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Una regista nella Kiev assediata

Alina Gorlova ci racconta la scelta di chi, come lei, ha deciso di rimanere e la vita nella capitale ucraina circondata dall'esercito russo.

18 Marzo 2022

Trent’anni, ucraina, diversi documentari dedicati al Donbass alle spalle: la regista Alina Gorlova ha deciso di restare nella sua Kiev assediata per raccontare ciò che sta succedendo. Dal 6 al 10 aprile sarebbe dovuta andare al Pordenone Docs Fest, il festival del documentario che si svolge da 14 anni in Friuli, ma le bombe di Putin l’hanno convinta a desistere. Così il festival le ha assegnato il premio speciale Images of Courage 2022, inutile spiegare il motivo. Siamo riusciti a sentirla per farci raccontare come si vive sotto assedio. Come si vive prigionieri nella propria città.

Perché sei rimasta a Kiev?
Bella domanda. Avrei potuto facilmente andare all’estero. Lavorare e vivere lì. Ma dopo la rivoluzione del 2014 ho capito che era importante restare. Il mio è un Paese giovane che ha quasi la mia stessa età. Ho capito che è qui che voglio crescere e sviluppare il mio cinema. È molto pericoloso, lo so,  ma ora la priorità è raccontare ciò che sta succedendo. E aiutare la mia gente, civili e militari.

Cosa vuoi raccontare esattamente?
Che non ho paura, che non abbiamo paura e che non vogliamo i russi a casa nostra. Questa è la mia città, questo è il mio Paese. La  propaganda che racconta di cittadini ucraini che sognano di entrare a far parte della Russia è una grande bugia.

Senti cadere le bombe da casa tua?
Sì, certamente. Hanno provato a bombardare una fabbrica a poche centinaia di metri da qui, ma l’hanno mancata. Poi hanno colpito la stazione della metropolitana. Ai russi non importa nulla, vogliono radere al suolo tutto. La cosa peggiore è che non vogliono fermarsi. Sono arrabbiati. Finito il lavoro qui, si sposteranno nei Paesi baltici, poi in Polonia…

A Mariupol, nel sud, non c’è più elettricità, gas né acqua. Quanto resisterà invece Kiev?
Rispetto a Mariupol siamo messi meglio perché abbiamo elettricità e riscaldamento. Kiev è più protetta, a Mariupol la situazione è catastrofica.

Com’è la tua giornata tipo lì?
Ho una macchina e un po’ di contatti che mi aiutano a raccogliere soldi per comprare cibo e medicine. Con i miei amici, Masha e Nikola, stiamo cercando di filmare quello che vediamo. Ogni giorno è diverso. Ci svegliamo e cerchiamo di capire dove andare a filmare e distribuire cibo. A volte, però, è impossibile perché siamo costretti a scendere nel rifugio vicino al nostro appartamento. È successo per esempio stamattina: ci ha svegliato la sirena alle 5 e siamo rimasti lì sotto fino alle 18.

La guerra è scoppiata il 24 febbraio. Quando è stata la prima volta che ti sei arresa all’idea di essere in guerra?
Non riuscivamo a crederci fino all’ultimo. Quel giorno ci siamo svegliati alle 4 e abbiamo iniziato a chiamare i nostri genitori per dire che era scoppiato l’inferno. Abbiamo studiato la mappa della città per individuare i rifugi del nostro distretto. Poi, presi dal panico, siamo andati al supermercato e abbiamo comprato tantissimo cibo. Infine, con i miei amici, ci siamo ritrovati nel mio appartamento e abbiamo iniziato a riempire i nostri zaini.

Alina Gorlova

This Rain Will Never Stop Still

This Rain Will Never Stop, still

This Rain Will Never Stop, still

This Rain Will Never Stop, still

Sei nata nel 1991. La guerra in Occidente è considerata qualcosa di distante, inimmaginabile. Cosa significa avere a che fare con una realtà così orribile a due passi da casa?
Come tutti quanti qui, ho la sensazione che questa guerra ci cambierà profondamente per sempre. D’istinto vorrei spazzare via dalla mia vita qualunque traccia di russo: la cultura, la filmografia, la musica. Perché ho capito che ognuno di questi strumenti potrebbe essere figlio di un’idea imperialista più grande. Ho capito quanto sia importante proteggere la cultura ucraina. Io l’ho sempre fatto col mio lavoro ma ora ho realizzato che questo conflitto deve diventare l’occasione per liberarci una volta per tutte da questo “mostro” che vorrebbe riportarci ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Il Presidente Zelensky sta impressionando il mondo con il suo modo di comunicare.
Sono al suo fianco, perché vive il nostro stesso malessere, è nella nostra stessa situazione. Lo si vede anche fisicamente. Il suo volto è lo stesso di qualsiasi cittadino ucraino in questo momento. E i suoi discorsi danno molto coraggio.

Hai paura di morire?
Certo che ho paura. Ma più della morte temo il mio futuro da rifugiata. Vivere senza il mio Paese. Il mio timore più grande è guardare casa mia e vederla senza più persone, come sta succedendo a Mariupol.

Hai 30 anni e hai una filmografia quasi interamente dedicata al conflitto nel Donbass. Il mondo però è scioccato dal fatto che Putin abbia invaso l’Ucraina. Te lo aspettavi?
È un incubo. Tutti temevamo potesse accadere ma nessuno ci credeva fino in fondo. È pazzesco, illogico.

Nel tuo docufilm This rain will never stop hai ricostruito la drammatica situazione nel Donbass. Se dovessi spiegare a un bambino cosa sta succedendo, che gli diresti?
Non gli spiegherei nel dettaglio la catastrofe del Donbass, ma quella mondiale. Gli racconterei cosa è una catastrofe dal punto di vista umanitario. Sono felice che il mio film venga mostrato al Pordenone Docs Fest perché così anche il pubblico italiano potrà capire quanto sono profonde le radici di questo conflitto. Non parlo solo di Ucraina o Siria. Ma anche di Germania, di Europa. L’obbiettivo è spiegare come l’umanità viva in un ciclo infinito di distruzione e ricostruzione che coinvolge tutti. Nessuno escluso.

Come vedi il tuo Paese tra dieci anni?
La guerra ha portato distruzione, ma il senso di unità che si è manifestato ci permetterà di ricostruire e ripartire. Non ho dubbi.

E come ti immagini invece tu tra dieci anni?
Spero di essere ancora qui a fare il mio cinema. Perché significherebbe che sono ancora viva e che sono riuscita a resistere a tutto questo orrore.

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