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L’imprenditore è romantico

La retorica dello stilista vate, con l’inevitabile corollario del brand come espressione di total living modellato ad personam, è vecchia come il cucco. Semplicemente, non funziona più. Davvero dobbiamo sapere cosa fa e con chi Tizio, quante case ha Caio o dove va in vacanza Sempronio, per poi acquistare a caro prezzo i vestiti su cui mettono l’etichetta, che alla peggio sono solo rielaborazioni stanche di capetti scovati alle pulci da assistenti sottopagati dall’occhio lungo? Siamo onesti: la ruota ha smesso di girare in questo modo. Gli unici che sembrano non essersene accorti sono certi PR della moda, che continuano a proteggere i loro “clienti” in una torre d’avorio asettica e anacronistica, e poi TV e rotocalchi, colpevoli di un linguaggio sensazionalistico che poco e male cela il vuoto pneumatico che sta dietro ai fatti nel mondo pop. Naturalmente, senza far di tutt’erbe un fascio, c’è anche chi da questa retorica è del tutto immune, perché vive di idee e di realtà, non di vuoto spinto. Dries Van Noten, ad esempio. Ecco, Van Noten è una felice eccezione: uno che con i vestiti racconta storie senza inventar balle, che non pretende di reinventare la ruota ad ogni giro e che, in un mondo abbrutito e cinico, crede ancora, testardamente, nell’eleganza. E poi è gentile, in quella maniera composta e azzimata che fa tanto Vecchio Continente. Nulla nel suo lavoro, dalla ricchezza dei colori al tripudio delle stampe all’atmosfera dei negozi, concepiti come case, gallerie o bazar invece che come cattedrali celebrative e intimidatorie, parla di forzatura. Mentre le esigenze del marketing stritolano la moda, togliendo magia, lui percorre imperterrito la propria strada. Non scalcia e non sgomita, eppure il successo lo ripaga, dimostrando che le regole sono buone per i manuali, e che infrangerle è salutare. Senza una sola pagina di pubblicità, senza una seconda linea e nemmeno una terza, contando solo sulla forza dei vestiti e di memorabili quanto raffinati fashion show, Van Noten ha costruito un impero, piccolo ma solido, e una incrollabile reputazione di trendsetter. Anna Wintour, nota per centellinare la propria augusta presenza, la sfilata di Van Noten non se la perde mai. Questo vorrà pur dire qualcosa, no?

 

“Mi piace sognare, creare abiti che facciano star bene, che facciano venir voglia di essere indossati. Amo avere intorno gente felice, ed è a gente così che rivolgo il mio messaggio” racconta il designer, con un sorriso, aggiungendo subito “C’è talmente tanto di me come persona in quello che faccio, che a volte mi spavento: è come se mi mettessi a nudo davanti al pubblico, senza filtro alcuno”. Parla calmo, prendendosi tutto il tempo necessario per elaborare ogni risposta. La voce è ferma, con il picco curioso della R belga, arrotata e penetrante, che spezza l’uniformità della tessitura sonora. Siamo a Parigi, al numero 4 di Rue du Plâtre, basso Marais: una ex-galleria che Van Noten ha acquistato a metà degli anni ’90, e che da allora funziona da distaccamento locale della maison, la cui sede è ancora ad Anversa, dove il designer è nato, e dove tutt’ora vive e lavora (proprio ad Anversa sono stati scattati i ritratti di questa pagine, ndr). Questa zona dell’arrondissement, con le sue viuzze strette e i negozietti indaffarati, è insieme industriosa e pittoresca, lontana mille miglia dalla centrale gay piena di beefcake in canottiera e reginette muscolose che il Marais è diventato altrove. Vestito nell’uniforme d’ordinanza – camicia bianca, maglia girocollo blu e chinos, i capelli leggermente brizzolati con la riga di lato, da bravo ragazzo – giovanile e affabile, Van Noten potrebbe tranquillamente esser scambiato per un antiquario, uno storico dell’arte, magari anche un fiorista o un glottologo, ma non certo per lo stilista da manuale, vestito da clown, egomaniaco e sempre sopra le righe. Si stenta anche a dargli i cinquantatre anni che porta sul groppone, ma questo è solo uno dei benefici aggiuntivi della vita di provincia, balsamo magico per spiriti liberi. “Amo Anversa” racconta, avendo cura di far suonare l’affermazione come un dato di fatto, e non come uno statement politico “Posso raggiungere ogni meta con facilità pur continuando a vivere una dimensione relativamente piccola. Ogni tanto fare un passo indietro è salutare, nella moda soprattutto”. Seduto sul divano di velluto verde, Van Noten è calmo di una calma che potrebbe passare per distacco, non fosse che gli occhi, vivi e penetranti, esprimono attenzione sincera per l’interlocutore. “Non ho paura di ammettere che sono romantico” prosegue, schermendosi. “Molto romantico. Mi piace trovare bellezza in tutto ciò che mi circonda”. La capacità di restituire tanta bellezza in abiti di una eleganza impalpabile e toccante è il suo vero talento di stilista, aggiungiamo noi.

 

La moda è stata una scelta naturale per Dries Van Noten, nato nel 1958 da una famiglia, solida e borghese, di sarti. Cresciuto tra stoffe e collegio gesuita – il nonno, durante la guerra, rilavorava cappotti, rovesciandoli come si era soliti fare in tempo di carestia, mentre il padre aprì negli anni ’70 un grande emporio che è ancora sulla Nationalestraat, accanto alla boutique del figlio – il giovane Dries viaggia insieme ai genitori per fiere e sfilate e in seguito, quasi naturalmente, si iscrive ai corsi di moda dell’Accademia Reale di Anversa, all’epoca una piccola scuola d’arte. Si diploma nei primi anni ’80 con una manica di visionari che include Ann Demeulemeester, Martin Margiela e Water Van Beirendonck, gli stessi che, arrivati a Londra nel 1986, metteranno pacificamente a ferro e fuoco il sistema, imponendo una visione personale, umana e autentica del fashion design. Di tutto il gruppo, Van Noten, che proprio nel 1986 fonda la maison che porta il suo nome, è il più timido e tranquillo, ed esteticamente il più morbido: immune dal pessimismo cosmico di Ann come dalla furia decostruttiva di Martin e dal pop lisergico di Walter, a lui interessano chic, eleganza ed esotismo. Venticinque anni dopo, la ricetta è suppergiù la stessa, perché le idee buone non invecchiano. L’azienda, nel frattempo, è cresciuta, e pure parecchio, ma Van Noten non si è mai fatto tentare dall’idea di vendere o, peggio, di svendersi. “Siamo totalmente indipendenti” spiega, con un moto malcelato, ma perfettamente giustificato, di orgoglio. “Il che è insieme un vantaggio e uno svantaggio, anche se l’idea di essere io stesso il mio capo è imbattibile. Non ho gente del marketing che mi dice di rifare il già fatto perché ha venduto bene, ad esempio; allo stesso tempo, devo pagare il salario a tutti i miei impiegati, e ciò significa bilanciare accuratamente creatività e commercio”. Non il più facile dei compiti, tutto considerato, ma a Van Noten sta bene così. “Sono un creatore e un imprenditore, e la combinazione mi stimola: non vorrei mai dover scegliere tra un ruolo e l’altro”. Raro incrocio di businessman e sognatore, Van Noten ha le sue idee ha su un sistema che per molti versi va a rotoli, oppresso dalla legge del solo profitto, e non si spaventa ad esprimerle. “La moda oggi ruota tutta intorno al prodotto. Con le precollezioni e le sfilate che sono solo esercizi di marketing, è diventata un sistema, e ciò può essere pesante, per un romantico come me. È questo il motivo per cui faccio le cose a modo mio”. Ovvero, vende tutto ciò che mostra in sfilata, pur creando sfilate che sono sogni. Il mondo di Van Noten è esotico e sofisticato, pittorico ed elegante; ogni pezzo rimanda ad una dimensione altra, alta, ma non è pensato per sopraffare chi lo indossa. “La moda non dovrebbe mai essere cupa e angosciosa, ma al contrario creare un sentimento di gioia” chiarisce “Credo negli abiti come strumenti di espressione. Il più grosso complimento è incontrare per la strada qualcuno che indossa un mio capo in un modo che non avrei mai immaginato. Gli abiti dovrebbero sempre dire qualcosa della persona che li indossa, e ben poco del designer che li ha creati”. Fine della storia, debacle dei cliché.

 

Dries Van Noten vive praticamente nel design studio e lavora sodo su ogni aspetto del business, eppure non è un fashionista. Non emette pomposi editti di stile, non si fa vedere in giro con i ricchi e i famosi, non sembra toccato da ciò che altri, nel suo ambiente, sembrano trovare così disperatamente rilevante: il potere, su tutto. “Nella moda è molto facile credersi il dio del proprio piccolo mondo, ma questo è quanto di più lontano ci sia dalla verità. Io sono appassionato di giardinaggio, e cerco di spendere un po’ di tempo ogni giorno tra piante e fiori. Il giardino ti costringe ad uno sforzo di umiltà: sei lì con i piedi per terra e le mani nella terra, ma i fiori sbocciano solo se lo vogliono, e non perché tu li costringi a farlo”. Nel lavoro di Van Noten, come nel suo giardino, non c’è niente di forzato; anzi, tutto è decontratto, nonchalant. Mentre l’ossessione per la cosiddetta modernità distrugge la storia, lui non ha paura a confessare il proprio amore per la tradizione, per il savoir faire artigianale, per la sartoria e l’arte del ricamo. Tuttavia, non è un nostalgico; semplicemente, è un uomo che vive il presente, serenamente, consapevole del proprio ruolo nella società. Conclude “Potrei ritenermi un artista, ma non lo faccio. Un fantastico chef che fa una torta fantastica merita a ragione lo stesso titolo”. Sorride, fa per alzarsi, ma lo blocchiamo con un’ultima domanda: cosa è per lui l’esotismo, perché è così affascinato dall’altrove? La risposta è di una saggezza schietta e toccante. “Il viaggio è parte integrale della mia estetica, ma penso che il viaggio avvenga davvero solo nella testa: è un modo di pensare e guardare le cose. La gente crede che viaggiare significhi fare un volo di otto ore per raggiungere chissà che meta all’altro capo della terra. Per me, invece, vuol dire prendere la macchina e andare dove non sei mai andato prima, o magari guardare una cosa che ti piace con occhi nuovi. Viaggiare vuol dire tenere gli occhi aperti”. Ecco svelato il segreto di Dries Van Noten: tiene gli occhi aperti. Non li nasconde, fisicamente e metaforicamente, dietro gli occhiali da sole di tanti fashionisti: fatti e finiti, ma ciechi.

Pubblicato sul Numero 2 di Studio.

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