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Sulla Luna con Tito

1961: quando il Maresciallo yugoslavo aiutò Kennedy e gli Stati Uniti ad andare sulla Luna in cambio di elettrodomestici.

Hermann Potocnik ha avuto in sorte una vita piuttosto breve e non particolarmente fortunata. È morto a Vienna nell’agosto 1929, a 36 anni di polmonite, solo e misero. Se fosse vissuto oggi sarebbe stato croato ma quando nacque, nel dicembre 1892, Pula faceva ancora parte dell’impero austro-ungarico e così Hermann si avviò a una promettente carriera di ingegnere nelle gerarchie dell’esercito imperiale, almeno fino al 1919 quando una tubercolosi si mise d’inciampo alle sue ambizioni militari, deviando il corso della sua breve esistenza dalla costruzione di ponti e ferrovie verso qualcosa di completamente diverso. Fu così che Hermann Potocnik divenne Hermann Noordnung (uno pseudonimo tedesco il cui significato allude a “Privo di ordine”) e iniziò a interessarsi allo spazio cosmico e a come arrivarci, nel senso proprio di andarci, di viaggiarci in mezzo. Con un anticipo impressionante sul suo tempo, già nel 1928 Potocnik pubblicava presso l’editore berlinese Richard Carl Shmidt, Das Problem der Befahrung des Weltraums – Der Raketenmotor (Il problema della navigazione dello spazio – Il motore a reazione), un saggio seminale per la navigazione nello spazio oggi consultabile sul sito della Nasa. Nelle 188 pagine (corredate da 100 illustrazioni realizzate a mano) di quel libro, Potocnik/Noordnung aveva infatti riversato una enorme quantità di intuizioni progettuali che si sarebbero dimostrate in seguito decisive per la nascente ingegneria aerospaziale. Quarant’anni prima che un uomo camminasse sulla Luna, Noordnung era già stato in grado di immaginare una stazione orbitante facente funzioni di base di appoggio per ulteriori esplorazioni a più ampio raggio e di calcolare all’incirca correttamente la quantità di propulsione richiesta per spingere un razzo fuori dall’orbita terrestre. Purtroppo non passò nemmeno un anno che Potocnik morì, venendo rapidamente avvolto dall’oblio.

Il suo libro tuttavia, pur se in poche copie continuò a circolare e nonostante pressoché misconosciuto alle grandi masse, negli anni successivi alla sua pubblicazione suscitò l’interesse di alcuni grandi protagonisti del ‘900: J.F. Kennedy, Neil Armstrong, Wernher Von Braun, Stalin e il Maresciallo Josip Broz Tito. Nelle mani di quest’ultimo, in particolare, germogliò a tal punto da dare impeto a una delle vicende meno raccontate, opache e controverse nella storia della corsa allo spazio: il programma spaziale yugoslavo e la sua decisiva importanza per la conquista americana della Luna.

Nove gennaio 2012. Su Youtube compare un trailer che promuove un documentario intitolato Houston, we have a problem. Il trailer, della durata di 3 minuti, è un montato di riprese d’archivio che mostra alcuni dei personaggi e dei momenti più salienti nella corsa allo spazio con un voice-over che accompagna lo spettatore nella carrellata, esponendo fatti già noti ai più come «durante la Guerra Fredda, la conquista dello spazio era una questione di grande importanza politica» e «quando Yuri Gagarin fu mandato nello spazio gli Stati Uniti erano ormai sul punto di accettare un’umiliante sconfitta» fino al momento in cui, intorno al trentesimo secondo, viene sganciata la “bomba” su cui si regge l’interesse per il documentario: «è tuttavia un fatto poco noto che la Yugoslavia socialista era il terzo “player” nella corsa». Un terzo player con un’incollatura di vantaggio sugli altri: gli appunti inediti di Potocnik, contenenti idee e calcoli di cui nemmeno gli scienziati sovietici erano in possesso e tanto meno l’ex nazista Von Braun, l’ingegnere dei razzi V-2 divenuto fiore all’occhiello della Nasa dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Grazie a tali scritti, dei quali già nel 1947 Tito era abilmente entrato in possesso prima che ci arrivasse la CIA, a inizio anni ’60 il programma spaziale yugoslavo, sviluppato, sostiene sempre il trailer, in gran segreto nella base militare di Zeljava, sull’attuale confine croato-bosniaco, era quindi sensibilmente più avanti di quello americano o quantomeno disponeva di informazioni fondamentali per avvantaggiare quest’ultimo nella gara con il concorrente sovietico. Ecco quindi che, con lungimirante calcolo strategico, sempre secondo il trailer, nel 1961 Tito decise di vendere la sua tecnologia spaziale agli Stati Uniti in cambio di ingenti investimenti economici americani nel suo paese. Ed è così che, entrato da pochissimo in possesso delle informazioni acquistate a marzo nei Balcani, già nel maggio 1961 Kennedy può dichiarare che gli americani sono pronti allo sbarco sulla Luna e che questo avverrà prima dei rivali comunisti, mentre dal canto suo, grazie al sostegno del capitalismo yankee, Tito può emancipare sempre più la Yugoslavia dall’influenza sovietica regalando al suo popolo un benessere prima sconosciuto, un vero e proprio boom economico in salsa “non allineata”. E fu così che vissero tutti felici e contenti: gli States con la Luna e gli yugoslavi con gli elettrodomestici in ogni casa.

Peccato che naturalmente tutto quello che ho appena finito di raccontare negli ultimi due paragrafi sia contrario a qualunque evidenza storica in possesso di chi si occupa accademicamente di queste cose. O forse no. È passato un anno da quando su Youtube è comparso il trailer di Houston, we have a problem, divenuto rapidamente un virale discusso piuttosto seriamente non solo in ambienti frequentati da fissati del cospirazionismo ma anche su media autorevoli, e da allora non si è ancora vista l’ombra di quel documentario che prometteva di riscrivere da zero e con inoppugnabili documentazioni top-secret, una porzione significativa del secondo ‘900 e di accompagnare gli spettatori fin dentro le viscere della base di Zeljava. Il regista, un giovane sloveno di nome Ziga Virc, continua a sostenere che un documentario uscirà a breve ma l’impressione che sia tutto un colossale hoax, un geniale divertissement a beneficio della popolarità dell’autore ormai più che un sospetto pare una certezza. Tuttavia c’è dell’altro. In una delle numerose interviste che ha concesso in questi mesi, Virc, che candidamente ha ammesso che non si aspettava un tale successo, ha parlato dell’eventuale film che dovrebbe uscire a breve (teoricamente, dice lui, quest’anno) nei termini di un docu-drama, ovvero di una ricostruzione al confine tra fiction e realtà del “fattoide” in oggetto, sorretta da una serie di congetture difficilmente dimostrabili (basate soprattutto su coincidenze temporali in parallelo negli eventi storici yugoslavi e americani dell’epoca) vista la delicatezza e la segretezza della materia trattata. A suo dire, soltanto mettendo online il trailer e creando un certo buzz intorno a esso, le sue ipotesi hanno ricevuto delle ulteriori conferme e alcune acque sono state smosse, per esempio quando, intervistato da una TV croata, un ex ingegnere della Nasa che ha lavorato alla missione di Apollo 11 ha vagamente ammesso la plausibilità dell’intera supposizione.

La circostanza che mi pare più interessante in tutta la questione è però la seguente: dall’apparizione del trailer e a partire dalla vicenda (autentica, presunta o completamente inventata che sia, in fondo conta quasi poco) che questo racconta, molti intellettuali e media balcanici hanno cominciato a porsi nuovamente delle domande su una delle fasi più controverse del regime di Tito, l’epoca del riformismo anni ’60 e le relazioni “titine” con il mondo occidentale (e americano in particolare) durante quel periodo; un capitolo su cui ancora oggi permane un alone di in-decidibilità storiografica e di mistero politico. Non è esagerato sostenere che in tutti i paesi dell’ex-Yugoslavia, la comparsa dal nulla di Houston, we have a problem ha contribuito più di tanti documentari storicamente accurati, a far riaffiorare un discorso pubblico appassionato e costruttivo sull’eredità storico/politica di Tito, un dibattito tutt’altro che secondario per il futuro di quegli stati. Non so se questo effetto collaterale fosse nei piani dell’autore ma si potrebbe trarre la morale che in un’area del mondo contrassegnata da ricostruzioni degli avvenimenti ricche di “non detti”, spesso inaffidabili o contraffate “ad hoc” da chi si è succeduto al potere negli ultimi 70 anni, la fantasia, la favola, persino l’iperbole spudorata ma al fondo innocente e quasi poetica (“Ma è chiaro, la Luna!”), costituiscono un potente anticorpo per svelare il falso “doloso” o addirittura la strada maestra per cominciare, tutti insieme, a fare chiarezza su porzioni ingombranti del proprio passato. Male che vada, è solo un’altra versione (migliore) della Storia.

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