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Moneyball e lo sport al cinema

Un film su baseball e business, in uscita il 27 gennaio: come coniugare sport e un'ottima sceneggiatura

Il nostro bel cinema, come ben sappiamo, ha tanti problemi. Uno dei più evidenti è quello di non sapere raccontare storie. Siamo da tempo ancorati a due o tre canovacci che hanno a che fare a grandi linee con a) trentenni/quarantenni in crisi b) adolescenti con problemi di cuore e in via di crescita. Come sappiamo c’è poi il proficuo filone delle commedie paratelevisive e qualche piccolissimo quanto coraggioso tentativo di affrontare il genere. Il resto è ben poca cosa. Uno dei tantissimi generi che latita in Italia è il film sportivo. Che, se ci pensiamo, è una stranezza. La nostra sfrenata passione per il calcio è nota, ma i titoli di pellicole italiane dedicate a questo sport si contano sulle dita di una mano. Ci sono le commedie come Mezzo Destro Mezzo SinistroPaulo Roberto Cotechiño Centravanti di Sfondamento o il più famoso L’Allenatore nel Pallone (umiliato di recente da un sequel assolutamente inutile). Ci sono anche commedie, per così dire, meno “pecorecce” come Il presidente del Borgorosso Football Club di Luigi Filippo D’Amico, con un insuperabile Sordi, o l’amaro Italia – Germania 4 – 3 di Barzini. Ci sono i film di denuncia sociale sul fenomeno delle tifoserie violente come Ultrà, o l’incredibile L’Ultimo Ultras di quel paradosso che è Stefano Calvagna. C’è stata l’agiografia di Risi dedicata a Diego Armando, il brutto Maradona: La Mano de Dios, e anche un titolo come Gli Eroi della Domenica diretto da Mario Camerini nel 1953. Ci sono poi altri film tutt’altro che memorabili e qualche documentario. Ed è tutto qui. Un paese che impazzisce per il pallone, che incredibilmente non riesce a realizzare un sano, onesto quanto semplice film sportivo.

E dire che di materiale ce n’è in abbondanza. Il tubo catodico – al di là di un’infinita serie di trasmissione di cronaca o di “accesi dibattiti” – in questo senso è molto più avanti. Per primo ha capito che l’epica, intesa come “il raccontare qualcosa di straordinario rispetto alle ordinarie capacità umane”, è applicabile al giuoco del pallone. Pensiamo a una trasmissione come Sfide, in onda su Rai tre dal 1999, ideata e curata da Simona Ercolani. Impreziosite dalle note di Heroes di David Bowie, usata come sigla, si raccontavano storie di riscatto, fatica e onore in nome dello sport. E la lagrima era sempre dietro l’angolo. Perché non c’è niente di più bello che emozionarsi per chi con il sudore della propria fronte riesce in un’impresa sportiva incredibile. Questo anche se si ha la vita atletica di un bradipo zoppo. Il cinema americano nel raccontare storie di questo tipo è ovviamente imbattibile e ci ha regalato moltissime gioie in questo senso. L’ultimo miracolo è Moneyball, in italiano L’Arte di Vincere. Il film è diretto da Bennett Miller, già regista di Truman Capote – A sangue Freddo, pellicola grazie alla quale Phillip Seymour Hoffman si portò a casa un Oscar nel 2006. Il lavoro di Miller è tratto da un libro del 2003 intitolato Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game, firmato da Michael Lewis. La storia è quella del General Manager degli Athletics di Oakland, Billy Beane. L’uomo, interpretato da Brad Pitt, si trova in una scomoda situazione: ancora una volta battuto dai New York Yankees a fine stagione, perde le sue uniche tre stelle. Obbligato ad affrontare un altro campionato con un budget decisamente inferiore rispetto ai suoi concorrenti e senza nessuna stella, decide di cambiare (il) gioco. Incontra sulla sua strada Peter Brand (un mastodontico Jonah Hill), un giovane laureato in economia a Yale, con un punto di vista totalmente inedito sull’idea di campagna acquisti. I due, andando contro tutti i pareri degli esperti del settore e dell’allenatore (interpretato dal solito gigantesco Hoffman), mettono insieme una squadra di underdogs, di perdenti, di giocatori che nessun’altro vuole. E inevitabilmente la magia accade. Gli Athletics, dopo una partenza in sordina, riescono a vincere 20 partite di seguito, realizzando un nuovo record dell’American League.

Il libro da cui è tratto Moneyball, inedito in Italia, a quanto pare ha poco di fiction. È più un’analisi dell’innovativo sistema messo in piedi da Beane e Brand. I due rifuggono da quello che è il normale mercato dei giocatori; grazie a complessi calcoli matematici e statistiche riescono ad arrivare a giocarsela con i pesi massimi della Lega. Il termine corretto è sabermetrica, parola coniata da Billy James, storico e statista del baseball per anni considerato un mezzo pazzo, che l’ha presa dall’acronimo SABR, Society for American Basebal Resarch. La finalità della sabermetrica è l’analisi del baseball attraverso le statistiche. Per rendere il tutto comprensibile, utilizzando similitudini calcistiche: per sostituire un giocatore come Zlatan Ibrahimović, basterà prendere tre giocatori costosi come un pacchetto di Fonzies, la cui media stagionale di gol sommata è pari a quella del campione rossonero. Ovvio che per quanto riguarda il calcio questo metodo avrebbe molte falle, ma ipoteticamente la San Benedettese potrebbe finire in Champions League mettendo in campo una squadra di rinnegati. Non solo: così facendo si manderebbero all’aria tutti gli interessi economici legati alle grandi squadre e i loro pesanti investimenti che sappiamo essere tentacolari (diritti tv, eccetera…). Il punto di Moneyball è ben espresso dal sottotitolo del libro: l’arte di vincere un gioco scorretto, truccato. Il pregio del film è quello di utilizzare una discussione puramente teorica ed economica, per raccontare una romantica storia di sport e di riscatto. Lo script, firmato da due personaggi del calibro di Steve Zaillan e Aaron Sorkin, riesce poi a mediare tra una parte tecnica (forse di difficile comprensione per noi italiani quasi totalmente a digiuno delle regole del baseball) e una parte di fiction incentrata sulla storia di Brad Pitt, che tra questo film e The Tree of Life si sta ricostruendo una carriera tutt’altro che banale. Essendo poi Sorkin un genio, è riuscito a scrivere un film sportivo scardinando i tòpoi del genere. Guardate per esempio che fine fa la classica sequenza in cui il protagonista carica la sua squadra con un bel discorsetto motivazionale sulle note di un epico strumentale. Moneyball è un grande film sportivo capace di dire qualcosa di interessante ed innovativo sullo sport e al tempo stesso di far spuntare una lacrimuccia alla maggior parte degli spettatori. Dalle parti della perfezione. E in Italia?


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