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Roma Sposa, ovvero la Norimberga del Sampietrino

Tentativo di reportage dall'Eur sotto la bomba d'acqua del maltempo, finito però con un'illuminazione su un autobus per Boston: e se a Roma servisse un tribunale internazionale per i sindaci colpevoli di degrado?

Questo è un pezzo ombelicale ma di denuncia. Questo pezzo per Studio doveva essere un reportage da Roma Sposa, il «salone del wedding» che ogni anno si svolge nella capitale e che inaugurava ieri al Palazzo dei Congressi dell’Eur: dunque Eur, ironie facili, un popolo di Poeti Santi e Navigatori, più la splendida cornice, gli stand, i corsi della Wed Academy, i workshop sulla «wedding cake», il tutto declinato secondo la china meravigliosamente surreale che tutto prende a Roma, soprattutto le manifestazioni più wannabe e milanesi (non conosce il concetto di surrealtà chi non ha mai assistito ad AltaRoma e alla settimana della moda capitolina, con un popolo metrosessuale normalmente molto disinvolto che improvvisamente si scopre sostenuto, con inviti rigidissimi per sfilate di stilisti di Guidonia che vestono mogli di funzionari della Corte dei Conti).

Figuriamoci con la sposa: qui, aspettavo soprattutto l’evento clou, le sfilate, e in particolare la sfilata di Celli Centro Sposi, primaria ditta di abbigliamento nuziale laziale, e che trasmette molte delle suddette sfilate in orari notturni su reti locali: uno dei miei passatempi ipnotici preferiti in tempi d’insonnia, con testimonial come Claudio Lippi, o Ascanio Pacelli, il discendente di papa Pio XII, che presenta smoking e frac delle più bizzarre fogge, con paggetti e damigelle d’onore. Gli spot di Celli Centro Sposi sono artigianali, pur non mancando di professionalità, e vanno in onda sotto forma di «Celli news», una specie di finto telegiornale dove «nonna Maria», cioè Maria Celli, stilista della casa, già premiata con l’Ago d’oro 2013, introduce le sfilate. C’è poi anche una Linea Bimbi, come si vede in alcuni video con bambini in morning suit di seta color champagne e cilindro, e poi soprattutto c’è il figlio Alessio, molto abbronzato, che veste lo sposo «classico ma anche quello glam», e insomma tutta un’estetica damascata di smoking blu elettrico, con indossatori incongrui, a volte anziani, e non vedevo l’ora di ammirare finalmente dal vivo tutto questo immaginario da Vezzoli dell’agro romano, con la fotografia e le luci e le musiche che ci si immagina (il centro Celli Sposi è dalle parti delle Frattocchie, storica scuola quadri del Pci, e non si è mai trovato il tempo di un sopralluogo), che da sempre costituisce un mio piacere segreto, insieme ad altre campagne televisive locali come quelle della fabbrica di materassi memory foam Resingomm (i primi peraltro a coniare il claim: non si può fermare il vento con le mani, poi plagiato dal premier).

Da sempre costituisce un mio piacere segreto, insieme ad altre campagne televisive locali come quelle della fabbrica di materassi memory foam Resingomm (i primi peraltro a coniare il claim: non si può fermare il vento con le mani, poi plagiato dal premier).

Parto dunque pieno d’aspettative col metrò, alla fermata Cavour la macchinetta però non dà i biglietti, due tornelli su tre sono rotti, con cartello a penna su foglio a righe di scuola elementare che dichiara «fuori servizio»; arriva il convoglio destinazione Laurentina, un vagone degli anni Sessanta lercio, devastato di scritte, e dentro irrespirabile con romani appesi ai loro maniglioni che boccheggiano come pesci in un acquario di ristorante, e gli manca solo il fumetto con la scritta: aiuto. Credo che mi verrà un attacco di panico, però devo fare il pezzo, quindi entro, contando le fermate (sono dieci) respirando in aria col naso in su. Un signore col codino come Fiorello anni Novanta dice a una signora vicina: «aho, alla fine ieri con lo sciopero era mejo», e lei risponde, respirando in aria anche lei, guardando il soffitto: «che non lo sai».

Poi arrivo a Eur Fermi, e lì un altoparlante annuncia che la fermata Pietralata è chiusa per allagamento (ieri c’è stata l’emergenza maltempo); intanto ieri sera sono andato fuori a cena e accanto ai tavoli del ristorante all’aperto a causa di questa bomba d’acqua c’era non una pozzanghera ma un lago tipo Milano 3, senza cigni ma con – ha detto la mia amica, io non l’ho visto – un topo morto che galleggiava. Tutto questo a cento metri dalla scalinata (rotta) di San Pietro in Vincoli, con manufatto michelangiolesco, una delle attrazioni più visitate di Roma.

Non che non mi renda conto che il pezzo di denuncia ombelicale è un po’ cheap, sembro l’architetto marxista che il mese scorso a un dibattito pubblico ha trattato male me e Teresa Ciabatti che facevamo gli stupidi parlando (vabbè) di gentrificazione, dicendoci prima «io sono allievo di Bruno Zevi. Io di queste cose non parlo». E poi, soprattutto, da sincero democratico: «sono appena arrivato dai Parioli, e in taxi l’autista mi ha detto», prima di deplorare molto la trasformazione urbana di Lipsia, Bucarest e altre primarie capitali.

Insomma, sbucato alla fermata Eur Fermi emergo dalla stazione, e fuori c’è tutto un fuggi fuggi di ambulanti di un maxi mercatino che impalla il laghetto dell’Eur e il palazzo dell’Eni e non capisco se è per una retata imminente o per imminente nuova bomba d’acqua. É la seconda, e la bomba d’acqua mi sorprende sulla Cristoforo Colombo con violenza inaudita, sotto le pregiate e sospese architetture di Massimiliano Fuksas. Non so dove rifugiarmi, mi metto sotto un platano, in trenta secondi sono fradicio lo stesso, non c’è un riparo nel raggio di centinaia di metri. Mi rendo conto che l’unica speranza (non temo tanto per me, ma per l’iPad che ormai galleggia nello zaino) è salire su un bus. Salgo allora su questo bus sgarrupato, con cartello surreale, destinazione «Boston», (viale, immagino sempre all’Eur) e lì su sono salvo, e sogno che mi porti veramente nel Massachusetts, è anche stagione di caduta delle foglie. Invece va verso via di Grotta Perfetta (questi nomi romani meravigliosi), e inizia un percorso lunghissimo, e io nel frattempo guardo queste strade ridotte a piscine anche olimpioniche, ci sono file chilometriche, le auto ferme, gli scooter surfano in acque non balneabili. L’autobus per il Massachusetts rimane praticamente fermo; a bordo un display diffonde non informazioni sugli orari ma spot sul bike sharing romano, quello famoso perché le bici se le son rubate tutte; poi leggo sull’iPad umido la notizia che il piano di rientro dal debito del comune è in via di approvazione, e due giorni fa qui c’erano tutti i sindaci del mondo, a confrontarsi con Marino.

Intanto ci muoviamo, e a un certo punto mentre non so se riuscirò mai a tornare a casa, e il pensiero corre a puntate paurose recenti di Report sui trasporti pubblici romani, e siamo davanti all’Ifad, l’istituto delle Nazioni Unite per la fame nel mondo (che non ho mai capito la differenza con la Fao), e ci sono tante bandiere e immediatamente ho l’illuminazione, ecco cosa serve a Roma: un tribunale internazionale per gli ex sindaci, quelli che hanno realizzato o tollerato i degradi attuali, le metro fatiscenti e antiche, le strade tipo Malindi, il disfacimento della città, in definitiva.

E immediatamente ho l’illuminazione, ecco cosa serve a Roma: un tribunale internazionale per gli ex sindaci, quelli che hanno realizzato o tollerato i degradi attuali, le metro fatiscenti e antiche, le strade tipo Malindi.

Un tribunale tipo Ruanda o ex Jugoslavia, con sede in città: in qualche edificio dismesso, tipo le ex caserme che non vuole nessuno, o nelle ex poste di piazza Dante, location perfetta in mezzo ai massimi degradi esquilini. Ci sono già lì ristoranti e botteghe etniche per assecondare i bisogni dei più eminenti giuristi internazionali che come nei tribunali delle Nazioni Unite arriveranno da tutto il mondo per la difesa. Per l’accusa invece andranno benissimo avvocati internazionalisti scooteristi dei Parioli – non mancano – che ogni giorno sprofondano nella buca assassina o si schiantano contro il sampietrino di taglio (forse, dunque, ci sarà fumus persecutionis).

Il processo durerà anni, la grande stampa coprirà l’evento, la Norimberga del Sanpietrino farà finalmente giustizia e creerà anche occupazione. Certo i sindaci tenteranno di sottrarsi, ma giovani giuristi torneranno dalle loro sedi estere e dai loro coworking per diventare cacciatori di sindaci di Roma, poi scriveranno biografie tipo Wiesenthal, anche, e racconteranno: quella volta che ho catturato Alemanno a Cortina, attendendolo per giorni sotto il rifugio Faloria, al gelo; quella volta che ho inseguito Rutelli a Capalbio all’Ultima Spiaggia, nascondendomi dietro un capanno, rischiando di essere sbranato dai cinghiali maremmani; quella volta che ho strappato Carraro al Senato (Carraro è senatore). Walter Veltroni, scaltro, ha sposato l’avvocatessa dei diritti umani, sarà uno dei più difficili da inchiodare alle sue responsabilità. Forse si chiuderà nella villa Clooney di Laglio tipo Nido dell’Aquila, deciso a farla finita piuttosto che consegnarsi alla giustizia.

Qualche accusatore forse chiederà anche la chiamata in correo dei cittadini romani e dunque di tutti noi che sopportiamo da decenni le gestioni subequatoriali (forse invece saremo assolti, e considerati parte lesa e ci verrà assegnata una medaglia, e una indennità di guerra).

Mentre scrivo il pezzo ombelicale sul mio iPad umido capisco a un certo punto che il bus per Boston impiegherà secoli per riportarmi indietro, forse non tornerà mai più all’Eur, e localizzo dunque una Enjoy nelle vicinanze (a via Tazio Nuvolari, con perfida ironia). Un venditore di ombrelli aggressivo tenta di impedirmi di aprire la Cinquecento rossa. Metto il riscaldamento al massimo per asciugarmi un po’, ci metto quarantanove minuti per fare i 10 chilometri che da via Tazio Nuvolari mi riportano al centro, nel frattempo la città è immobile, un’unica coda fino a casa, tra le piscine. Io soprattutto non sono riuscito a vedere gli abiti di Celli Sposi, anche di questo dovranno rispondere i sindaci di Roma.
 

Nell’immagine in evidenza: una litografia raffigurante una delle scene iconiche di Ben-Hur.

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