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Perché ci vestiamo come gli alpinisti

L'abbigliamento tecnico è sempre più una nuova divisa urbana: cosa dice di noi questa tendenza?

Cosa ci spinge, al sopraggiungere dell’inverno, a volerci vestire come se fossimo in partenza per una spedizione su un ottomila al fianco di Nives Meroi e Romano Benet, quando il tragitto più impervio che affronteremo, molto più realisticamente, saranno quei due chilometri che ci separano dalla fermata del metrò? È la nuova divisa urbana, ci hanno convinto i giornali di settore, è il modo migliore di investire i nostri soldi, ci ripetono gli amici saggi che ne sanno di stile, perché poi spesso si tratta di capi che – effettivamente – durano nel tempo, e hanno il salvifico compito di proteggerci al freddo dei mesi più bui dell’anno come se vivessimo alle isole Fær Øer e non, invece, nell’angolo d’Europa che si sta tropicalizzando sempre di più. Prendiamola allora da un altro lato, e proviamo a cercare una chiave di lettura diversa, filosofica quasi, per l’intera questione.

Ogni giacca di North Face individuata sui mezzi pubblici, ogni scarpa da trekking in Goretex o piumino di Patagonia indossata dal collega d’ufficio, ogni zaino tecnicissimo che spesso racchiude nient’altro che un Macbook e una Moleskine, ogni paio di guantini da scalata, ha a che fare, alla fin fine, con l’ansia ecologica di questi strani anni che ci ritroviamo a vivere. Il boom dell’abbigliamento tecnico è reale almeno quanto le minacce climatiche e non si tratta, nient’affatto, di voler rendere letterarie le strategie di marketing. In questa ritrovata affezione verso l’equipaggiamento da montagna c’è molto di più, scriviamolo pure senza ritegno alcuno. C’è intanto questa cosa che il grande freddo – e i luoghi dove regna sovrano, così alieni e foderati di desolata perdizione – è il confine ultimo dell’immaginario collettivo, temibile eppure più rassicurante dei mari del Sud, almeno fino a che non capiremo se Jon Snow potrà qualcosa contro il Re della notte in Game of Thrones. Metà Barriera è già crollata, d’altronde.

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Esiste poi una sottile linea di connessione tra i vessilli sfoggiati dal montanaro della domenica e la ricerca, del tutto legittima, di un vestiario resistente. Così come non sono scollegati fra di loro il boom della letteratura che vagheggia di un ritorno alla natura nella società ossessionata dalla presenza digitale, i due milioni e mezzo di turisti che hanno visitato l’Islanda nel 2017 e lo sdoganamento dell’armamentario tecnico che eravamo abituati a collegare ai professori di matematica con la fissa dell’outdoor. Cosa dice di noi questa condivisa passione per il trekking, nuova inflessibile livella sociale? Su per i sentieri si può incontrare l’art director così come la maestra elementare, il giornalista al fianco del bancario, e spesso li riconosci perché faticano tremendamente di più di tutti gli altri, ma è difficile stabilire se sia stato Paolo Cognetti a portarli lassù, un innamoramento tardivo per Into the Wild o il genuino desiderio di ammortizzare il costo della giacca traspirante sì ma un tantino ingombrante sul metrò riscaldato.

La maggior parte di questi capi sono nati per vestire degli umani eccezionali come Meroi e Benet – la prima coppia al mondo ad aver scalato tutti e quattordici i giganti da ottomila metri, e senza l’ausilio di bombole e portatori – e accompagnarli nelle loro imprese, certo, ma ciò non intacca, anzi fortifica, la tesi di partenza. Intanto perché l’abbigliamento tecnico, sia quello di marchi specializzati, ma anche quello inclinato verso lo streetwear à la Stone Island o verso il lifestyle come Canada Goose o Moncler, è il terreno di sperimentazione ideale in fatto di tessuti. È una sorta di couture insolitamente comoda, che ci sarà molto utile quando avremo esaurito anche l’ultima delle fibre naturali.

E poi perché in molti casi queste aziende, da Patagonia, fondata dall’ex alpinista Yvon Chouinard e che fa del «costruire il miglior prodotto al minor prezzo ambientale possibile» il suo motto, a North 66 che nasce per vestire i pescatori islandesi pressati dalle intemperie, hanno anticipato il modello di business che sembra oggi funzionare di più, quello che fa leva sull’autenticità e il consumo responsabile. Distinguere i veri dai presunti può essere insidioso, ma l’importante è arrivare vestiti di tutto punto per la fine del mondo.

 

Dal numero 33 di Studio in edicola
Immagini dalle pubblicità di Moncler e CanadaGoose
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