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Scappare da Internet

Perché si moltiplicano i gruppi di aiuto, i centri di "riabilitazione", i tentativi individuali di rifuggire Internet e la tecnologia? A cosa servono, e perché usare un gergo medico (disintossicazione, ecc) per parlare del nostro rapporto con il web non fa bene.

Il 4 luglio 1845 Henry David Thoreau (si pronuncia /ˈθʌroʊ/, come “thorough”, che significa “completo”, e a volerci riflettere si troverebbero tanti significati nascosti da nomen omen che in fondo lasciano il tempo che trovano) lascia la sua casa di Concord, nel Massachussets, per stabilirsi in una capanna che costruisce con le sue mani sulle rive di Walden Pond, un lago (o laghetto, o stagno, traduzione appropriata di “pond”) di 25 ettari, su un terreno di proprietà dell’amico Raph Waldo Emerson. A Walden Pond Thoreau rimane due anni, fino al 6 settembre 1847, e conduce un esperimento su se stesso che confluirà, sette anni dopo, nel libro Walden; or, life in the woods, uno dei testi più importanti della filosofia Trascendentalista.

Il passo più famoso di Walden, che è anche il più citato e abusato e tramutato in aforismi, illustra bene la motivazione profonda della scelta di Thoreau e recita: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici; se si fosse rivelata meschina, volevo trarne tutta la genuina meschinità, e mostrarne al mondo la bassezza; se invece fosse apparsa sublime, volevo conoscerla con l’esperienza, e poterne dare un vero ragguaglio nella mia prossima digressione».

Nella Anderson Valley in California, una striscia di terra bicromatica gialla e verde, lontana dalla California del mare e da quella delle grandi metropoli, sorge (oggi, nel 2014) Camp Grounded, un campeggio in mezzo a quel verde e a quel giallo, creato per disintossicarsi da Internet, dalla tecnologia e dalla routine ultraveloce. Contro il logorio della vita moderna, come diceva il claim di Cynar negli anni Sessanta italiani, ma a Camp Grounded non ti siedi a un tavolo a riposare nervi e muscoli e a bere un alcolico al carciofo, anzi corri, fai yoga e giochi di squadra, senza (tassativamente) tablet, smartphone, computer e qualsiasi cosa tecnologica che possa connettersi a Internet. Si chiama, nelle parole dei coordinatori del campo, “digital detox”. È un nome facile per battezzare un fine settimana divertente, ma semanticamente significa molto: detox significa disintossicazione, e la disintossicazione guarisce da un’intossicazione, ossia dall’assunzione di qualcosa di tossico, velenoso. Veleno, parafrasando dalla definizione dell’enciclopedia Treccani: una sostanza che compromette l’integrità strutturale o la funzionalità di un organismo, con effetto generale o elettivo, immediato o tardivo, reversibile o irreversibile, fino alla morte dell’organismo stesso.

«The real Paul and the real world are already inextricably linked to the internet. Not to say my life wasn’t different without the internet, just it wasn’t real life».

Il 30 aprile 2012 Paul Miller, un ragazzo statunitense di ventisette anni, redattore del sito The Verge, ottimo scrittore, bella presenza e capelli lunghi, decide di provare a vivere senza Internet. Nelle sue parole: «In my wild fantasies, leaving the internet will make me better with my time, vastly more creative, a better friend, a better son and brother… a better Paul», e: «I want to see the internet at a distance. By separating myself from the constant connectivity, I can see which aspects are truly valuable, which are distractions for me, and which parts are corrupting my very soul. What I worry is that I’m so “adept” at the internet that I’ve found ways to fill every crevice of my life with it, and I’m pretty sure the internet has invaded some places where it doesn’t belong». Un anno dopo, Paul Miller scrive su The Verge il resoconto del suo esperimento lontano da Internet, e l’articolo inizia con una frase isolata in modo significativo dal resto del testo che la segue: «I was wrong». Scrive, tra le altre cose: «My plan was to leave the internet and therefore find the “real” Paul and get in touch with the “real” world, but the real Paul and the real world are already inextricably linked to the internet. Not to say my life wasn’t different without the internet, just it wasn’t real life».

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“Disintossicarsi da Internet”, il claim di Camp Grounded che utilizza il lessico della medicina che concerne gli avvelenamenti, è roba forte, in apparenza una trovata pubblicitaria, ma appunto: in apparenza. Un altro termine utilizzato spesso, per le centinaia o le migliaia di iniziative simili a Camp Grounded sparse per il mondo, è “rehab”. Come quelle cliniche in cui si va per “ripulirsi” da un eccessivo consumo di droga, o di alcol, o quei centri per la correzione di individui colpevoli di attività criminali. Nemmeno troppo profondamente o ingenuamente, l’uso di un certo lessico implica un giudizio individuale, cioè dell’individuo in oggetto: ci sono persone non-tossiche e persone tossiche, quelle non-avvelenate e quelle avvelenate, e si tratta di un avvelenamento volontario, non certo passivo. Questo avvelenamento, a sua volta, implica il coinvolgimento della volontà attiva dei soggetti. Rehab: ossia ri-abilitazione, ossia (ancora scavando nella scelta delle parole e parafrasando vocabolari ed enciclopedie) la conversione di individui non più in possesso di requisiti necessari allo svolgimento di determinate attività. E di quali attività si parla? Dell’attività del vivere.

«Chiamare la disconnessione digitale “detox” inquadra il digitale come se fosse un tema di salute, identifica quel qualcuno come patologico, impuro»

Per avere un punto di vista più completo sulla questione ho scritto a Nathan Jurgenson, uno dei più brillanti teorici dei social media che io conosca. Nathan ha spostato la questione su un piano leggermente diverso per quanto simile, e il piano è quello della vita reale in opposizione alla vita irreale, che sarebbe quella su Internet: «Pensa ai rischi» mi ha detto, «definire qualcuno o qualcosa meno “reale” è un attacco alla sua umanità. Chiamare la disconnessione digitale “detox” inquadra il digitale come se fosse un tema di salute, identifica quel qualcuno come patologico, impuro, una cosa che alla fine è sempre una questione di definire chi e cosa è “normale”. Che è un’idea sempre spaventosa e conservatrice».

Poi chiedo a Nathan cosa pensa di chi vuole “uscire” da Internet, e anche lui prosegue il discorso mantenendosi piuttosto vicino, o parallelo, al piano linguistico. Dice: «Le persone non possono “lasciare” Internet perché Internet non è un posto dove qualcuno è andato. L’idea dell’Internet come un nuovo e separato spazio è andato bene a una certa fiction, come Neuromante o Matrix, ma la verità è che il web è reale, è una parte di questa unica realtà fatta di corpi, materia fisica, e vari livelli di informazione, tra cui quello digitale. Le persone parlano spesso di “lasciare internet” per poter affermare una falsa proposizione: che in questo modo stanno passando più tempo qui, nella realtà».

Anche un recente numero della rivista TIME, uscito il 3 febbraio, si occupa del rapporto tra l’umanità e la tecnologia a portata di mano. La cover story si intitola “The mindful revolution”, e tratta dell’esplosione recente della corrente para-filosofica chiamata “mindfulness”, ovvero l’auto-apprendimento a rinunciare a un rapporto definito o giudicato troppo stretto con la tecnologia. Janice Marturano, fondatrice di un “Insitute for mindful leadership”, dice nell’articolo che la tecnologia «has gone beyond what we are capable of handling».

Le parole di Marturano mi fanno pensare a un diagramma: la velocità della tecnologia, che «has gone beyond», ovvero che corre, veloce e orizzontalmente, su un asse orizzontale; e la velocità dell’umanità, che cammina anziché correre, e permette alla freccia tecnologica di andare «beyond», oltre, di superarla. Mi chiedo se è una questione evolutiva. Mi rispondo che probabilmente lo è: non è la tecnologia che sta evolvendosi troppo e troppo velocemente per le nostre capacità. Siamo noi, umanità, che dobbiamo imparare empiricamente ad adattarci alla tecnologia, anzi, ad adattarci a un nuovo “noi”, a nuove abitudini, visto che (grazie al cielo!) la tecnologia che abbiamo in tasca interagisce strettamente con la nostra vita, e non è fredda ed estranea e a sé stante. Mi viene in mente un esempio puerile, soprattutto perché tratta dell’estrema giovinezza: quando ero piccolo e ricevevo un regalo, al compleanno o a Natale, mi dedicavo anima e corpo ed entusiasmo a quel regalo, che solitamente era un gioco non-ancora-tecnologico, per una settimana. Passata quella settimana, la mia ossessione per quel gioco scemava, e rientravo in possesso della mia facoltà di scelta tra tutti gli altri miei giochi. Pochi giorni fa ero a cena con due amici e tre persone conosciute quella stessa sera. Una persona, appartenente a quest’ultimo gruppo, prima ancora che arrivasse il cameriere a prendere le ordinazioni, ha richiamato l’attenzione di tutti e ha enunciato una regola semplice e chiara: il primo che tira fuori uno smartphone dalla tasca paga per tutti. Divertente, no? Non è stato facile, soprattutto a livello inconscio. Ma è stato un esercizio. Come se a dieci anni mi avessero regalato un elicottero radiocomandato e mi avessero detto: non puoi usarlo per più di mezz’ora al giorno. Facile, no? No.

Da quanti anni abbiamo in mano uno smartphone? Da quanti abbiamo una così estrema familiarità con Internet?

Allora ho scritto ancora a Nathan Jurgenson, e gli ho chiesto se tutta questa chiacchieratissima dipendenza tecnologica non sia solo una fisiologica lentezza nell’adattamento dell’essere umano a nuovi strumenti. Come il bambino con i giochi. Come le giraffe con il collo troppo corto che, mi insegnavano alle scuole elementari in modo semplicistico ed estremamente crudele, morivano perché non arrivavano alle foglie, mentre altre sviluppavano via via un collo sempre più lungo, centimetro per centimetro, per raggiungere le foglie più alte e verdi e fresche (grazie al cielo Internet non farà morire nessuna giraffa e nessun essere umano, o quasi). «Certo» ha risposto lui, «in una certa misura le nostre norme sociali, le nostre identità, le nostre aspettative e paure e desideri sono in gran parte costruiti da e per un mondo che sta cambiando e scomparendo, causando un divario tra ciò a cui siamo preparati e ciò che esiste. Questo divario esiste sempre, e la sua profondità è condizionata dalla velocità del cambiamento. Quando il cambiamento è drammatico, sentiamo una sorta di shock». Da quanti anni abbiamo in mano uno smartphone? Da quanti abbiamo una così estrema familiarità con Internet? Eppure, chi saprebbe spiegare in modo lineare e chiaro cos’è Internet? La mancata risposta, o le contraddizioni emergenti dalle risposte a queste domande chiariscono quanto sia profondo il cambiamento (drammatico, appunto) che abbiamo vissuto negli ultimi dieci o quindici anni.

Un eremitaggio trascendentalista, una fuga contemporanea sull’esempio di Thoreau per scavare in un’archeologia personale, non può portare a nulla se non all’isolamento: eremitaggio, appunto. L’azione di fuga, oltretutto, nei casi citati è sempre individuale: la ricerca di una guarigione da una presunta dipendenza è un sintomo della lotta e della difficoltà dell’adattamento, ma l’errore sta nel percepire il cambiamento in corso come cambiamento negativo di entità singole, di singole vite, di vite individuali e abitudini individuali, anziché come un processo estremamente complesso e per molti gradi (certamente per me) inintelligibile chiamato progresso. Tenere uno smartphone in tasca durante le due ore di una cena con amici significa accrescere dei centimetri di collo per arrivare alle foglie più alte. Buttare via lo smartphone non significa niente.

 

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