Lo ha annunciato il suo editore, Faber. Già un anno fa, Rooney aveva avvertito che sapeva che il suo sostegno a Palestine Action avrebbe portato a questo.
Durante l’ultima edizione di CineEurope, che si è tenuta a Barcellona lo scorso giugno, è emerso chiaramente un dato: la Generazione Z rappresenta il 40 per cento del pubblico delle sale cinematografiche europee e si conferma un target chiave per la tenuta e per la crescita dell’industria (fonte: MIA Market). Quasi la metà di questo pubblico scopre i film grazie ai social e, in particolare, a TikTok. Oltre al quadro generale, però, è interessante provare a concentrarsi sul quadro più specifico e contenuto dell’Italia, facendo attenzione alle caratteristiche del nostro mercato, con i suoi bisogni, i suoi punti di forza e le sue difficoltà. Anche qui la Generazione Z è diventata fondamentale per il cinema. Non è un’esagerazione dire che si tratta di un pubblico indispensabile per la sopravvivenza dell’esperienza della sala. Tutt’altro.
I dati – di cui parleremo a breve – ci dicono che la Generazione Z è pronta a spendere e a comprare biglietti più degli over 50 e che riconosce nell’esperienza della sala un evento imprescindibile che non può essere sostituito dalla distribuzione in streaming o dalle edizioni digitali dei film. Secondo Ipsos, la Generazione Z comprende i giovani nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila. Per essere ancora più precisi: quando parliamo di Generazione Z ci riferiamo a quei ragazzi che sono nati tra il 1997 e il 2012. La sua affermazione come pubblico indispensabile per il cinema è avvenuta in parallelo con un altro fenomeno: la trasformazione, tanto strutturale quanto comunicativa, del nostro mercato. Un momento di svolta è stato sicuramente il COVID con la quarantena. Con la riapertura delle sale, la Generazione Z si è rapidamente appropriata dello spazio e dell’esperienza che offrono.
ArteSettima: dai social alle rassegne cinematografiche
Sara De Pascale, viceresponsabile di ArteSettimaMag e membro di ArteSettima (circa 201 mila follower su Instagram e più di 42 mila iscritti su YouTube), dice che la partecipazione della Generazione Z si è fatta particolarmente evidente quando sono nate le prime rassegne. «Non siamo gli unici a occuparci di questo tipo di iniziative: banalmente penso a Poltroncine di Carlo Giuliano. Con ArteSettima facciamo un lavoro che arriva tantissimo al pubblico che ha meno di 30 anni. E ci siamo resi conto della sua partecipazione soprattutto adesso, con la programmazione cinematografica di Palazzo San Lorenzo a Roma: abbiamo visto la conversione che c’è stata dai social al pubblico in presenza. E per noi è stata la soddisfazione più grande». Riuscire a coinvolgere gli spettatori, dice De Pascale, è sempre stato uno degli obiettivi di ArteSettima. «A Bologna, dove ci siamo io e Salvatore Gucciardo, che è il responsabile editoriale del nostro magazine insieme a Tommaso Paris, abbiamo messo su questo cineforum che si chiama Cinebattiamo, proprio per invitare gli spettatori a parlare del film che hanno appena visto. Uno dei punti di forza di ArteSettima è la trasversalità dei temi che, grazie al cinema, riusciamo a toccare».
I film, spiega De Pascale, si trasformano in una sorta di strumento. «Tutti questi eventi di cui ti parlavo sono frequentati specialmente da studenti e studentesse. Quindi sì, c’è un’alta partecipazione da parte della Generazione Z. Ed è una cosa molto bella. Circuito Cinema, qui a Bologna, è veramente contento dei risultati che stiamo ottenendo con il cineforum. La fascia d’età più coinvolta è quella tra i 19 e i 20 anni». ArteSettima si trova davanti a una specie di bivio: da una parte ha la sua attività a Roma, dove programma soprattutto vecchi film che non sono più disponibili in sala; dall’altra parte, ha la sua attività a Bologna, con una programmazione più recente. «Vogliamo essere un punto di riferimento per le persone. Insieme a Giulia Cosentino curo Cinefemminista e la risposta è molto positiva. Indubbiamente ci sono titoli che hanno bisogno di una comunicazione maggiore sui social, che sono la nostra vetrina, e titoli che, al contrario, funzionano quasi da soli».
De Pascale ha 25 anni e quando si confronta con i suoi coetanei, parlando di cinema, le sembra evidente l’interesse per i film. «È una cosa che ho notato soprattutto negli ultimi due anni. C’è un’attenzione maggiore anche da parte dei distributori, che provano a intercettare questa generazione. In particolare, mi pare che ci sia una curiosità genuina per la presenza di così tanti ragazzi e ragazze in sala. Ovviamente parliamo di bolle: Bologna è una città studentesca dove vengono aperti nuovi cinema; altrove non c’è sicuramente la stessa partecipazione. Il contesto, tanto sociale quanto culturale, è fondamentale». Il pubblico, dice De Pascale, va seguito. Non si può dare per scontato che un film verrà visto o che il passaparola si innescherà automaticamente.
Non è un caso che ArteSettima continui a puntare sui social. «Sono un amplificatore per le nostre iniziative, proprio perché le persone hanno bisogno di un promemoria. Siamo costantemente bombardati da tantissime immagini e tenere un punto, ricordarsi che cosa succede, è sempre più difficile. La fidelizzazione deve confermarsi anche online. E poi, chiaramente, c’è la fidelizzazione dal vivo, durante gli eventi». E questo per un motivo abbastanza semplice: «La soglia dell’attenzione si è abbassata per tutti, non solo per la Generazione Z. Chiunque può passare il suo tempo scrollando i reel su Instagram o su TikTok, non solo gli adolescenti. Semplificare così il discorso, puntando il dito solo contro un determinato target, finisce per mortificare qualunque tipo di ragionamento». De Pascale sottolinea l’impatto che il COVID ha avuto sulla Generazione Z. «Non appena c’è stata la possibilità di ritrovarsi, di stare insieme alle altre persone, ne abbiamo subito approfittato. Il contatto con l’altro è tornato a essere importante e in questi anni, anziché un rallentamento, c’è stato un consolidamento».
Cortomiraggi e la ricerca di film che emozionano
Elisa Pellegrino è la creatrice di Cortomiraggi, una pagina Instagram sul cinema che ha più di 283 mila follower. Una fetta importante del suo pubblico fa parte della Generazione Z. «Quest’anno a Venezia ho notato che al festival c’erano tantissimi ragazzi. E ti dirò: mi pare che sia un fenomeno che è addirittura aumentato nel corso delle ultime edizioni. E ho notato molta partecipazione da parte di giovani e giovanissimi anche durante l’estate, quando è uscita l’Odissea di Christopher Nolan, che è stato un grande evento cinematografico, quindi qualcosa di unico dal punto di vista delle esperienze». Su Cortomiraggi, racconta Pellegrino, «i ragazzi si espongono di più quando ci sono interazioni reali, come per esempio quando faccio la mia rubrica in cui consiglio film a seconda del loro stato d’animo. Non so esattamente che età abbiano, però stando alle statistiche di Instagram il mio pubblico rientra nella fascia tra i 25 e i 35 anni».
Pellegrino fa parte dei Millennial, la generazione nata tra il 1981 e il 1996. E dice che quelli che hanno la sua età hanno sviluppato una vera e propria abitudine allo streaming. «I ragazzi più giovani, invece, vogliono andare al cinema. Non so dirti con precisione per quale motivo. Forse vogliono tornare ad avere un contatto con le altre persone. E poi c’è stata una vera e propria esplosione di rassegne. Quando andavo all’università, non ce n’erano così tante. O almeno, non erano così pubblicizzate. A queste rassegne la gran parte del pubblico è proprio giovane. Nei messaggi privati, su Instagram, mi capitano domande su film in cui potersi rivedere, da usare per connettersi con il resto del mondo». Quello che resiste, spiega Pellegrino, è una certa difficoltà nel coinvolgere la Generazione Z. «Sui social funzionano molto i caroselli e i meme, che attirano l’attenzione. Io tendo a pubblicare post un po’ più… come dire, lenti. Però noto che c’è una vera e propria ricerca delle sensazioni». In che senso? «Non attrae tanto un film perché c’è un attore o un’attrice famosi, ma perché racconta un tema, qualcosa di particolare che riesce a entrare in contatto con lo spettatore. Me ne sono resa conto quando ho parlato di My Father’s Shadow, un film nigeriano, e il post ha ottenuto un grande riscontro».
Cortomiraggi è nata nel 2014, su Facebook. Intorno al 2018 Pellegrino si è spostata su Instagram e durante il COVID la sua pagina è cresciuta enormemente. «C’era un grande desiderio di riempire il proprio tempo. Mi sono resa conto che Instagram è uno strumento importante ma anche, a suo modo, limitante. Mi sono sempre interrogata sull’algoritmo. Sono una persona riflessiva, non punto sulla velocità. E da quando ho iniziato la newsletter, penso di aver trovato un posto che è più simile a quella che sono io, a quello che voglio fare. Tengo moltissimo ai messaggi, perché mi permettono di parlare di cinema. La vera svolta è arrivata con gli eventi dal vivo. Ultimamente ho iniziato una serie di incontri con una psicoterapeuta, in cui uniamo psicologia e cinema».
Una pratica che si è diffusa rapidamente sui social è quella dei voti: esprimere un numero prima ancora di un giudizio; limitarsi a una cifra, senza andare in profondità e analizzare il film. «Personalmente non ho mai dato voti, non riesco a farlo. Un film, per me, cambia nel tempo e cambia pure la percezione che ho. Uso molto Letterboxd, senza però mettere le stelline. Lo uso per le liste, per tenere un diario di quello che guardo. Ho notato anche questo: prima Letterboxd era un posto più tranquillo; ora, invece, è più polarizzato e diviso, con commenti più sarcastici e pungenti, e si fa fatica a parlare dei film. Dal vivo, questa cosa è diversa».
Accrediti Verdi, i meme sul cinema nati alla Mostra di Venezia
Durante l’ultima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’Associazione Accrediti Verdi Anonimi, così chiamata proprio per il tipo di accredito che c’è a Venezia, è stata una delle realtà più attive e dinamiche. La loro pagina Instagram, ribattezzata semplicemente Accrediti Verdi, conta più di 6.300 follower. I post che pubblicano, che sono sostanzialmente dei meme, raccontano il mondo del cinema di cui fa parte la Generazione Z. Gli appartenenti ad Accrediti Verdi si presentano solo con il nome, niente cognome. Mattia, che si occupa di grafica, racconta che il loro gruppo è nato nel 2020. «I fondatori si sono conosciuti durante la Mostra di Venezia, quando c’erano le limitazioni e il pubblico era ridotto. Poco dopo si è formato un gruppo su Telegram, in cui ci confrontavamo sui film e sulle nuove uscite e ci mandavamo dei meme. Ed è stato più o meno a quel punto che abbiamo capito che questi meme potevano far ridere anche le altre persone. All’inizio abbiamo aperto un profilo su Twitter (oggi X) e successivamente ci siamo spostati su Instagram. Da quest’anno, abbiamo provato a rendere la cosa un po’ più seria, creando un sito dove poter organizzare le proprie giornate e segnarsi le proiezioni. Ora che la Mostra è finita, vogliamo continuare a parlare di cinema in generale».
La maggior parte dei membri di Accrediti Verdi, spiega Mattia, fa parte della Generazione Z. «Il più grande di noi ha 34 anni, mentre il più piccolo 23. Siamo una decina. Quest’anno siamo esplosi, ma tra di noi c’è chi ha un lavoro o sta studiando. Per ora non stiamo pensando di strutturarci in una maniera più – diciamo così – professionale. Quello che vogliamo fare, adesso, è provare a dare voce a chi vuole parlare di cinema senza prendersi troppo sul serio, in maniera leggera». Ed è questo il segreto del successo di Accrediti Verdi: durante la Mostra di Venezia hanno incontrato registi, critici e anche il direttore Alberto Barbera. I loro meme usano l’ironia per affrontare temi più o meno attuali, che riguardano tanto il gruppo originale quanto il pubblico su Instagram. «Tendenzialmente ci seguono persone molto giovani, nella fascia d’età che va dai 24 ai 35 anni», dice Mattia. «Dopo la Mostra ci seguono persone anche più grandi. I commenti che ci arrivano sono di ragazzi: molti sono cinefili, quasi tutti vivono in città, ma ci sono anche spettatori che vengono da fuori, dalla provincia. Un po’ com’è successo a noi: veniamo tutti da paesini».
Da quando TikTok è diventata la piattaforma gigantesca che è oggi, continua Mattia, i linguaggi sono cambiati. «E non tutti riescono a seguire l’onda di quello che succede. Anzi, di più: non tutti riescono a prendere l’onda nel momento giusto. È difficile. Ci sono delle cose che durano poco, a volte pochissimo. Lo notiamo anche noi, con i nostri meme. È fondamentale essere presenti nell’attimo preciso: uscire in ritardo, anche solo una settimana dopo, può voler dire risultare antiquati e fuori fuoco. E questo, forse, è uno dei problemi che hanno le distribuzioni. Qualcuno che riesce a creare degli eventi, dei film che attirano le persone al cinema, c’è. Mi viene in mente Paolo Strippoli. Tutti, nella nostra bolla, stanno parlando de L’estranea».
Se la Generazione Z è tornata in sala, è stato per motivi diversi. Secondo Mattia si tratta di un’esperienza molto comune. «Quando ti trasferisci in una grande città e sei un appassionato di cinema e per tutta la tua infanzia hai frequentato la stessa sala, sei entusiasta di poter frequentare altri luoghi. La cosa bella è andare nelle varie sale, imparare a conoscerle, capire quale rispecchia di più i tuoi interessi e il tipo di persona che sei. Non c’entra semplicemente la vicinanza, insomma. L’esperienza in sala non è solo vedere il film sul grande schermo – che rimane il modo migliore di vedere i film –, ma è soprattutto quello che c’è intorno: uscire con gli amici e avere un punto di ritrovo. I cinema, per la Generazione Z, rispondono al bisogno di fare parte di una comunità. E la stessa cosa succede anche ai festival del cinema, come può essere Venezia, e alle rassegne estive. Si creano delle bolle, è vero, ma sono bolle in cui è bello stare».
Negli ultimi anni, dice Mattia, si sta cercando sempre di più di creare film italiani capaci di intercettare le generazioni più giovani. E il merito è specialmente dei nuovi autori. «A parte Strippoli, di cui parlavamo prima, mi vengono in mente anche Laura Samani con Un anno di scuola e Francesco Sossai con Le città di pianura. Si sente il bisogno di creare un cinema bello e originale, pronto a parlare con i ragazzi. Abbiamo incontrato Strippoli e ci siamo riscoperti allineati su molte cose. Forse, lo sforzo principale prossimamente diventerà questo: realizzare il nuovo film-evento».
I dati: la Generazione Z va al cinema più degli over 50
Per Michele Casula, partner dell’istituto Ergo Research, non ha senso domandarsi se la Generazione Z vada al cinema: è un dato abbastanza evidente. Nel suo lavoro, Casula si concentra soprattutto sui quindici-ventiquattrenni che sono, dice, «un po’ il nucleo della Generazione Z». Se pensiamo ai venticinque-trentenni, è evidente un’altra cosa: hanno un rapporto diverso con la sala. «Mi sorprende che qualcuno, ancora oggi, si chieda se la Generazione Z vada al cinema. Certo che ci va. E non solo in Italia: in moltissimi paesi occidentali fonti e studi hanno individuato negli spettatori che ne fanno parte i protagonisti del post-COVID. L’anomalia di questo target, nel nostro mercato come in buona parte dell’Occidente, è un’altra. Questi ragazzi sono pochi rispetto al resto della popolazione del paese di appartenenza: è un dato anagrafico. Nonostante siano pochi, sono quelli che, rispetto alla media nazionale, vanno di più al cinema».
Se ragioniamo sugli over 50, continua Casula, «sono numericamente di più, sia in Italia che nel grosso dei paesi occidentali, ma la percentuale di chi, tra di loro, decide di andare al cinema è sensibilmente inferiore rispetto alla media nazionale: il loro sbigliettamento è meno della metà rispetto allo sbigliettamento medio dei quindici-ventiquattrenni, quindi della Generazione Z». Al di là del dato incoraggiante, va preso in esame anche un altro elemento: in termini assoluti, lo sbigliettamento medio in Italia rimane piuttosto basso. «Non parliamo di numeri enormi, insomma. Sono più alti se confrontati con quelli di altre generazioni, ma restano relativamente esigui. Di recente sono stati resi pubblici dei dati che ci dicono che, nella prima parte del 2026, nel mercato statunitense c’è stato un contributo del 25% da parte dei diciotto-ventiquattrenni; se invece consideriamo tutti gli under 25, il contributo sale al 35%. Ed è un dato abbastanza simile a quello che possiamo rilevare in Italia. Se andiamo a calcolare l’età media di chi va al cinema siamo sotto i 40 anni. Al contrario l’età media di chi guarda la tv lineare è intorno ai 60 anni».
In un certo senso, ribadisce Casula, è proprio questa generazione quella che sta salvando il cinema. «I ragazzi della Generazione Z valorizzano più di tutti il tipo di esperienza. Gli over 50, attualmente, non danno molto valore alla sala. L’unica eccezione, in questo senso, è rappresentata dalla Francia. Le dinamiche attraverso le quali la Generazione Z si informa e sceglie che cosa vedere la portano ad agire rapidamente, senza tergiversare o prendersi del tempo. Al contrario gli over 50 tendono a ragionare sul lungo periodo, aspettando magari l’uscita del film in streaming. E questo per due motivi: sia perché, come dicevo, valorizzano meno l’esperienza della sala sia perché sono arrivati solo ultimamente alle piattaforme streaming, quindi vogliono godersi questi abbonamenti, questa “luna di miele”».
Il rischio, dice Casula, è un cortocircuito: «La comunicazione che cerca di spingere il prodotto italiano, specie nei confronti degli over 50, non finisce per contribuire agli incassi cinematografici ma per avere un effetto più a lungo termine, sull’uscita di un film in piattaforma». È importante, poi, farsi una domanda: si sta guardando il potenziale della Generazione Z nel modo giusto? Viene valorizzato da tutte le parti del sistema? Secondo Casula no. «Si potrebbe fare di più. Attualmente la Generazione Z compra mediamente tra i quattro e i cinque biglietti a stagione; potrebbe essere coinvolta maggiormente. E non mi consola il fatto che gli over 50, al contrario, comprino mediamente uno o due biglietti. Quello è un tema ulteriore». Molto del prodotto italiano non viene minimamente intercettato dallo sbigliettamento della Generazione Z. «E questo significa che si fa ancora fatica nel trovare un punto di contatto tra quello che un determinato film promette e quello che, al contrario, gli spettatori appartenenti a questa fascia d’età vogliono vedere».
Il problema, spesso, riguarda il modo in cui si comunica. «I titoli internazionali riescono a convertire molto con la Generazione Z per diversi motivi. Innanzitutto hanno caratteristiche esaltate dalla visione in sala. E poi perché, dal punto di vista della comunicazione, c’è un’attivazione nei mesi, se non addirittura negli anni precedenti. Con i titoli italiani ci si muove diversamente. E attivarsi poche settimane prima dell’uscita in sala non basta per coinvolgere questo pubblico». Insomma, dice Casula, si stanno trascurando le regole del nuovo mercato dell’attenzione. «Ed è un tema. Se sappiamo che un determinato pubblico ha a sua disposizione un tot di biglietti, l’obiettivo dovrebbe essere riuscire a ottenere la sua attenzione proprio per avere uno di quei biglietti. Senza considerare un altro elemento: il nostro obiettivo diventano gli alto-consumatori all’interno del segmento; parliamo di una nicchia della nicchia, peraltro contesa anche da altre forme di intrattenimento. Quindi non ci muoviamo solo in uno spazio ristretto e ben delimitato, quello della Generazione Z, ma pure in un’ulteriore eccezione, alzando l’asticella per tempi e modalità di comunicazione dell’offerta».
Perché il cinema italiano fatica a parlare alla Generazione Z
Secondo Gabriele Niola – critico cinematografico, voce insieme a Bianca Ferrari di Dicono che è bello, al cinema, il podcast del Post, e autore di Fare film è un inferno (Utet Libri) – ci sono dei veri e propri cicli. «Le generazioni più giovani ripudiano quello che fanno le generazioni più vecchie. Se una volta avere le VHS era importante, perché era importante possedere quello che si voleva vedere, oggi non è la stessa cosa per chi ha l’accesso a tante piattaforme streaming e a cataloghi facilmente consultabili. Non mi sembra così strano che ci sia un rinnovato interesse per la sala. E indubbiamente c’entrano anche altri fattori, come il COVID e la quarantena, che hanno un valore rilevabile all’interno di questa storia. Però c’entra pure il piacere personale nel vivere determinate esperienze in un determinato modo, andando contro alcune tendenze precedenti. La fruizione cinematografica, oggi, è un modo per affermarsi e per ribadire il proprio punto di vista e può diventare una battaglia».
Non è facile, dice Niola, dire che cosa contraddistingue la Generazione Z che va al cinema. «C’è sicuramente una nuova cinefilia. Il mio canale YouTube, Storyline, viene seguito per il 20/25 per cento da un pubblico che ha circa 20 anni. Subito dopo, c’è il pubblico che ha tra i 25 e i 35 anni. Durante gli incontri dal vivo è difficile avere un dato reale, perché sono eventi del Post e il pubblico che c’è segue innanzitutto Il Post. Nei luoghi della cinefilia, come possono essere la Mostra di Venezia o il Cinema Ritrovato a Bologna, mi è capitato di interagire e di essere fermato da tanti ragazzi. Quando lavoravo per BadTaste, c’era un altro tipo di visibilità. Oggi vengo invitato a molti più podcast e incontri e su molti più canali YouTube. È evidente che ci sia un forte interesse. Una volta, questo stesso interesse non si esprimeva con i video o con i podcast, ma con i blog. La cosa veramente straordinaria è il fatto che questa rinnovata passione abbia toccato proprio il cinema».
Sulla capacità del cinema italiano di coinvolgere la Generazione Z Niola concorda, sostanzialmente, con Casula. «Parliamo di un pubblico interessato a ciò che è estremo, netto e riconoscibile. E infatti non è un caso se Sorrentino riesce ad attirare una fetta importante dei più giovani. Nel suo essere sé stesso, è deciso. La Generazione Z è un pubblico che cerca sensazioni forti e le sensazioni forti sono lontanissime, molto spesso, dal nostro cinema. La produzione media italiana non ha le caratteristiche della spettacolarità e non sfrutta appieno il potenziale della sala. Parliamo di un pubblico da cinema: se una storia è drammatica, deve essere molto drammatica; se è una storia horror, deve essere o molto horror o horror in modo intellettuale. E se domani dovesse uscire un Obsession italiano, non è detto che andrà bene. Perché andrebbero superati diversi livelli e soprattutto andrebbe superata questa perplessità nei confronti del cinema italiano».
La scelta de L’estranea di Paolo Strippoli come rappresentante dell’Italia ai prossimi Oscar, nella categoria dedicata al Miglior film internazionale, non va letta come un cambio di marcia. Dice Niola che si tratta della «tipica decisione da sistema»: «Strippoli è andato bene a Toronto, ha attirato una certa attenzione e non c’erano altri film adatti per la commissione dell’ANICA. E poi la distribuzione de L’estranea ha le risorse per investire e per spingere il film. Una cosa che, in passato, non è sempre successa». La Generazione Z, insomma, segue il dibattito e la critica, è attenta ai cambiamenti e alle novità. Sicuramente, ammette Niola, non legge i quotidiani o i giornali di carta. «Però online è facile notare una grande curiosità. Anche cose che non sono editorialmente organizzate o strutturate hanno un seguito consistente: rispondono a una domanda che non sta diminuendo ma solo crescendo».
La Generazione Z è il presente del cinema
La Generazione Z non è semplicemente il futuro del cinema: è il suo presente. E andrebbe presa in esame come tale. Va riformata la comunicazione dei distributori per coinvolgerla e va soprattutto ripensato un certo prodotto italiano che non sembra minimamente interessato al cinema come esperienza e come luogo di spettacolarità. La Generazione Z, criticata costantemente per tante cose, ha dimostrato per l’ennesima volta di andare controcorrente, di non fermarsi ai pregiudizi e ai luoghi comuni. Chi è nato nell’era digitale, chi ha sempre avuto smartphone e computer a portata di mano, non rigetta la sala, ma la cerca. Sia per vivere emozioni forti sia, poi, per riprendere il controllo della propria vita dopo un periodo nefasto come quello del COVID.
