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Contro il bikini?

La crociata di un'ex Power Ranger contro il due pezzi (che trasformerebbe gli uomini in trogloditi) per promuovere la sua linea di costumi interi.

Si racconta che Diana Vreeland, la leggendaria direttrice di Vogue tra il 1963 e il 1971, abbia definito il bikini come quel capo di abbigliamento «che rivela ogni cosa di una ragazza, tranne il cognome da nubile della madre».

Oggi i detrattori del costume a due pezzi sono certamente una minoranza – sebbene meno di quanto non si tenderebbe a pensare, almeno negli Stati Uniti: tra mormoni, musulmani, ebrei ortodossi, e cristiani “born again” particolarmente ligi (vedere il sito “Ladies Against Feminism”, o googlare la voce “modesty”), i gruppi che ancora oggi storcono il naso davanti a un ombelico che prende il sole non mancano.

Nella stragrande maggioranza dei casi, l’opposizione ai “costumi scostumati” avviene a partire da un convincimento religioso. Ovvero sulla base di quel concetto di “modesta”, teoricamente caro alle principali fedi monoteiste, che per qualche ragione sembra applicarsi alle donne assai più di quanto non sia applicato agli uomini e che, per ragioni altrettanto imperscrutabili, gli anglosassoni sembrano prendere più serio di noi europei, anche a parità di coefficiente di “conservatorismo morale”.

Spesso chi propone e/o vende un qualche formato di anti-bikini si rivolge a un segmento etnico

Basta farsi un giro su un motore di ricerca – per esempio alla voce “modest swimwear” – per scoprire che è pieno di siti e portali che propongono alternative caste ai costumini che vanno per la maggiore di questi tempi. Spesso, ma non sempre, chi propone e/o vende un qualche formato di anti-bikini si rivolge a un segmento etnico o religioso particolare. E spesso, ma non sempre, il confine tra marketing e dottrina può diventare sottile. Il “burquini” – il nome, come avrete capito, è una crasi tra “burqa” e “bikini” – si rivolge alle musulmane osservanti e vende, per un prezzo medio di 120 euro, delle tutine che ricordano una muta da sub.

Il sito “Cover-up for Christ” include una sezione di costumi da bagno che consistono in vestitini sopra il ginocchio in improbabili fantasie, da indossare con pantaloncini alla ciclista, in tinta. Acquamodesta.com pubblicizza costumi da bagno “kosher”, per le ebree ortodosse: il concetto è più o meno lo stesso di “Cover-up for Christ”, solo che i vestitini sono a tinta unita.LDS Living, testata di lifestyle per mormoni, ha una pagina in cui segnala dove trovare “costumi modesti” nella grande distribuzione. E questi, naturalmente, sono soltanto alcuni esempi.

Le iniziative anti-bikini hanno quasi sempre due cose in comune. In primis, si rivolgono il cui stile di vita è molto distante dal mainstream delle società occidentali. E, in secondo luogo, le alternative che propongono sono quasi sempre… beh, orrende. Almeno per gli standard estetici di chi vive al di fuori delle comunità ristrette

Ed è proprio per questo che l’ingresso di Jessica Rey nel mercato dell’anti-bikini è, in un certo senso, inusuale.

Jessica Rey è una bella ragazza che si veste con un bon ton tipicamente newyorchese, nonostante sia nata 30 anni fa nel Kentucky, da genitori filippini. Non appartiene, che io sappia, a nessun gruppo politico e/o religioso in particolare. E almeno, se ne fa parte, tiene bene a non pubblicizzarlo sul suo sito, né nei suoi discorsi pubblici. Ha un passato da attrice, non particolarmente zeppo di successi, che include la partecipazione all’ottava serie dei Power Rangers: lei era il White Tiger Power Ranger. Un dettaglio che, probabilmente, rende risibile tutta la faccenda più di quanto già non lo sia.

Forme vagamente anni Cinquanta, in colori tenui e fantasie a pois: tutto molto retrò

Il fatto è questo: recentemente Jessica Rey ha lanciato una sua linea di costumi da bagno. Tutti rigorosamente interi e quasi tutti, almeno a giudizio di chi scrive, piuttosto gradevoli alla vista. Forme lievemente castigate, vagamente anni Cinquanta, in colori tenui e fantasie a pois: tutto molto retrò, del genere che con i sandali giusti una potrebbe farci anche una bella figura in spiaggia, e certamente nulla a che vedere col burqini o “Cover-up for Christ”. Rey avrebbe potuto pubblicizzare il suo prodotto semplicemente come una-linea-di-costumi-un-po’-fighetti-e-retrò, e non ci sarebbe stato nulla di male.

Invece ha deciso di andare in giro a fare presentazioni, in stile TED talks, che spiegano perché il bikini “oggettifica le donne”. Cita anche uno studio di Princeton secondo cui i maschi eterosessuali messi davanti alla fotografia una ragazza in bikini, la vedrebbero letteralmente come un oggetto (nel senso che tenderebbero ad associare alla foto verbi in prima persona, come “io afferro”, anziché verbi in terza persona, come “lei afferra”).

Qui sotto c’è il video, ognuno se ne faccia una sua idea.

Ci sono due cose che, però, mi fanno un po’ tristezza. La prima è che, ammesso e non concesso che lo studio sugli “uomini che vedono le donne in bikini pensano come trogloditi” sia da prendersi sul serio (e io qualche dubbio, francamente, ce l’ho), non vedo il motivo di sconsigliare i bikini. Insomma, se saltasse fuori una ricerca secondo cui “uomini che vedono le donne in abiti aderenti pensano come trogloditi”, dovremmo sconsigliare gli abiti aderenti e proporre il burqa? Se un problema ci dovesse essere (e io, ribadisco, non credo che ci sia), tutt’al più sarebbe nella testa degli uomini, non nell’abbigliamento delle donne.

La seconda cosa che mi fa tristezza, come avrete intuito, è che se siamo arrivati a un punto in cui qualcuno si fa dare lezioni di “dignità” femminile da un’ex Power Ranger che ce l’ha coi bikini, beh, siamo messi male.

Nell’immagine: uno dei modelli di Rey Swimwear, tratto dalla pagina Facebook del brand.

 

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