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Per essere più buoni

I social network sono veicolo di "imbecilli" e odio? Un po' di cose su cattivismo, buonismo e politicamente corretto.

Due episodi mi sono tornati in mente in questi giorni in cui si è molto parlato di politicamente corretto e social network, e di alcuni pregi e limiti del nostro attuale utilizzo di Internet. Sono discussioni spesso all’ordine del giorno, che si sono riaccese dopo alcune dichiarazioni di Umberto Eco in occasione della sua quarantunesima laurea ad honorem, un discorso poi riassunto sui giornali con titoli come «Eco all’attacco: “Sui social network legioni di imbecilli”».

Il primo: sono a cena con due amici. Entrambi di cultura medio-alta, entrambi hanno sempre votato a sinistra, uno di questi ha, solitamente, opinioni più a sinistra delle mie (soprattutto in campo economico). Quest’ultimo, nel mezzo di un discorso, ha usato il termine «culattoni». Non era un uso dispregiativo, era il tipico uso da persona-non-omofoba-che-in-quanto-non-omofoba-usa-termini-omofobi-per-scherzare. Gli ho chiesto, gentilmente, se potesse evitarlo. Ha riso. Mi ha chiesto se mi sentivo offeso. No, gli ho detto, ma leggermente infastidito: ci sono molti altri termini più corretti da usare, e soprattutto non offensivi. Tuttora, quando ci vediamo e i discorsi affrontano il tema gender, mi guarda e dice «culattoni» con enfasi, per prendermi in giro. In quei casi rido anche io, di me e di questa nostra piccola guerra, ma principalmente perché non posso litigare ogni giorno.

Il secondo: sono a pranzo con altri due amici, diversi dai primi due. Entrambi hanno sempre votato a sinistra, sono tra le persone con cui condivido maggiormente le preferenze letterarie, le visioni economiche, la dieta culturale. Quella che potremmo chiamare, insomma, “visione del mondo”. Uno dei due, nel mezzo di un discorso, chiama una certa donna «cagna». Gli dico dai, però, non usare quella parola. Anche lui ride. Mi chiede se dico sul serio. L’altro amico è d’accordo con me. Gli dico che è come chiamare una donna puttana con un’accezione spregiativa, come se il sesso fosse un tabù e il possesso del proprio corpo e il libero uso dello stesso fossero peccato. Mi dice che no, non è così. Mi dice poi che è un’espressione utilizzata in una serie tv, Boris, e che quindi è una citazione legittima. Gli dico che si sta nascondendo dietro un dito. Per molto tempo siamo in disaccordo. Più recentemente, mi ha confessato di capire le mie posizioni.

In entrambe queste situazioni, per la maggior parte della popolazione italiana, credo, ho interpretato l’archetipo del “tipo noioso”. Del “bacchettone”, forse. Del “politicamente corretto”, secondo il linguaggio di destra che ha una lettura peggiorativa della definizione di “politicamente corretto”. Del “buonista”, forse.

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Umberto Eco, io, e le vie di mezzo

Naturalmente, Umberto Eco non ha detto soltanto quella frase. Il punto completo dell’intervento è questo: «Il fenomeno dei social network è anche positivo, non solo perché permette alle persone di rimanere in contatto tra loro. Pensiamo solo a quanto accaduto in Cina o in Turchia dove il grande movimento di protesta contro Erdogan è nato proprio in rete, grazie al tam-tam. E qualcuno ha anche detto che, se ci fosse stato Internet ai tempi di Hitler, i campi di sterminio non sarebbero stati possibili perché le informazioni si sarebbero diffuse viralmente». Poi ha aggiunto: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Ora: Eco ha espresso concetti non facili da esprimere e in un certo senso controversi, con un linguaggio puerile e un ragionamento piuttosto piatto. È stato molto criticato, accusato di esprimere idee conservatrici. Eppure credo che, in questo caso come in altri, sia opportuno ragionare intorno alle frasi di Eco, anziché scegliere immediatamente il partito “ha torto” (ma pure quello “ha ragione”). I social network a cui Eco fa riferimento devono essere, principalmente, Twitter e Facebook. Forse principalmente Twitter, visti i riferimenti ai movimenti “sociali” o “dal basso” che ha promosso o aiutato (se ne parlò molto in occasione della Primavera egiziana, piazza Tahrir, a cavallo tra 2010 e 2011). Eppure, in un certo senso, le cose che ha detto Eco le ho pensate anche io, molte volte. E cioè: Twitter ha una natura che presta facilmente il fianco alla cattiveria, all’espressione semplice e sagace, alla boutade a effetto. Il giornalista statunitense Matt K. Lewis ha espresso bene questi concetti in un articolo del gennaio 2013 su The Week. Il pezzo si chiama “Why I hate Twitter” ed è il racconto del suo rapporto con il social: dapprima un grande entusiasmo per le potenzialità, dopodiché una grande delusione. Lewis scrive:

A un certo punto, il nostro ottimismo è svanito. Quando tutti sono arrivati su Twitter, i problemi di tutti sono arrivati su Twitter. I primi iscritti saranno forse stati utopisti tecnologici, ma le onde successive erano composte da cinici incattiviti e fanatici del partito preso che hanno utilizzato la piattaforma per rendere il mondo un posto peggiore di quello che era prima di Twitter.

E continua:

Twitter è diventato come il liceo, dove i bulli prendono in giro altri ragazzini per aumentare la propria autostima e vedere se altri ragazzini rideranno e si uniranno a loro.

E ancora:

Gli scrittori dovrebbero pensare a grandi idee, ma Twitter ti risucchia in piccole battaglie meschine. Toglie la tua attenzione dall’importante, e la porta sull’immediato.

Si potrebbe obiettare: ma puoi scegliere tu chi seguire, puoi crearti le tue liste, puoi escludere i violenti, i razzisti, gli omofobi. Certo, posso, e lo faccio. Tuttavia alcuni account mi tocca seguirli per lavoro, o perché devo essere informato anche su opinioni che non condivido e che trovo incondivisibili. Inoltre queste – logicissime – obiezioni significano: puoi scegliere di non vedere. Resta il fatto che è molto più facile esprimere un’opinione se negativa, piuttosto che il contrario. Se sei d’accordo con un articolo, con una legge, con una decisione del governo o con il titolo di un quotidiano, raramente scriverai un tweet o un post Facebook dicendo: «Sono proprio d’accordo con quell’articolo / con quel titolo / con quella dichiarazione del primo ministro». Se sei in disaccordo, invece, è più probabile che sentirai una sorta di bisogno di esprimere questa tua contrarietà, e la esprimerai su un qualche social network. Ci sono buone probabilità, anche, che tu la esprima con toni poco diplomatici e ragionamenti ridotti all’osso, e per due principali motivi. Il primo è la brevità endemica dei social network: i 140 caratteri di Twitter innanzitutto, ma anche Facebook non privilegia il ragionamento lungo. D’altronde stai esprimendo un’opinione e vuoi, di conseguenza, che questa opinione venga letta e condivisa, e per raggiungere questo risultato la brevità è più comoda della complessità. Il secondo motivo è quello che una ricerca della University of Wisconsin ha chiamato “nasty effect”. Insommapiù siamo lontani dalla ricchezza dell’interazione faccia-a-faccia, più siamo portati a offendere. È uno studio che si riferisce principalmente ai commenti online, e infatti i commenti sono il problema principale della cattiveria sui social network. Pagine come “Raccolta statistica di commenti ridondanti” evidenziano bene questa tendenza.

Mi vengono in mente, a riguardo, i vecchi post di Beppe Grillo o di pagine di area 5 Stelle su Laura Boldrini (“Cosa faresti in auto con la Boldrini?“) o qualsiasi commento di Salvini su migranti, rom, e altri temi che scatenano puntualmente tutto il razzismo, il sessismo, l’omofobia dei suoi “fan”. Qui entriamo nel problema dell’uso che una certa politica fa dei social network.

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La politica violenta e il cattivismo

Quando Barack Obama fu eletto per la prima volta Presidente degli Stati Uniti, per settimane e forse mesi si parlò di come il suo staff avesse vinto anche grazie alla strategia social. Oggi ci sembra scontato, ma nel 2008 non lo era: Facebook era appena esploso, e che un candidato creasse un brand e una forte attività di comunicazione su quel nuovo canale era una novità. A quel tempo l’attività social era qualcosa di più legato alla sinistra che alla destra, insomma, la sinistra ci è arrivata prima (ad esempio: Matteo Renzi si è iscritto a Facebook nel 2009, Salvini un anno dopo, Berlusconi più di un anno dopo). Poi, naturalmente, ci è arrivata anche la destra, e ha trovato un ottimo modo per aumentare i propri consensi: l’offesa.

Due esempi su tutti, sempre loro: Beppe Grillo, con il V-Day e la retorica del “vaffanculo” e del “tutti ladri” e del “mandiamoli a casa” e del “destra e sinistra sono tutti uguali”; e Matteo Salvini, i cui ultimi post (sto guardando in questo momento) sono dedicati a: gridare “basta al razzismo verso gli italiani” dal momento che, a suo dire, agli immigrati vengono date case e agli italiani in difficoltà no; scrivere “primo barcone e tutti a casa”, frase dedicata ai migranti che vorrebbero attraversare il confine con la Francia; minacciare di “ruspa” Furio Colombo. Insomma, post razzisti, violenti e furbetti. Furbetti perché scatenano la pancia di molti altri violenti. E infatti, i commenti sono peggio: c’è chi inneggia a una marcia su Roma (però con le solite ruspe); chi dice «Salvini mandali tutti a casa»; chi augura la scabbia ai dirigenti del Pd. Ho eliminato maiuscole, punti esclamativi e refusi da queste ultime trascrizioni.

Naturalmente i toni che Matteo Salvini utilizza sui social network sono diversi da quelli che utilizza in tv: in quest’ultimo caso è più morbido, sa che, per qualche motivo legato a quello che scrivevo prima sul “nasty effect”, quando ci mette la faccia deve contenersi almeno un po’. Deve rendere conto di ciò che dice, ma non sempre di ciò che scrive. Sono convinto che il vero Matteo Salvini sia più simile a quello “live” che non a quello “social”, sia cioè razzista, xenofobo e omofobo, ma non così tanto razzista, xenofobo e omofobo. Ha però capito molto bene come si possono sfruttare i social. Funziona.

Poco prima, nel citare alcuni tra i commenti medi trovati sulla pagina Facebook di Matteo Salvini, ho volutamente escluso i più comuni: quelli che incitavano a dire «basta al buonismo», che dichiaravano «meglio razzista che finto buonista» e altre variazioni sullo stesso tema. Dunque torniamo all’inizio. Cosa c’è che non va in questo buonismo?

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Io, ad esempio, cerco di essere buonista

Cerco di esserlo, a volte mi riesce, a volte no. È difficile, ma ho scoperto che mi fa stare bene pensare al bene, e non al male. Dire “buonista” mi sembra anche ridicolo: diciamo che preferisco dire “buono”.

Per una grande fetta di popolazione, “buonista” è un termine negativo. Un termine che significherebbe, più o meno, “eccessivamente buono”. Il che mi fa ridere: è come dire “eccessivamente pacifico” o “eccessivamente non omicida” o “eccessivamente non omofobo”.Per molto tempo, a partire dalla metà degli anni Novanta, la parola “buonismo” è stata associata a “veltroniano”. L’ex direttore de l’Unità fu accusato certamente da destra, ma anche da sinistra di eccessivo buonismo. Se la destra equiparava il buonismo alla mancanza di polso politico, alla codardia, da sinistra si lamentò scarsa severità nei confronti degli avversari (la stessa Ellekappa, ad esempio, proprio sulle pagine de l’Unità). Un articolo apparso su Repubblica nel 2008, firmato da Giovanni Maria Bellu, evidenzia come la definizione tradizionale di “buonismo” non sia affatto negativa: secondo lo Zingarelli indica un «atteggiamento bonario e tollerante che ripudia i toni aspri del linguaggio politico». Il buonismo, sottolinea Bellu, «promana dalla Costituzione della Repubblica e dalla Convenzione sui diritti del fanciullo». Dice anche: «È il momento – prima che l’accusa di “buonismo” si estenda a chi conduce gli interrogatori senza applicare gli elettrodi ai testicoli del teste – di ricondurre l’aggettivo all’originario ambito definito dallo Zingarelli e rispondere per le rime a chi associa il “buonismo” alla semplice rivendicazione dei diritti fondamentali».

Il fatto è che mi sono stancato di essere politicamente scorretto. Come quasi tutti, lo sono stato per buona parte dell’adolescenza e dell’inizio di questa vita adulta. E ho scoperto che non ci vuole nessuna fatica a non usare espressione come “negro”, “frocio”, “troia”, eccetera. Perché essere nero, gay e scegliere liberamente con chi andare a letto non è, naturalmente, un atto che limita le libertà altrui. È anche un piccolo atto di egoismo: non dire nulla di offensivo, almeno cercare di farlo, migliora la giornata. Dopo una giornata di lavoro a volte guardo a cosa ho fatto, compresa la serata. Sono stato gentile? Bene, posso dormire meglio e svegliarmi meglio. È meglio dello yoga. Che non è molto diverso da quello che diceva David Foster Wallace agli studenti del Kenyon College nel 2005. O dal commencement speech di George Saunders, che si chiede, banalmente e giustamente: «What’s our problem? Why aren’t we kinder?».

Anche il termine “politicamente corretto” ha un’accezione che non nasce come negativa, ma lo diventa. La sua origine è da datare al 1990, quando gli studenti liberal di Harvard si definivano orgogliosamente “politically correct”. La destra se ne appropriò in fretta, come è successo anche con il buonismo, e ne ribaltò il significato. Il “merito” va dato principalmente a Dinesh D’Souza e al suo libro Illiberal Education: The Politics of Race and Sex on Campus del 1991 e ad alcuni articoli usciti su Forbes e Newsweek, che puntavano il dito su ciò che chiamavano «thought police». Sarebbe a dire: se dici qualcosa di “politicamente scorretto” (l’esempio viene dall’espulsione dalla University of Connecticut della studentessa Nina Wu, colpevole di aver appeso alla porta del proprio dorm un foglio che avvisava gli homos di tenersi lontani, o avrebbe sparato a vista) i “politicamente corretti” ti vogliono mettere a tacere. Qualcosa di simile alla «thought police» è in fondo quello di cui si lamentano alcuni politici o commentatori razzisti (eccetera) con chi li accusa di essere dei razzisti (di merda, anche), dicendo «è questa la democrazia della sinistra?». Dovrebbe essere quella di combattere ogni sopruso, ogni abuso, ogni violenza fisica e anche verbale, ogni fascismo. Quindi, beh, la risposta è sì.

The Autumn Deer Rut In London's Richmond Park

Finire in bellezza

In fondo credo che il mondo stia diventando un posto migliore, per certi versi. Almeno, il mondo occidentale e il mondo in cui non ci sono guerre che rendono estremamente difficile il diventare un posto migliore. E sì, probabilmente anche grazie ai social network. Le riforme degli ultimi anni in tema di diritti ed uguaglianza legale tra persone dello stesso sesso sembrano un treno destinato a non fermarsi, forse anche in Italia. Dagli Stati Uniti sta arrivando una altrettanto forte spinta femminista. Termini (e crimini) come slut shaming e revenge porn iniziano a essere considerati per quello che sono, e non derubricati a sciocche questioni da donna. Il razzismo è un problema ancora diffuso e presente in ogni società del mondo, ma c’è un’opinione pubblica (anche conservatrice) sempre più antirazzista (forse non in Italia, ma ci arriveremo).

Per questo è importante che i non-razzisti non utilizzino termini razzisti, i non-omofobi, e via dicendo. È importante per non aggiungere altro lavoro al lavoro da fare. I social network non saranno perfetti, ma sono appena nati. Forse tra vent’anni guarderemo a questi anni Dieci e ci sembreranno  primitivi e sorpassati. L’innovazione è buona se non si ferma e continua a migliorarsi. E allora qualche critica, se ben articolata, dev’essere legittima e non tacciata di luddismo. Che poi, a ben vedere, strumenti come Twitter di problemi ne hanno un bel po’, anche di natura più tecnica. Uno, ad esempio, si chiama sharing without consumption, ma questo è tutto un altro argomento.

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