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La zarina

Dieci anni fa un'ex assistente la descriveva al mondo come una direttrice dispotica e capricciosa. Oggi il Metropolitan Museum le intitola il Costume Institute. Evoluzione della donna più potente del sistema moda: Anna Wintour. Icona temuta e fund raiser navigata.

Ho sfiorato Anna Wintour tante volte (e, premetto, non le ho mai parlato): alle sfilate e agli eventi della settimana della moda, circondata dai bodyguard e tempestata dai flash dei fotografi, occhiali scuri e telefono in mano; lei che scappa a braccia conserte verso l’auto nera, camminando a passi svelti e ravvicinati. Poi, una sera, l’ho incontrata davvero, e per caso: ero a Londra al National Theatre a vedere uno spettacolo – una replica, con i biglietti costati poche decine di sterline – e, nell’intervallo, ho lasciato la poltrona per andare in bagno. Ed eccola: vestito corto e giacca di pitone (sì, lei ama le cosiddette pelli pregiate. E anche le pellicce), senza i canonici occhiali a schermarla dal mondo e senza persone intorno. Sono rimasta sorpresa, stupita dal fatto che lei come me andasse a teatro in un giorno qualunque ad uno spettacolo qualsiasi, senza bodyguard e senza i riflettori puntati addosso. La zarina della moda seduta nel parterre con un’amica: pochi ingredienti per una storia di normalità e poco altro. Tornata al mio posto ho esordito: «Non sapete chi ho incontrato: Anna Wintour». Risposta degli amici britannici (nella fattispecie: una biologa e un avvocato): «Chi?».

Anna Wintour è la regina della moda internazionale. Tanto da essere soprannominata “la zarina”, appunto. È nota ai più perché sul suo personaggio – sul suo ruolo, sulle sue manie e sul trattamento non proprio zuccherino riservato ai propri collaboratori – è stato modellato quello di Miranda Priestly, temibile e terribile direttrice della fantomatica rivista di moda Runway, protagonista de Il Diavolo veste Prada, romanzo del 2003 scritto da Lauren Weisberger (scrittrice americana chick-lit: ha lavorato per un periodo come assistente di Anna Wintour, guarda caso) e portato sullo schermo nel 2006 – con enorme successo: ha incassato 326 milioni di dollari al botteghino – con la regia di David Frankel. Miranda, lo ricorderete anche se non siete appassionati di moda tout court, venne interpretata magistralmente da Meryl Streep.

Di Anna, immutabile caschetto biondo a parte, si conoscono poche cose ma non pochissime: nata a Londra il 3 novembre del 1949 – così recita Wikipedia –, respira giornalismo fin dall’infanzia: è infatti la figlia di Charles Wintour, editor dell’Evening Standard negli anni Sessanta e, in seguito, managing director delDaily Express. Appassionata di moda fin dall’adolescenza – si tiene aggiornata sulle tendenze facendosi spedire alcune riviste americane come Seventeen; critica il look “imposto” dalle scuole britanniche mentre tutto intorno la moda subisce una rivoluzione radicale – comincia a lavorare nel mondo del giornalismo dietro la spinta di mr Wintour: «Penso che sia stato mio padre a decidere davvero che avrei lavorato nella moda – dice Wintour nel documentario The September Issue, girato da R.J Cutler nel 2007 e uscito nel 2009 –; non ricordo quale modulo stessi riempiendo, forse per una qualche ammissione, ma in fondo chiedeva quali fossero i propri “obiettivi di carriera” e io mi domandavo cosa avrei dovuto scrivere. Lì mio padre disse: “Scriverai che vuoi fare il direttore di Vogue” e fu così, era stato stabilito».

La carriera della Wintour al vertice della più autorevole rivista d’America (e, per certi versi, del mondo) in tema di moda e di stile comincia nel 1988. Da allora Anna è direttore di Vogue America, da allora detta legge: ha riportato le pellicce sulle riviste – e addosso alla gente – incurante delle proteste degli animalisti; ha lanciato alcuni tra gli stilisti oggi più noti creando una sinergia di immagine e di potere con la first lady Michelle Obama, che ha più volte scelto di indossare abiti dei giovani “protetti” della Wintour nelle occasioni ufficiali, spostando il focus sulle nuove leve della creatività made in Usa. Ha portato le star di Hollywood (e non solo) sulla copertina di Vogue stabilendo una nuova gerarchia del costume che inserisce nella categoria “icone di stile” personaggi dal carattere deciso e dall’intuito affilato: da Oprah Winfrey a Hillary Clinton, da Lady Gaga a Michelle Obama passando per Beyoncé.

«La sua genialità – ha detto Marc Jacobs al Wall Street Journal che nel 2011 ha dedicato alla Wintour la cover del proprio magazine – sta nello scegliere le persone giuste in modo astuto e in ogni campo: politica, cinema, sport, moda».

Dal 2013 è anche direttore artistico della Condé Nast, casa editrice di Vogue. La sua vita privata, invece, ruota attorno ai due figli: Charlie e Katherine detta Bee, rispettivamente 28 e 26 anni, avuti dall’ex marito David Shaffer da cui ha divorziato alla fine degli anni Novanta. Nessuno dei due pare sia interessato a seguire le orme materne nel patinato fashion system. Dal 1999 il compagno della zarina è Shelby Bryan: 66 anni, texano, è un uomo d’affari e ha affiancato Anna nelle raccolte fondi per finanziare le due campagne presidenziali di Barack Obama.

Anna Wintour è, di fatto, una potenza. Economica, in primis: c’è il suo zampino – leggi: la sua consulenza – dietro l’affermazione di stilisti e case di moda del calibro di Micheal Kors e Marc Jacobs. Il suo supporto, in ogni campo, significa una sola cosa: successo. «La sua genialità – ha detto Marc Jacobs al Wall Street Journal che nel 2011 ha dedicato alla Wintour la cover del proprio magazine – sta nello scegliere le persone giuste in modo astuto e in ogni campo: politica, cinema, sport, moda». E pare sia stata proprio Anna, nel 1997, a spingere Jacobs nel cuore della galassia LVMH: una mossa azzeccata, considerando che lo stilista americano ha guidato la maison Louis Vuitton fino al 2013. E lo ha fatto con ottimi riscontri, in termini di popolarità del prodotto, di orientamento della casa di moda (durante la sua direzione creativa si è rafforzato il legame tra LV e il mondo dell’arte) e di risultati economici.

Adesso Anna è anche un’istituzione: qualche giorno fa le è stato intitolato il rinnovato Costume Institute del Metropolitan Museum di New York, celebre per aver reso la moda “un affare da museo” con milioni di persone che hanno visitato le mostre proposte annualmente al Met, e pronto a riaprire al grande pubblico dopo un restyling da 40 milioni di dollari il prossimo 8 maggio, con l’inaugurazione della mostra “Charles James: oltre la moda”. Per il Costume Institute, complice il tradizionale Met Ball, galà primaverile di fund raising organizzato ogni anno all’inizio di maggio dal direttore di Vogue, Anna Wintour ha raccolto circa 125 milioni di euro negli ultimi 19 anni. Anna, del resto, è una fund raiser navigata: come accennato poche righe fa, infatti, ha contribuito alla campagna per la rielezione del presidente Obama esponendosi in prima persona con il progetto “Runway to win” che, complici una serie di prodotti realizzati ad hoc da alcuni dei creativi più noti della moda americana, ha raccolto ben 40 milioni di dollari.

Oggi Anna Wintour è più che altro un’illuminata promotrice di giovani talenti, una paladina della cultura e, ancor meglio, della moda come forma di cultura, un’altolocata democratica.

Negli ultimi dieci anni la Wintour ha saputo sapientemente cambiare la propria immagine. E lo ha fatto utilizzando tre strumenti che padroneggia in modo inequivocabile: la capacità di creare un ponte (e mantenerlo) tra estetica e business, tra aziende e consumatori – attraverso il giornale; l’influenza che lei, singolarmente, esercita a più livelli e in più campi a livello internazionale; le attività di fund raising che l’hanno consacrata come sostenitrice di grandi cause, culturali e politiche, e altrettanto grandi personaggi.

Non è più vista come la dispotica direttrice, la capricciosa monarca che costringe le proprie assistenti a fare l’impossibile, che boccia le idee dei collaboratori perché adora il suono della parola “no” e la considera un mezzo efficace per mantenere inalterato il proprio potere. Oggi Anna Wintour è più che altro un’illuminata promotrice di giovani talenti, una paladina della cultura e, ancor meglio, della moda come forma di cultura, un’altolocata democratica. La trasformazione è riuscita alla perfezione, tanto che La vendetta veste Prada, secondo attesissimo capitolo della saga scritta da Lauren Weisberger e pubblicato in Italia a novembre, pare non essere così convincente come suo predecessore. Miranda compare sulla scena – metaforicamente parlando, ma non troppo: il film dovrebbe arrivare entro il 2015 – dopo un paio di pagine quando sbaglia assistente e, soprattutto, numero di telefono (a distanza di anni, e già questo è strano) e chiama Andy per errore. Capita a tutti di chiamare la persona sbagliata, vuoi per disattenzione, vuoi per la fretta. Ma non due volte. Almeno immagino non ad Anna Wintour: dopotutto rimane la zarina.
 

Photo credits: Astrid Stawiarz/Getty Images

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