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Chi è Peter Doig, uno dei pittori viventi più quotati del mondo

Ha inaugurato qualche giorno fa a Londra la mostra che presenta i suoi nuovi quadri. Il ritorno del Gauguin scozzese.

Nel 2007, il dipinto White Canoe viene venduto all’asta da Sotheby’s per 11,3 milioni di dollari, stabilendo un record assoluto (a quei tempi) per un artista europeo ancora in vita. Nel 2013 è un’altra opera di Doig a battere il suo stesso record: The Architect’s Home in the Ravine, che viene battuta per 12 milioni di dollari. Soltanto l’anno dopo Country Rock raggiunge la cifra di 15 milioni. Risultati incredibili per un pittore contemporaneo, tanto che, come scrive Artnet in un’utile timeline coi momenti clou della sua ascesa, già tre anni fa il MoMA di New York possedeva ben 33 opere di Peter Doig, tra dipinti, stampe e disegni. Eppure, ai non addetti ai lavori, il nome di Doig di solito dice poco, o almeno non quanto quello di Damien Hirst, attualmente l’artista più quotato del Regno Unito (Doig è scozzese). Chi è appassionato di arte contemporanea, invece, lo ricorda benissimo, anche se il più delle volte viene citato come esempio di pittura che vende. Doig, infatti, fa un po’ fatica a meritare la stessa venerazione riservata al lavoro di colleghi come Gerhard Richter, Luc Tuymans o Marlene Dumas, il cui lavoro risulta, in generale, decisamente più strutturato e comprensibile, più “serio”.

In effetti, a differenza delle opere dei tre pittori citati, i quadri di Doig sono abbastanza difficili da decifrare. Alcuni sembrano brutti e pacchiani (me ne viene in mente uno con la via lattea e un altro con un tizio a cavallo). Altri sembrano troppo belli, come quello che in assoluto mi convince meno e mi fa venir voglia di chiamarlo e dire: «Troppo facile dipingere una roba del genere su una tela gigante! E poi, questo tizio in canoa, cosa dovrebbe significare?». In un certo senso Doig mi ha risposto, anni fa, in un’intervista con Alastair Sooke della Bbc: «Non so davvero di cosa parlano i miei dipinti. E non voglio saperlo. Non vedo perché dovrei, tra l’altro. Se potessi analizzarli, smetterei di dipingerli. Dev’esserci un elemento sconosciuto perché io possa trovarli interessanti».

In realtà i suoi soggetti non saltano fuori dal nulla. Doig nasce a Edimburgo nel 1959 e quando ha 2 anni i genitori se lo portano a Trinidad, l’isola più a sud dei Caraibi. Quando ne ha 7 la famiglia si trasferisce in Canada. Nel 1979 lui va a vivere a Londra per studiare pittura. Oggi che ha 58 anni lavora tra Londra, New York e Trinidad (ma prevalentemente vive ai Caraibi). Pare essere un tipo abbastanza riservato e non si sa molto della sua vita privata. Può impiegare anche 8 anni per finire un quadro e continuare a dipingere fino a 5 minuti prima dell’opening. Viene descritto molto bene in una recensione della mostra personale che gli dedicò la Fondazione Beyeler di Basilea nel 2014, pubblicata dal Sole 24 Ore, che conferma lo stereotipo del pittore geniale. «Non ha ancora finito di dipingere, c’è un quadro che non è pronto, non vuole essere fotografato, niente smartphone. Doig arriva e nonostante i 55 anni è un ragazzo. Ha la camicia sdrucita, gli occhi rossi perché dipinge fino a tarda notte (è il primo artista nella storia a usare la Beyeler come studio, sta finendo un grande murale nel seminterrato), ha il respiro trattenuto, le mani inquiete, le scarpe coperte di schizzi di colore e le unghie verdi di vernice». Il titolo della recensione è “Peter Doig, pittore misterioso.” Lui si esprime per brevi affermazioni, come un saggio, una specie di guru: «Ogni quadro è una reazione. È il frutto del passare del tempo, il risultato di dubbi. La pittura è un viaggio, a volte scomodo».

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Un’altra cosa che si sa di lui è che era molto amico di Derek Walcott, il poeta premio Nobel morto questa primavera a 87 anni. In una recensione alla sua mostra attualmente in corso da Michael Werner a Londra (la sua galleria di riferimento, dove non esponeva dal 2012), Jonathan Jones del Guardian ha definito le sue nuove opere “omeriche”, paragonando i misteriosi personaggi che le popolano a quelli della grande opera epica dello scrittore caraibico, Omeros. Secondo Jones, entrambi vedono Trinidad come «un luogo popolato da giganti, mostri, cantanti ciechi». I protagonisti dei suoi quadri, in effetti, sono sempre personaggi abbastanza indefiniti, animali o umani senza sguardo, che invece di osservarci obbligano noi ad fissare loro. Strane figure magnetiche spesso circondate da strane auree luminescenti, spesso immerse in una rappresentazione atmosferica della natura, che di solito è un fondale magico più che invadente. La mostra, che ha aperto qualche giorno fa (il 19 dicembre) andrà avanti fino al 7 febbraio e comprende una serie di opere nuovissime, datate 2017.

L’unica volta che si è parlato molto di Doig, al di là degli annunci delle vendite record da Sotheby’s, è stato l’anno scorso, per via di un bizzarro processo. Robert Fletcher, un’ex guardia carceraria canadese, sosteneva di aver comprato negli anni Settanta un suo quadro che raffigurava un deserto roccioso, firmato Pete Doige 76. A quei tempi (il 1975) Doig frequentava un corso di arte alla Lakehead University, a Thunder Bay, Ontario. Ma insisteva nel dire che il quadro non era suo. Il tizio l’ha portato in tribunale, e nel processo Doig ha dovuto dimostrare di non essere l’autore. Per sommo dispiacere del canadese, che avrebbe potuto guadagnare milioni di dollari, e grazie alla testimonianza di Marilyn Doige Bovard, sorella di Peter Edward Doige, l’uomo morto nel 2012 che ha effettivamente realizzato il quadro, il 23 agosto 2016 il giudice del tribunale di Chicago ha dato ragione a Doig, dichiarando l’opera ufficialmente non sua.

Devo ammettere che la recensione entusiasta di Jones mi ha convinto a riguardare il lavoro di questo pittore, che per le sue scelte di vita e di soggetti viene spesso definito un Paul Gaguin contemporaneo, e ripensare anche a quei quadri che ai tempi mi sembrarono un po’ troppo facili e “pasticcioni” (primo fra tutti la famosa canoa bianca da 11 milioni). Ma soprattutto ho notato che, oltre a movimentare molto denaro, a quanto pare, la pittura di Doig ha il potere magico di sciogliere le penne, ispirando articoli davvero belli, soprattutto ora, in occasione del suo grande ritorno. Uno fra tutti il lunghissimo e magnifico pezzo di Calvin Tomkins uscito sull’ultimo numero del New Yorker con il titolo “Somewhere Different”. Lettura consigliata per i prossimi giorni di vacanza (ma si può anche ascoltare), sul sito del magazine si chiama “The Mythical Stories in Peter Doig’s Paintings.

Immagini courtesy Michael Werner Gallery, New York and London
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