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Sarah Silverman

Il video pro-Obama “let my people vote” e il rabbino che le rispose: vergogna, pensa a fare figli. Ritratto para-elettorale di una comica ebrea americana.

Dichiarazione di intenti. Questo articolo parla di Sarah Silverman, del suo video pro-Obama “let my people vote”, e del rabbino che le ha risposto: vergognati e pensa piuttosto al matrimonio. Se vi sentite preparati sui primi due temi, potete saltare la prima metà.

Sarah Silverman è una comica americana classe 1970 che si è fatta le ossa a Saturday Night Live e che vanta una discreta fama di «quella che fa ridere colpendo sotto la cintura». Silverman se la prende un po’ con tutti – o meglio, punta esattamente quei bersagli che la sensibilità americana imporrebbe di non toccare: minoranze etniche e religiose, bambini disabili, analogie con l’Olocausto.

Ospite del Late Night Show di Conan O’Brien, raccontò di avere provato a evitare di essere selezionata come membro di una giuria in tribunale scrivendo un insulto razziale sul questionario: «Ho pensato di scrivere ‘odio i musi gialli’, ma poi mi spiaceva passare per razzista e allora ho scritto ‘Io amo i musi gialli’. Perché in fondo chi non li ama?». Trovando la cosa di pessimo gusto, un attivista per i diritti degli asiatici, Guy Aoki, chiese delle scuse ufficiali. Ottenne quelle di O’Brien, ma non quelle di Sarah Silverman.

Quando fu invitata a parlare alla TED, Silverman dedicò una canzone ai nonni d’America («you’re gonna die soon/ we’re all gonna die/ but not as soon as you guys») e parlò di adozione (guardare dal minuto15): «Voglio adottare. Anzi, voglio fare di più, voglio adottare un bambino con disabilità mentali – perché, poveretti, è più difficile che qualcuno li adotti e in più a me piace stare in compagnia dei ritardati. Ma quando morirò chi si prenderà cura di mio figlio? Ho trovato una soluzione: adotterò un bambino ritardato che ha una malattia terminale». L’organizzatore Chris Anderson prese pubblicamente le distanze dalla sua conferenza. Che non fu mai messa sul sito ufficiale.

Un’altra serenata demenziale recita: «I love you more than bears love honey/ I love you more than Jews love money/ I love you even if it’s not hip/ I love you more than black people don’t tip/I love you more than dykes love pussy». Per poi addentrarsi nell’annosa questione del «ma perché cazzo ci sono ebrei che comprano auto tedesche?» (un consiglio: da vedere). Alla domanda di Larry King «c’è qualcosa su cui non scherzeresti?», Sarah Silverman ha risposto: le donne grasse, perché viviamo in un Paese dove le donne grasse non meritano amore».

Neppure la Shoah è un argomento tabù per Silverman: «Se solo ci fossero stati neri in Germania prima della Seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto non sarebbe mai successo. Agli ebrei». Quando accettò il webby award e si trovò a pronunciare, secondo le regole d’ingaggio, un discorso di cinque parole, disse: «Olocausto. È successo veramente? – pausa sorriso finto paraculo – Sì». Quando Obama vinse le elezioni, diede l’addio a George W. Bush insieme a una foto di Hitler con l’iPod: «I leader incompresi vanno capiti. Prendiamo Hitler. Certo, era un mostro. Però la guerra contro di lui ha proiettato l’America verso 50 anni di produttività e innovazione. E adesso abbiamo gli iPod» (guardare dal minuto 4:15).

Che il pretesto siano i neri o gli asiatici, i gay oppure i bambini disabili, il più delle volte il bersaglio di Sarah Silverman è Sarah Silverman – con tutte le insicurezze, i tic e le ipocrisie tipiche di una quarantenne liberale. «Nelle mie battute quasi sempre l’idiota sono io», dice lei (notevole eccezione: quando attacca Romney, l’impressione è che ce l’abbia proprio con Romney). Come molti altri comici – prendo in prestito una felice espressione di Nicola Bozzi – «con un gigantesco conflitto interiore che però esternano, condividono, esibiscono, e (come succede solo in America) monetizzano», Sarah Silverman è ebrea.

Da notare che il comico da cui si ispira maggiormente, Steve Martin, non lo è. Ma, a parte questo particolare, sulla sua identità ebraica Silverman ricama ironizza di frequente, come molti altri prima di lei. Quando quell’attivista le ha rimproverato la battuta sui “musi gialli,” lei ha commentato durante uno spettacolo: «Guy Aoki mi ha detto che sono razzista. Ci sono rimasta molto male. Perché, sapete, io sono ebrea e, di conseguenza, quando qualcuno afferma pubblicamente che sono razzista, mi viene naturale pensare – pausa necessaria affinché il pubblico 1) completi d’istinto la frase con qualcosa del tipo “… che il mio popolo è stato perseguitato”, e 2) si vergogni di avere pensato un cliché – insomma, mi viene da pensare: quand’è che noi ebrei abbiamo perso il controllo dei media al punto di permettere che robe del genere escano sui giornali?» (guardare dal minuto 3:20)

Recentemente Silverman ha postato sul suo canale di YouTube il video pro-Obama “Let My People Vote.” Il titolo – dal rimando biblico piuttosto evidente, avete presente Mosè? – si riferisce alla nuova normativa che in alcuni Stati impone esibire un documento di identità al momento del voto: per come la vede Silverman, un trucco di fregare i poveracci, i neri e gli studenti, cioè quelli che votano Obama. Il tono è più o meno questo: ehi, cari amici poveri e/o neri, vi vogliono fottere («vi vogliono fottere» lo dice veramente), allora non lasciatevi fottere e ricordate di procurarvi un documento valido, ve lo dice Sarah, la vostra amica ebrea. Anche «sono Sarah, la vostra amica ebrea» lo dice sul serio.

Parolacce, attivismo, la Jewish card: una tipica uscita alla Silverman. Un po’ come nella campagna del 2008, quando girò il video The Great Schlep, in cui invitava i giovani ebrei a trasferirsi in Florida per convincere i nonni (perché si sa che tutti i vecchi ebrei vanno in pensione in Florida) a votare Obama, onde portare più voti là dove era più necessario (della Florida ne sa qualcosa Al Gore): «Dite a vostra nonna che una vecchia signora ebrea e un giovane uomo afroamericano hanno molte cose in comune. Come le tute da ginnastica e l’amore per i loro nipotini» (perché si sa che i neri diventano papà a 15 anni e nonni a 30). «Dite alla nonna che se non vota per Obama non l’andrete più a trovare». Guardate, sono idiota e sono ebrea (come voi) ridete pure di me (e anche di voi), ma almeno su una cosa prendetemi sul serio: i Repubblicani sono cattivi e sono agguerriti, bisogna correre ai ripari.

La leggerezza con cui gli americani di ambo gli schieramenti tirano in ballo la loro appartenenza etnico-religiosa in questioni politiche genera in me sentimenti contrastanti. Per esempio quando vedo tutti quegli spot dei Cattolici Per Romney c’è qualche nervo nella mia testa che si accavalla, forse perché nella mia grammatica interiore i cattolici americani sono tutti working class e somigliano a Bruce Springsteen, che notoriamente sta con Obama (a mia discolpa: ho passato una gioventù turbolenta a Filadelfia). D’altro canto, vorrei negarlo ma proprio non ci riesco, mi lusinga che ci sia un angolo di mondo dove l’identità ebraica, una certa identità ebraica, sia così organica al discorso progressista da essere un cliché (è grave, lo so, però ho un’attenuante: adolescenza deprimente a Milano). Detto questo, capisco che certa gente se la prenda quando qualcuno tira fuori la carta identitaria in un dibattito politico, che qualcuno gli risponda: tu non puoi parlare a nome mio.

Il che ci porta alla storia del Rabbino-Che-Insultò-Sarah-Silverman.

Yaakov Rosenblatt è un rabbino ortodosso, gestisce un’azienda texana che produce carne kasher. Ha scritto una lettera aperta a Silverman, piuttosto piccata e pubblicata da jewishpress.com, in cui attacca, nell’ordine, il video “Let My People Vote” e la vita privata di Sarah Silverman. Rosenblatt non approva il rifermento della campagna all’Antico Testamento, chiede all’autrice di evitare «il linguaggio biblico» perché non può parlare a nome del popolo ebraico. Ok, fair enough. Poi va avanti: «La tua cultura potrà anche essere ebraica, ma la tua mente non lo è», e qui il politico diventa personale. Rosenblatt prosegue rinfacciando a Silverman di non essere sposata e di non avere mai avuto figli: «Hai 42 anni e il tuo futuro non includerà bambini». Conclude suggerendo alla comica di redimersi e trovare un consono appagamento nel matrimonio e nei figli.

Non è ben chiaro se il messaggio sia brutta zitella sei troppo vecchia per avere figli ed è questo che ti rode, oppure dai che sei in tempo, scodella qualche pupo – in ogni caso pare che il problema di Rosenblatt non sia tanto l’attivismo politico di Silverman, quanto piuttosto l’archetipo da lei incarnato: donna-ebrea-single-liberale-in-carriera. Per tipi come Rosenblatt: il nemico. Io do la colpa a Grace Adler di Will&Grace.

Alla lettera aperta del rabbino texano ha risposto con una scarica di insulti Donald Silverman, il papà. Oltre a dimostrare avere un repertorio da caserma pari a quello della figlia, Mr Silverman difende il pedigree ebraico della famiglia, insinuando che invece è Rosenblatt a incarnare un’idea sbagliata di ebraismo. «Il mio nipotino più grande è nell’esercito israeliano. Ops, ho dimenticato che voi ortodossi non fate il militare». Spiegazione: in Israele gli ortodossi sono esentati dalla leva, a differenza dei laici. «Un’altra mia figlia è rabbino, anche se non per gli standard di gente come te, che obbliga le donne a sedersi nei sedili posteriori degli autobus». Spiegazione: gli ortodossi, a differenza degli ebrei Reform, non riconoscono le donne rabbino, recentemente un gruppo particolarmente estremista ha imposto la segregazione di genere su alcuni autobus pubblici in Israele.

Una volta, dovevo avere quindici anni, dissi a mio padre che da grande volevo fare il rabbino Reform.

Adesso, che di anni ne ho 32, da grande voglio fare il papà di Sarah Silverman.

 

 

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