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Vacanze a Malindi

I nostri caraibi in provincia di Brescia, fra giornali in affitto e piazzette stile Porto Rotondo. Guida alla villeggiatura per aspirante classe dirigente.

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

L’italiano in arrivo si ferma a Mombasa – l’aeroporto di Malindi è perfettamente attrezzato ma è attualmente chiuso per beghe burocratiche, viene aperto solo per aerei speciali tra cui il Gulfstream del Cavaliere in arrivo da Linate (LIN), ma di questo si dirà in seguito. A Mombasa l’italiano dormirà, affidandosi a tassisti che nelle albe livide ti portano in giro per una megalopoli anche pericolosetta (ma mai come Nairobi, di cui si dicono violenze inenarrabili) perché gli aerei dall’Italia atterrano spesso nel cuore della notte.

Tra gli italiani, una colonia a parte è infatti quella bresciana, molto cospicua, con forte spirito di corpo, molte signore con villa, che si aggirano in chemisier e gioielli sobri.

Quindi Malindi: tre ore di macchina, e si è subito immersi in buche e arredo urbano da Esquilino (i romani infatti si abituano subito alle strade e al traffico e anzi non notano molte differenze, ci sono molte bici e risciò pur senza piste ciclabili, mentre i lombardi sbroccano subito) e profumi forti, anzi un profumo predominante che è proprio introvabile in altri luoghi anche africani: note di testa di tubo di scappamento e note di coda di copertone bruciato; in mezzo, mare, e polvere. Dolce, in fondo, e dà dipendenza, pare. Arrivati al proprio resort, in regime di soft all inclusive o full all inclusive (tema che meriterebbe approfondimento a parte) l’italiano si impossessa della sua camera in costruzioni mediamente scrostate, ricchi banchetti, piscine sempre molto clorate, decorazioni con palme e fiori sui letti (in caso di houseboys premurosi e/o ricche mance).

Di fronte c’è l’oceano (e Zanzibar), e la spiaggia, la più maestosa è Silversand, la stripe di Malindi su cui si affacciano gli hotel più famosi e soprattutto il terziario avanzato di Malindi: i beach boys. Ragazzi minorenni che parlano un italiano corretto, e offrono manufatti, souvenir, gite, servizi vari, sesso (ma attenzione perché tutto ciò che è piacevole in Kenya è annacquato o illegale, e la joint venture tra gioventù e polizia locale, dietro la frasca, è attivissima); sono specializzati in dialetti, tra cui molto gettonati il bolognese, il bergamasco e il bresciano. Tra gli italiani, una colonia a parte è infatti quella bresciana, molto cospicua, con forte spirito di corpo, molte signore con villa, che si aggirano in chemisier e gioielli sobri, fanno del bene alle locali attività di beneficenza, tra cui un meritevole orfanotrofio. Giocano molto a carte, comprano il pesce lamentandosi che è diventato sempre più caro. Milanese è invece Marco Vancini, patron del Coral Key, grande classico dei resort sulla spiaggia, da poco console onorario d’Italia, figura molto popolare, noto playboy che un tempo scorrazzava per la macroregione in Rolls Royce, e adesso qui trasvola invece le sue prede su un piccolo aereo a elica.

Infine, il ricatto morale: a un certo punto disegnano con un bastone qualcosa sulla sabbia, ed è una grande scatola di farina, o Taifa, con cui dovranno sfamare parenti e cugini al villaggio, e il suo prezzo, già quotato in euro: quaranta.

I resort sono poi specie di compound diplomatici non comunicanti con la spiaggia: la notte solerti guardie con bastoni di legno impediscono che esuberanti indigeni entrino nei giardini all’inglese; di giorno il buonsenso impedisce al turista di scendere sulla pur magnifica Silversand: i beach boys ti assalgono quasi subito, infatti; hanno nomi imaginifici come “Albero di Natale”; “Francesco Totti”; “Barcaiolo”; ti chiedono il tuo, di nome, ed è il primo tassello dell’escalation che li porterà, dopo averti seguito per tutto il tempo in spiaggia, a proporti, in ordine decrescente di profittabilità (per loro): un safari Masai Mara; una gita su isolotti che compaiono solo con la bassa marea, al largo del Parco Marino, e grigliata in loco, e tante fotoricordo, in luogo chiamato “Sardegna 2” (sic), con trattamento soft-all inclusive che qui significa «se vuoi vino, lo porti tu». Braccialetti col tuo nome ricamato, oppure, opzione più economica, semplice scorta sulla spiaggia («ti difendiamo noi, amico», cioè poi dai dalle profferte dei beach boys loro concorrenti) con mostra delle meraviglie ittiche – stelle marine in accoppiamento («matrimonio, amico!»), granchi vari, e «stronzo di mare, amico». Infine, il ricatto morale: a un certo punto disegnano con un bastone qualcosa sulla sabbia, ed è una grande scatola di farina, o Taifa, con cui dovranno sfamare parenti e cugini al villaggio, e il suo prezzo, già quotato in euro: quaranta. Per difendersi, se si ha il physique du rôle, conviene fingersi inglesi: e si viene rispettati. Quando scoprono che sei italiano, al contrario, è finita (con necessarie riflessioni sulla nostra storia coloniale, forse).

Il nome “Sardegna 2″ naturalmente non può non evocare il genius loci della Silversand, ovvero Flavio Briatore, che qui dai beach boys è molto amato e ha un compound tutto suo al cosiddetto Parco Marino. Si chiama “Lion in the sun”, è un cinque stelle e sta nella Rodeo Drive di Malindi, la punta estrema della Silversand, chiamata con un nome che evoca contesse craxiane, “Casuarina Road”. Il suo motoscafo di legno, non particolarmente opulento e forse addirittura ecologico, viene mostrato in rada dai beach boys come attrazione turistica. Briatore è molto stimato dai ragazzi della spiaggia perché applica una politica di microcredito forse più efficace delle varie Fao e Unicef, con donazioni agli indigeni di beni durevoli come coppie di ovini pronti a figliare, farina, olio. Non si vede in giro molto, peraltro: tranne qualche passeggiata, a volte con Silvio Berlusconi, esiliato qui per qualche vacanza dopo la presa della Certosa per mano del fotografo Zappadu.

Edoardo Agnelli andava a prendere i suoi gin tonic al White Elephant, il più raffinato e british dei resort sulla Silver Sand, tra palme giganti, bancone del bar sdrucito e fané il giusto, dove ci si sente subito lontanissimi dall’aria Cafonal.

Ma si sbaglierebbe a giudicare Malindi rifugio di loschi figuri antidemocratici: tralasciando i noti episodi dell’ex ministro Giovanna Melandri – acquirente peraltro della villa di Roberto Vecchioni, altro insospettabile amante di Malindi, e compositore di un album Rotary Club Malindi (2004) – può capitare di imbattersi in parecchia società civile e intellettuali già organici al Pci, con case chiuse a Palermo per riscaldamenti esosi e qui quasi stanziali, con biblioteche, discussioni, dibattiti in belle case minimaliste sotto il makuti (i pannelli di foglie di palma pressati, che reggono le piogge e sono habitat ideale per pipistrelli, e infiammabilissimi). Ognuno trova la sua dimensione, a Malindi: anche Edoardo Agnelli che andava a prendere i suoi gin tonic al White Elephant, il più raffinato e british dei resort sulla Silver Sand, tra palme giganti, bancone del bar sdrucito e fané il giusto, dove ci si sente subito lontanissimi dall’aria Cafonal, e dentro invece una Mia Africa di eleganze britanniche e europee (e del resto la baronessa Blixen bazzicava Malindi). Agnelli e Martelli, cui spesso si associa il nome della spiaggia kenyota, qui sono considerati casi inspiegabili se si considera che la polizia locale è forse la più corrotta della terra ed essendo qualunque controversia legale risolvibile con un buon quantitativo di denaro, si dice che in entrambi i casi invece che pagare la mini-tangente si sia sprofondati nel più classico “lei non sa chi sono io”, o addirittura nel “chiamate la mia ambasciata”, coi risultati che si conoscono.

Quando escono dai loro compound, gli italiani prendono un tuk-tuk (le apette con calessino, pericolosissime ma economiche) e vanno in centro. Gli intellettuali amano il Bob Marley, ristorante all’aperto con musica reggae, pavimenti di sabbia, personale come si vuole rasta e molte fontanelle per lavarsi le mani. Qui infatti si mangia quasi esclusivamente una delle specialità malindine, il pollo ai ferri. Un pollo che regala sensazioni ataviche, con una consistenza nervosa e soprattutto un sapore unico: si ciba soprattutto di monnezza, per le strade della città. Tutti vanno poi a bere il caffè (Palombini) al Karen Blixen (appunto), bar-ristorante vicino alla piazza del Cambio, dove per Cambio si intende cambio al nero di euro-dollari contro scellini kenyoti, con lunghe e gustose contrattazioni, a chi piace. Qui si trova un maxischermo tv per partite e sceneggiati Rai in una piazzetta circolare simil Porto Rotondo o Milano Tre, con portici e negozi fighetti e prezzi occidentali. Una trovata recente è quella del giornale in affitto: si prende la Gazzetta o il Corriere – di qualche giorno prima – per mezzora, costo cinquanta scellini (cioè cinquanta centesimi), invece che trecentocinquanta scellini in edicola.

Quando escono dai loro compound, gli italiani prendono un tuk-tuk  e vanno in centro. Gli intellettuali amano il Bob Marley, ristorante all’aperto con musica reggae, pavimenti di sabbia, personale come si vuole rasta.

La sera, si va ai beach party nei resort sulla spiaggia, dove impera la camicia celeste e il maglioncino sulle spalle e l’occhiale di celluloide; chi vuole provare il brivido di una malinconia speciale va, almeno una volta, al casinò di Lamu Road: con l’aria condizionata migliore di Malindi, due bar con camerieri regali nei loro smoking bianchi; un grande Klimt tarocco, poltrone di cuoio consunte, barmen sapienti e di alta scuola, e cuochi leggiadri con alto cappello; suonatore (si chiama Francis) di pianobar sapiente e nostalgico, brizzolato, un Kofi Annan ma più elegante, con aria professionalmente malinconica, e occhio di chi ha visto tutto e non giudica niente. L’atmosfera Casablanca contrasta molto con tutta un’umanità virile e bassa e da piccola e media impresa di Verona, Padova, Bergamo, che invece ordina camomille e cocacole, con magliettine rosse o gialle, tipo “Lotto” o “Tepa sport”, seduta accanto invece a bellissime ragazze molto alte che bevono vodka tonic; sono tutte “studentesse di Nairobi” (un codice à clef malindino per significare mignotte) e si guardano come per dire: come siamo cadute in basso. E probabilmente sognano Briatore.

 

“Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va/ e nel silenzio si addormenta il sole/ ti prende in fondo una tristezza che non sai/ che non sai da dove viene/ sta nell’odore della sera/ nel colore così basso del cielo/inventato dal vento/ e tutto passa e tutto è vivo/ e niente può tornare, neanche Dio/ da qualche stella d’argento”.

 

 

Dal numero 15 di Studio

Illustrazione di Karin Kellner

 

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