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Pravda couture

Femen e Pussy Riot. Estetica post-sovietica della protesta femminile, dal seno nudo al passamontagna

Passamontagna  tricottati, alcuni con applicazioni di paillettes che circondano il buco intorno alla bocca, e poi quei collant coprenti dai colori neon. Le Pussy Riot nel loro nascondersi sono diventate riconoscibilissime: una dozzina di ragazze di cui poche imbracciano le chitarre mentre le altre, molte, agitano bandiere viola con abiti sbracciati e tunichette fucsia. Dietro di loro la neve e il Cremlino. Di recente le Pussy Riot sono diventate da performer irriverenti (vedi assalto nella cattedrale ortodossa di Cristo Salvatore con jam session che altro non era se non una preghiera per la liberazione della Russia da Putin con basso elettrico a sfiorare icone centenarie) a fatto di cronaca mondiale  causa la posizione critica di Mosca che ha arrestato tre di loro e il cui processo che era per direttissima è stato rinviato fino al 24 giugno con stato di fermo.

Polaroid di un’inchiesta. Ovunque è rimbalzato questo ritratto, una sorta di foto segnaletica con le tre ragazze sedute comodamente, come su un divanetto di un vernice qualunque, mani in grembo per una, mento appoggiato per l’altra e braccia distese per un’altra ancora. Tutte tre indossavano con nonchalance il passamontagna che è fuori questione manchi a ogni membro del collettivo nato nel 2011 e che si è già iconizzato a dovere come manifesta il journal del gruppo il cui simbolo è proprio il passamontagna rosa. Al centro della foto che ha fatto il giro del mondo c’è la chitarrista di ogni live (ora dichiarato dalla polizia russa come un atto di teppismo) che indossa un abito anni Sessanta bianco latte con al centro due strisce, una blu e una rossa. Citazione alle elezioni francesi? No per nulla, perché lontanissime sono dalle Pussy Riot le orde-ordinate di giovani hollandiste e ancora di meno le seguaci dell’ultim’ora del look acqua e sapone (declinato in sciatteria) di Carla Bruni. No, le Pussy Riot se proprio devono pescare dal passato (e devono vista l’età media del gruppo che non si avvicina ai 25) hanno come riferimento le tedesche Chicks on Speed, il (non più) sestetto di Monaco alla base dell’electroclash anni Novanta. E da loro le Pussy Riot hanno preso look e movenze, e anzi ne hanno esagerato le caratteristiche femminili: ancora più silhouette che rispondono alle forme di mini pepli lilla tenuti insieme da cinture di strass dorate. Irriconoscibili per il passamontagna che cela il viso, riconoscibilissime proprio per la divisa che portano con orgoglio e che caratterizza ognuna di loro in tutte le loro performance. La furia di questa band che pensa alle Riot Grrl  ma le rifugge proprio grazie a una protesta cromaticamente rumorosa inventata dal nulla. Dopo anni di black bloc .

Dress up vs nudismo. Pochi mesi prima però, la femminilità messa sul piatto delle proteste era quella ucraina. Studentesse poco più che ventenni tentavano di riprendersi il Paese con il loro corpo di marmo totalmente esposto a partire dal seno nudo. Nessun omaggio dichiarato al reggiseno bruciato nel femminismo sessantottino, quanto piuttosto un corpo-manifesto che ospitasse su pelle bianchissima scritte in nero realizzato con uniposca scadenti e, provocazione, trecce bionde con fiori nei capelli. Le Femen nate nel 2008 a Kiev, come le russe coetanee punk dai mini dress colorati, non avevano nessuna paura del gelo -anche politico- che subivano. Nessun governo contro cui protestare dichiaratamente ma l’ideale di liberare l’Ucraina dal turismo sessuale e dal cliché che ha distrutto il loro stesso paese, quello delle giovani ucraine, bellissime, come merce di scambio con l’Europa che in loro vedeva più modelle che altro. Vero, perché di primo acchito quello che si pensava guardando la prima fila dei loro cortei era a delle modelle pronte al casting, bellissime in skinny neri e All Star, qualcuna con una felpa nera annodata in vita e il busto sottile spauritamente coperto da masse di capelli in movimento. Riot belle e dichiarate con il viso scoperto e il seno a infastidire i passanti. Qualche settimana fa sono tornate sui quotidiani per aver fatto irruzione anche loro in una chiesa, anzi sul campanile della cattedrale di Santa Sofia per dichiarare la loro posizione antiabortista. Meno incisive rispetto al loro debutto acqua e sapone dello scorso anno, le Femen ora si sono legate a simboli che esulano dal loro semplice corpo nudo, fino ad arrivare a polemiche “parallele” come quella mossa da una delle loro rappresentati che ha fatto del suo fisico non filiforme come in genere hanno le altre compagne, una protesta improvvisata fuori da una metropolitana seguita da pestaggio.

Finché arriva l’oligarca. I corpi nudi delle Femen che arrancano verso altre proteste sembrano uno strumento a cui ci siamo presto abituati mentre nella Russia a un soffio dalle elezioni ci si copriva il volto e si introduceva un’ilarità cromatica per nulla balcanica. Anzi, quasi un azzardo agli Ottanta losangelini. Anni in cui in Russia non erano ancora arrivati i carichi di moda europea e le tute di ciniglia e i colori neon non esistevano perché non ancora importati dagli oligarchi di ultima generazione. Per questo le Pussy Riot nel loro intervento hanno scosso il classicismo delle femministe ucraine: nel loro irrompere e disturbare, il collettivo moscovita ha dalla sua una coordinazione scenica che più di quanto si creda è estremamente montata e organizzata nei minimi particolari. Messaggi chiari indossati a dovere in una cromia che infastidisce ma non offende, anzi, riassume bene la corsa (economica, sociale e quindi anche stilistica) della Russia negli ultimi venti anni. E le Pussy Riot lo interpretano in maniera critica. Una coordinazione del genere in ambito di proteste, per nulla lasciata al caso, si era intravista poco tempo prima: quando sempre in Russia era cresciuta la febbre da Voina, il gruppo di artisti che dopo aver disegnato l’enorme fallo sul ponte di San Pietroburgo era tornato al primordiale esibizionismo: una sorta di Satyricon politico dove orge e happening lo aveva consegnato alla polizia e fatto scattare il supporto di gran parte del mondo politico non russo (a chiederne pubblicamente la liberazione e si disse pronto a pagarne riscatto soprattutto Bansky innamorato della loro arte e pronto a farli diventare un’opera). Iconici nel loro fermare il tempo della Russia anche attraverso ciò che (non) indossano, come nel caso di Natalia Sokol, che mostra il pancione all’ottavo mese di gravidanza con camperos, calzoncini di seta da pugilato e maglione da Kurt Cobain.

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