo. Se vogliamo che determinate cose accadano, dobbiamo prima immaginarle. Poi c’è stato il COVID e come sappiamo la situazione è addirittura peggiorata. Ed è stato più o meno in quel momento che mi sono ritrovato a disegnare una figura con un arcobaleno alle spalle. È stata un’idea completamente inconscia, non la stavo cercando. Per svilupparla, per arrivare ad Arco, mi ci sono voluti altri cinque anni.

ⓢ  In un’intervista con il New York Times, hai detto di aver deciso di fare l’animatore dopo aver visto i film di Hayao Miyazaki. E in un certo senso, in questo film, mi sembra che ci siano riferimenti a Laputa – Castello nel cielo.
È strano. Faccio questo lavoro, tra animazione e fumetti, da quasi vent’anni. E nessuno, guardando le mie opere, ha mai citato o menzionato Miyazaki. Spesso mi è stato detto che le cose che facevo avevano uno stile simile a quello di Moebius. E Moebius, in effetti, ha avuto un impatto su Miyazaki.

ⓢ  Ma credi di avere qualcosa in comune con lui?
Quello che mi ricollega a Miyazaki è che anche io, come lui, non amo la violenza e non la inserisco mai nelle mie opere. La maggior parte di quello che viene prodotto nell’animazione, invece, contiene violenza. E poi il mio film parla del legame che abbiamo con gli elementi, un’altra cosa di cui parla spesso Miyazaki. Non mi piacciono quei film che dividono nettamente i buoni dai cattivi; mi piacciono le aree grigie, ciò che c’è in mezzo. E anche questa cosa succede nei film di Miyazaki. Se però fai attenzione allo stile, non penso che ci sia niente in comune tra di noi. La verità è che quello che ho detto è stato diverso. Ho detto che Akira Toriyama mi ha ispirato nel disegno e che Miyazaki mi ha fatto capire che girare film sarebbe stato importante. Per me Miyazaki è il miglior regista che ci sia. Essere associato a lui è una cosa che mi fa felice. Ma non credo che se Miyazaki vedesse Arco si riconoscerebbe in qualcosa. Siamo solo nella stessa famiglia, se vuoi.

ⓢ  Come descriveresti il processo creativo e artistico che ha portato alla realizzazione di Arco?
Difficile. Molto difficile. E questo perché Arco non è un film che segue, diciamo così, l’impostazione più classica del racconto. Presentarlo in giro, in Francia, è stato una sfida. Non c’è un antagonista chiaro, non c’è contrapposizione netta tra bene e male e, ovviamente, non c’è un vero e proprio eroe. Tutti ci hanno ripetuto la stessa cosa: che non avrebbe funzionato. E così siamo stati costretti a investire direttamente, con i nostri soldi e con i soldi dello studio che io e Félix de Givry abbiamo fondato, Remembers. A quel punto abbiamo provato a sviluppare una presentazione del film, proprio per dare un’idea precisa di come sarebbe venuto. In questo modo le cose sono diventate più semplici: le persone finalmente hanno potuto vedere qualcosa di più concreto. Fino a tre anni prima, ricevevamo sempre risposte negative.

ⓢ  Hai risentito queste persone?
Sono gli stessi che oggi dicono che il successo di Arco era una cosa sicura, che era chiaro fin dal primo momento che avrebbe funzionato (ride, ndr). In quella fase di sviluppo, non avevamo più soldi e io stavo lavorando da tre anni e mezzo senza uno stipendio.

ⓢ  Quanto è stato importante il coinvolgimento di Natalie Portman, co-produttrice di Arco?
Fondamentale. L’abbiamo incontrata in quel periodo di cui ti parlavo prima, quello di crisi profonda. È venuta nel nostro studio, ha visto quello che avevamo fatto e ci ha immediatamente chiesto in che modo aiutarci. Siamo entrati in contatto grazie al suo agente.

ⓢ  Che cosa le avete risposto?
Avevamo bisogno che proteggesse il film, e non solo per modo di dire, e avevamo bisogno dei soldi per finire l’animatic (la bozza video del film, ndr). A quel punto abbiamo cominciato a trovare i fondi per lo sviluppo vero e proprio di Arco. Dovevamo iniziare a lavorarci; io ero troppo stanco per poter rimandare ulteriormente. Siamo entrati in produzione senza il budget completo; abbiamo finito quando lo abbiamo presentato a Cannes. È stato veramente intenso, credimi.

ⓢ  Senza il tuo studio, credi che saresti riuscito lo stesso a sviluppare Arco?
Senza uno studio, sarebbe stato semplicemente impossibile. Proprio per quello che ti dicevo prima: all’inizio nessuno ci ha creduto. I registi che apprezzo e ammiro profondamente hanno un loro studio. È necessario per mantenere la propria indipendenza. Pensa a Miyazaki. Avere uno studio è l’unico modo per proteggere le tue idee e per svilupparle esattamente nel modo che hai in mente.

ⓢ  Che cosa succede, invece, con un produttore esterno?
Se lavori con una grossa realtà, non avrai mai l’ultima parola e non sarai tu a decidere il montaggio finale. Mi è capitato spesso di sentirmi dare dei consigli, consigli che suonavano quasi come delle imposizioni. E ho potuto andare per la mia strada grazie all’indipendenza garantita dal mio studio. I soldi arrivano sempre con note, con l’intenzione di intervenire e di cambiare la tua visione.

ⓢ  Prima hai citato Dragon Ball e Akira Toriyama. Quando li hai scoperti?
Ho visto l’anime a casa di mio nonno. A casa mia non potevo vedere la tv. Sono cresciuto in paesi diversi, tra Guatemala e Messico, paesi molto diversi rispetto a quello che conosciamo in Europa. Dragon Ball mi ha fatto capire che ogni cosa era possibile. Era lontanissimo da quello che conoscevo. Ed è stato in quel periodo che ho cominciato a disegnare. Disegnavo costantemente, in ogni momento libero.

ⓢ  Quanto c’è di te e della tua vita in Arco?
Molto. Anzi, direi tutto. Io racconto quello che conosco, e conosco bene la mia vita. Ogni personaggio, in qualche modo, mi somiglia o incarna un tratto del mio carattere o delle mie esperienze passate. Arco è uno straniero, e io sono sempre stato uno straniero, ovunque mi trovassi. Iris disegna e anche io ho sempre disegnato. I tre fratelli che danno la caccia ad Arco vedono qualcosa in cui nessun altro crede, e lo stesso è successo a me. Mia moglie ha un motorino, io non so guidarlo, e così mi faccio accompagnare da lei, come fanno gli amici di Iris con lei. Ogni immagine del film viene dalla mia vita. Ed è per questo che credo che possa parlare a chiunque.

ⓢ In che senso?
È intimo. Ed è la sua intimità a renderlo universale, non la voglia che hanno altri film di parlare di tutto e a tutti. Ciò che ci avvicina come persone è la potenza dei sentimenti.

ⓢ  Qual è quella caratteristica che rende l’animazione così potente e a suo modo unica?
Per quanto mi riguarda, un buon disegnatore non è quello che sa disegnare tutto, senza errori; è quel disegnatore che sbaglia e che sa imparare dai suoi errori. Se disegnassimo esattamente come vogliamo, finiremmo per essere simili, per imitare gli artisti che ci piacciono di più, e saremmo tutti fotorealistici. Lo stesso vale per l’animazione.

ⓢ  Dove sta la bellezza?
La bellezza, la vera bellezza, sta nella qualità dei nostri errori. L’animazione si impegna a trovare soluzioni differenti per quello che non riusciamo a fare, per quello che sbagliamo. L’animazione ci rimette in contatto con noi stessi, con la nostra fragilità e soprattutto con i nostri errori.

ⓢ  Quando hai deciso di lavorare nell’animazione?
Io non faccio solo animazione, e non mi sono mai definito così. Forse domani mi impegnerò con qualcos’altro. Faccio fumetti e illustrazioni; lavoro nella pubblicità. Cambio in continuazione. Non voglio dipendere da una specifica arte. Voglio poter amare l’arte, ma senza essere un’unica cosa. Ora come ora sì, sono un animatore. Ma domani chi lo sa: potrei non esserlo.

Steven Soderbergh sta per lanciare una app che racconta e spiega ogni singolo giorno di riprese de Lo squalo

L'app comprenderà una saggio di 25 mila parole scritto da Soderbergh e tutti i dettagli possibili e immaginabili sulle riprese del capolavoro di Speilberg.

Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026

Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.

Leggi anche ↓
Steven Soderbergh sta per lanciare una app che racconta e spiega ogni singolo giorno di riprese de Lo squalo

L'app comprenderà una saggio di 25 mila parole scritto da Soderbergh e tutti i dettagli possibili e immaginabili sulle riprese del capolavoro di Speilberg.

Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026

Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.

Per Bruce Sterling, quello che succede alla musica succederà all’intelligenza artificiale

Dal 14 al 15 marzo si tenuto al Macro di Roma il convegno The Dream Syndicate. Tra gli ospiti c'era anche la leggenda della letteratura cyberpunk Bruce Sterling, che ha parlato di musica, AI, arte degli umani e arte delle macchine. Riportiamo qui il suo intervento integrale.

Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei

Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.

Hans Zimmer ha confermato che la persona che canta nel trailer di Dune 3 è proprio Timothée Chalamet

Alcuni fan avevano riconosciuto subito la voce dell'attore, ma adesso è arrivata anche la conferma del compositore della colonna sonora del film.

La seconda vita di Tracey Emin sembra molto più serena della prima

Oltre a ripercorrere la carriera della rockstar dell’arte contemporanea, la mostra alla Tate Modern di Londra celebra il suo rinnovato amore per la pittura e una pace finalmente raggiunta.