Sei di queste stazioni radiofoniche si possono già ascoltare sul sito del videogioco, in attesa del giorno dell'uscita, il 19 novembre.
La cosa più importante di Nord Sud Ovest Est, la nuova stagione della serie sugli 883, su Sky e NOW dal 9 ottobre, è l’amicizia che unisce i due protagonisti, Max Pezzali e Mauro Repetto. Perché, dice Sydney Sibilia, creatore, regista, sceneggiatore e produttore, è un’amicizia che ci parla di noi, di quanto le cose semplici siano importanti, e poi perché ci parla di talento e dello sforzo che facciamo ogni giorno per proteggerlo. Insieme all’amicizia, ovviamente, c’è la musica. E con la musica arriva l’effetto nostalgia per gli anni Novanta, per un’Italia che ci sembra incredibile ma che, alla fine, non lo era nemmeno così tanto.
La differenza che c’è tra televisione e cinema, mi spiega Sibilia, gli ha permesso di avere più libertà. In un film, bisogna essere diretti e non ci si può perdere in citazioni. In una serie tv, al contrario, hai il tempo necessario per ricominciare, per partire da un altro punto e per stravolgere ogni cosa. Nord Sud Ovest Est non è come Hanno ucciso l’Uomo Ragno, la prima stagione. È diversa. Non tanto per i temi che racconta e affronta, ma per la forma che sceglie. Nel corso della sua carriera, Sibilia si è specializzato nel costruire, o ricostruire, mondi interi. Sa giocare con un certo immaginario, con il genere, e sa usare in modo intelligente la musica.
Nord Sud Ovest Est rappresenta una specie di ponte. Tra quello che una serie tv può fare e quello che, al contrario, può essere. E anche tra il desiderio di Sky di allargarsi, coinvolgendo un pubblico più grande, e l’intenzione di rimanere aperta all’originalità delle idee. Dice Sibilia che Nord Sud Ovest Est è un racconto di formazione: cita le serie tv americane, si concentra sulle dinamiche tra amici e prova a seguire i due protagonisti tenendoli sempre insieme, l’uno accanto all’altro.
ⓢ Per questa nuova stagione, hai scelto un approccio completamente differente, specie all’inizio, durante la prima puntata. Non è stato un rischio?
Nemmeno per un secondo ho pensato di rifare le cose nello stesso modo in cui le abbiamo fatte durante la stagione precedente. Per carità: avremmo potuto. E avremmo potuto cominciare con Max e Mauro (interpretati da Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli, ndr) nella tavernetta, mentre suonano e scrivono canzoni. Ma non era questo lo spirito giusto con cui lavorare, soprattutto non dopo il successo di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Dovevamo uscire dalla nostra zona di comfort. Basta pensare alla prima puntata, che citavi anche tu: parla di un’altra cosa. Ecco, quante volte è stata fatta una scelta simile? Non è la più rassicurante del mondo. Però Sky ci ha lasciati liberi e non ha mai messo in discussione la nostra visione.
ⓢ Quando avete preso questa decisione?
La verità è che la serie era già pensata così. Poteva essere un’unica stagione di sedici episodi. E invece abbiamo fatto due stagioni. Questo episodio è stato il primo di Nord Sud Ovest Est. Abbiamo pensato che la risposta alla domanda di Mauro, “e io questa come la ballo?”, dopo aver ascoltato Come mai, meritasse una digressione enorme. Dopo una prima stagione di successo, ne abbiamo approfittato per fare altre cose, per sperimentare, per cercare nuove soluzioni. E lo ripeto di nuovo: non so quante altre realtà ci avrebbero dato la stessa libertà che ci ha dato Sky.
ⓢ Il macrotema della stagione, ma un po’ di tutta la serie, è la fine dell’infanzia.
Questa è la storia di un ragazzo, che si chiama Massimo Pezzali, e del suo migliore amico, Mauro Repetto, e di che cosa vuol dire crescere. Quindi sì, sotto questo punto di vista rispetta quella che potremmo definire “la ricetta del romanzo di formazione”. Poi, con il procedere delle puntate, la storia diventa anche una storia di sogni e speranze, di successo e sfide. E se uno dei due è pronto a diventare adulto, per fare il cantante e vivere a fondo il proprio mestiere, l’altro ha come un moto di rifiuto e non vuole diventare adulto. Ed è questo, poi, il motivo della distanza che si crea. Noi, da parte nostra, non prendiamo nessuna posizione.
ⓢ No?
Assolutamente no. Facciamo un’altra cosa: mostriamo le possibilità che ha chi sta diventando grande e tra queste possibilità ci mettiamo anche quella di non volerlo diventare. Questa serie, per alcune cose, è un po’ un teen drama. E ci sono riferimenti e citazioni. La casa di Max, per esempio, ricorda quella di Beverly Hills 90210. C’è una dinamica molto simile con i genitori. E magari sono cose che non arrivano a tutti. Sicuramente non arrivano ai ragazzi e alle ragazze che quelle serie non le hanno mai vissute come le abbiamo vissute noi. Era un mondo completamente diverso rispetto a quello in cui ci troviamo oggi. Le serie tv si seguivano in un altro modo. Ci sono anche dei riferimenti italiani: da una parte I ragazzi della 3ª C e dall’altra c’è Ovosodo, il film di Paolo Virzì.
ⓢ Che cosa era importante?
Riuscire a mantenere quel tono dolceamaro che aveva anche la commedia italiana di una volta. La televisione ti permette di sperimentare con i linguaggi, proprio perché, rispetto a un film, non va dritta al punto. E ti permette anche di inserire più citazioni senza risultare eccessivi.
ⓢ Questa serie è anche un modo per rivivere un’altra epoca. E siete stati molto attenti nel ricostruire determinati momenti, da Non è la Rai ai set dei videoclip degli 883. Quanto tempo avete passato studiando? Si sviluppa una sorta di ossessione rispetto alla precisione del racconto?
Si studia molto. Rispetto a ogni puntata, è fondamentale capire quello che sarà il movimento emotivo dei personaggi e quello che sarà il tema. Ed è fondamentale, proprio per poter essere in controllo, conoscere il periodo in cui la storia si svolge. E questo serve anche per un’altra ragione: per mettere al primo posto la trama e non per piegarla alle necessità della ricostruzione storica. Se sai quello che stai facendo, sei più consapevole e libero. Ed è un aspetto che si riflette innanzitutto nella scrittura, poi nella gestione dell’immaginario e nell’utilizzo delle canzoni. La parte centrale della storia rimane sempre la stessa: l’amicizia di Max e Mauro.
ⓢ Una delle grandi sorprese di questa stagione è la presenza di Carlo Lucarelli, interpretato da Alessio Praticò: è stato lui a scrivere la sceneggiatura dei videoclip degli 883.
Questa è una cosa incredibile. Tu la sapevi? Io l’ho scoperta per caso. Una volta ci è venuta a trovare Sofia Assirelli (che ha lavorato alla sceneggiatura de La vita da grandi di Greta Scarano, ndr). E ci ha raccontato di quando Lucarelli le aveva detto che era stato lui l’autore dei videoclip degli 883. A quel punto le ho chiesto di scrivergli e di domandargli se potevamo inserirlo nella serie. E lui ha detto di sì. Mi faceva sorridere che un intellettuale del suo calibro, uno scrittore e un volto importante della televisione, avesse lavorato come sceneggiatore ai videoclip degli 883. Per carità: la nostra è una versione fortemente romanzata; non sappiamo davvero come sono andate le cose. È difficile risalire con certezza a quello che è successo più di trent’anni fa. Questa seconda stagione, rispetto alla prima, ha avuto diversi paletti.
ⓢ In che senso?
Durante la prima stagione, eravamo molto più liberi. In questa, invece, c’erano dei momenti precisi che erano documentati. Nel giro di un anno, gli 883 sono passati da assoluti sconosciuti che hanno venduto centinaia di migliaia di copie di un album a personaggi onnipresenti in televisione. E quindi quel mondo lì, in qualche modo, finisce un po’ per costringerti a prendere determinate decisioni.
ⓢ Nella serie, Repetto si impegna nel proteggere il talento di Pezzali. Ed è un tema che ritorna. Ti chiedo: ti è mai capitato di trovarti nella stessa posizione e di dover proteggere il talento di qualcun altro?
Come regista e produttore, mi capita spesso. Pensa, banalmente, agli attori che scelgo o ai registi più giovani, che magari stanno per esordire. Credo che sia fondamentale non dimenticarsi che, una volta che dai spazio a qualcuno, devi anche seguirlo e provare ad aiutarlo. Magari è una cosa più evidente nel mondo della musica con i cantanti. Ma è chiaro che l’arte, di per sé, è un processo collettivo. E tutti quelli che hanno una parte in questo processo collettivo hanno anche una responsabilità.
ⓢ Nel tuo percorso è stata importante anche l’amicizia?
Lavoro da tantissimi anni con Matteo Rovere, con cui ho fondato Groenlandia. E lui è innanzitutto un amico. Ci chiedono sempre chi è Max e chi è Mauro tra di noi, ma non è questo il punto secondo me. Le storie sono sempre un po’ simili e un po’ diverse. Io ho sempre avuto delle persone intorno a me, e ci siamo sempre aiutati a vicenda. A parte Matteo, mi viene in mente anche Fabio Ferro, con cui ho girato i miei corti. Per me l’amicizia è molto importante. Quando sei solo, dove vai?
ⓢ Prima mi dicevi che Sky ti ha lasciato grande libertà. La serie sugli 883 è una specie di mosca bianca nel panorama italiano?
Io non credo che sia un’eccezione. In questo caso abbiamo fatto delle scelte radicali, è vero, e sono scelte radicali che sono state avallate da Sky e dal sistema in cui ci siamo mossi. Sky può sembrare un’entità astratta, ma è fatta di persone. Non te le cito tutte, ma sono state queste persone che ci hanno affiancato. Anche loro volevano fare qualcosa di nuovo e di inaspettato per il pubblico. È vero che a volte devi uscire un po’ dalle logiche strettamente commerciali per poter abbandonare meccanismi e idee che hanno funzionato e che hanno avuto successo e sostituirli con altri meccanismi e altre idee. Sotto questo punto di vista sono stato fortunato. Le cose brutte, se le ho fatte, sono state colpa mia. E serve anche questo: sapersi prendere le proprie responsabilità.
ⓢ Ti manca il cinema?
Ma in realtà, in Groenlandia, continuiamo a lavorarci. Tra poco esce Cambogia, il primo film diretto da Valerio Lundini.
ⓢ Scritto, tra l’altro, con Francesco Agostini, che ha lavorato anche in Nord Sud Ovest Est. Io però mi riferivo alla regia: è da un po’ che non dirigi un film di finzione.
Ho un’idea che sto sviluppando. Il cinema è molto diverso dalla televisione, e in questo momento storico sta affrontando una fase abbastanza difficile. Sono contento di tornare a fare film. Mi sono divertito a fare la serie sugli 883, che è un lavoro più industriale. Io ho diretto tre episodi. Alice Filippi, invece, ne ha diretti sei. E se questa serie ti piace, forse è più merito suo che mio (ride, ndr). Il film è diverso, ti dicevo, perché è una cosa più tua, più personale.
ⓢ Il nuovo film racconta una storia di fantasia o è tratto da qualcosa?
Non ti posso dire niente per ora. Non vorrei uscissero anticipazioni quando è ancora tutto in divenire. Ti dico che non lo so, ecco.
ⓢ Nel frattempo sei diventato papà.
Mi sembrava troppo facile… e quindi io e Greta (Scarano, ndr) abbiamo deciso di aggiungere un altro livello di difficoltà (ride, ndr) Considera che mentre Greta era incinta io facevo avanti e indietro da Pavia per le riprese della serie degli 883. Prima chiedevo a Greta come stava, come si sentiva. Poi, quando mi diceva che stava bene, ripartivo. E dovevo anche passare in ufficio.
ⓢ Il momento in cui si diventa genitori è il momento in cui l’infanzia finisce definitivamente?
Non lo so… Per me, anzi, è cominciata quasi un’altra infanzia (ride, ndr). Non è una cosa così cinematografica. Non cambi da un giorno all’altro. È molto più graduale. L’ho notato anche grazie ai miei amici, che hanno avuto figli prima di me: non sono cambiati molto. Anzi, sono rimasti praticamente uguali. Quello che cambia subito è il tuo stile di vita. Gli altri effetti sono più a lungo termine.
ⓢ «I figli ti invecchiano», diceva Mattia Torre.
E aveva ragione.
ⓢ Con la vostra serie, ci avete regalato diverse reunion degli 883.
Max e Mauro hanno un rapporto meraviglioso. Vivono a distanza, perché Mauro ha casa a Parigi. Ma si vedono, si incontrano. E quando sono insieme, sono stupendi. Sono sempre gli stessi: due compagni di banco. È un grande privilegio poterli vedere così da vicino. La storia della frattura è una cosa più giornalistica, secondo me. Fanno due lavori diversi, ma sono sempre amici. E sotto quel punto di vista la nostra serie è poco romanzata.
ⓢ Qual è stata la canzone con cui li hai scoperti?
Quando ero piccolo tutti cantavano Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Al liceo, invece, ascoltavo La regola dell’amico e La dura legge del gol. Mi ricordo di più gli eventi successivi a quelli che abbiamo raccontato nella serie. E poi ricordo con estrema lucidità quando, tra il 2018 e il 2019, ho riascoltato con calma tutte le canzoni, concentrandomi sui testi, e ho capito che sono canzoni senza tempo, che ci parlano ancora oggi. I cantanti sono sempre fighi, no? E invece gli 883 si prendevano in giro; si davano da soli degli stronzi. Si percepivano come le altre persone.
ⓢ È stato in quel momento, tra il 2018 e il 2019, che hai deciso di sviluppare questa serie?
Sì, è stato in quel momento che ho cominciato ad avvicinarmi e a interessarmi alla storia di Max e Mauro. Parliamo di due compagni di banco che sono diventati famosissimi, in un mondo che non è quello di oggi, dove si è famosi per delle bolle e non per tutti: all’epoca tutti conoscevano gli 883. Sia la nonna che il nipote. Erano in tv, erano personaggi pubblici. Poi a un certo punto è arrivata la rottura e uno dei due è scomparso. Ma né i fan né loro stessi avevano la possibilità di dire niente. C’erano i giornali, sì, ma i giornali rimanevano una cosa grossa, da usare con parsimonia. Non potevi fare un’intervista per ogni novità. Oggi ci sono i social. All’epoca no e nascevano delle vere e proprie leggende metropolitane. Per le persone era più importante la canzone del cantante. Ed è un aspetto che mi affascinava moltissimo, specialmente se confrontato a quello che succede ora.
ⓢ Secondo te perché anche chi non ha vissuto quegli anni, guardando questa serie, ha finito per provare una sorta di nostalgia?
Secondo me dipende molto da come viene rappresentato un periodo. La nostalgia non è tanto per il walkman o per le musicassette; la nostalgia è per l’impegno che c’era nello scegliere le canzoni, nel conservarle. Avere una dimensione fisica e tangibile, una volta, era molto importante. Oggi siamo costantemente travolti da notizie terribili. Seguire la storia di questi due ragazzi è una specie di pausa. Ti fa venire voglia di vivere in un’altra epoca, che ti sembra migliore. È l’effetto Happy Days, una cosa che, più o meno, c’è sempre stata. Insomma, non è vera nostalgia: sono gli effetti balsamici che hanno le storie.
