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Le streghe di Salem

L'ultimo capitolo cinematografico di uno che non si vergogna di farsi chiamare Rob Zombie e da anni rimbalza dal metal ai film, con risultati vari ma interessanti.

Era il giugno del 2004. All’epoca studiavo a Bologna e conducevo una trasmissione settimanale di critica cinematografica – SecondaVisione: cinema, sciocchezze e pretese culturali – sulle frequenze di Radio Città del Capo, emittente felsinea appartenente al network di Radio Popolare. La stagione era ormai finita e nelle sale cinematografiche usciva poco o nulla. Stavamo per chiudere la stagione radiofonica (che, giusto per la cronaca, facevamo da volontari, ovvero senza essere pagati) per occupare molto più saggiamente i nostri martedì sera, per andare ai Giardini Margherita a bere dei succhini di frutta in mezzo ai prati, magari anche in dolce compagnia. Ed invece ecco giungere la pazzia. Mi accorgo, sfogliando i quotidiani, che nella sala più piccola dell’unico multisala bolognese, posizionato praticamente in tangenziale, è uscito un film horror. Si intitola La Casa dei 1000 Corpi ed è diretto da tale Rob Zombie. Mi si accende una piccola lampadina. Come, Rob Zombie?

Flashback. Siamo nel 1991, forse 1992. Mi viene in mente un triste pomeriggio, di quelli color grigio neon, di tanti anni prima, quando passavo la mia vita ad ascoltare dischi metal con il mio amico Carlo. Andavamo nei negozi di dischi e compravamo tutto quello che veniva recensito entusiasticamente su riviste come Flash Hard, poi tornavamo a casa sua, giocavamo a Dragon’s Lair II: Time Warp di Don Bluth e ascoltavamo in heavy rotation Vulgar Display of Power dei Pantera, forse il miglior disco di tutti i tempi. Una volta decidiamo di investire 15 mila lire a testa, nell’acquisto di una compilation: Dylan Dog – Rock & Horror Compilation. Non so se ve la ricordate. All’epoca il personaggio di Tiziano Sclavi era gigantesco (e la qualità delle sue storie, infinitamente superiore a quella di oggi) e addirittura era uscito un disco che metteva insieme il meglio della musica pesante del periodo, tra pezzi scadentissimi (tali Warrior Soul con The Wasteland) e qualche perla (Low Self Opinion della Rollins Band). Tra i vari gruppi ci colpiscono tali White Zombie, presenti nella compilazione con la hit Thunder Kiss ’65.

Insomma i White Zombie mi piacciono un casino e soprattutto mi piace il loro immaginario: un’estetica che (capisco) cita un glorioso quanto folle passato, ma che rimescola tutto, creando qualcosa di distante da quella che all’epoca era l’immaginario metal medio.

Qualche tempo dopo, ci capita di vedere anche il video (cosa non facilissima all’epoca, se non rimanendo svegli fino a tardissimo guardando tutti i video passati da Mtv) e rimango abbastanza folgorato: girato in parte in bianco e nero, si vedono della ballerine go-go (che imparerò più avanti essere una citazione a Faster, Pussycat! Kill! Kill! di Russ Meyer) che si dimenano nel deserto, circondate, senza alcun senso logico, da luchadores messicani, gente travestita da Frankenstein, da un uomo lupo e dal Diavolo. Queste sequenze sono alternate ad altre scene con il gruppo che suona in una stanza bianca:  hanno un look pazzesco. Una cosa a metà strada tra quello che sarà poi il grunge più sfacciato e qualcosa di indefinibile, che forse aveva a che fare con quella cosa curiosa che era il cyberpunk. Insomma i White Zombie mi piacciono un casino e soprattutto mi piace il loro immaginario: un’estetica che (capisco) cita un glorioso quanto folle passato, ma che rimescola tutto, creando qualcosa di nuovo e soprattutto distante da quella che all’epoca era l’immaginario metal medio. Vengo a sapere che il nome del gruppo arriva da un vecchio film horror del 1932 con Bela Lugosi. Ovviamente non lo trovo da nessuna parte, ma sono contento perché anche a me piace il genere e ogni tanto compro Fangoria, una rivista pazzesca di roba horror che arriva dall’America fino in Via Lecco a Milano, alla Borsa del Fumetto. Insomma, qué viva i White Zombie! Ci capisco poco o niente, ma non è importante. Parliamo dei White Zombie, non di Olivier Messiaen.

Torniamo al giugno del 2004. Non ascolto i White Zombie da tantissimo tempo. Ho ancora in camera il posterino della cover del loro ultimo disco Supersexy Swingin’ Sound, ma più che altro perché c’è una bellissima foto di un pin up seminuda su un’amaca.  Però vedo che il mio vecchio amico Rob Zombie ha diretto un film horror e perdo la testa. Tento di convincere i miei colleghi a fare una settimana in più di trasmissione non pagata solo per poter parlare di quel film. Ovviamente (e giustamente) mi hanno tutti ignorato. Loro sono andati ai giardini a bere i succhini di frutta. Io mi sono chiuso da solo in una sala con l’aria condizionata a palla di fuoco a vedere La Casa dei 1000 Corpi. Ed è stata una rivelazione.

C’è una colonna sonora che mette insieme i pezzi soliti di Rob Zombie, i Ramones e dischi di country o vecchia musica popolare misconosciuti come quelli di Buck Owens o Helen Kane, quella di “I Wanna Be Loved Be You”. C’è la sua musa assoluta, la moglie Sheri Moon in Zombie.

Un film che, come molti dell’epoca, sembra partire dall’idea di un semplice remake del più prolifico filone horror di sempre: quattro giovani in macchina in vacanza che arrivano a casa di una famiglia di assassini e finiscono per morire molto male. Ma c’è di più, c’è moltissimo di più. C’è un regista che non si vergogna a farsi chiamare Rob Zombie che riesce a iniettare in un canovaccio trito e ritrito una serie di riferimenti, citazioni, strizzatine d’occhio, non solo al cinema che si cita direttamente (quindi Non Aprite Quella Porta e tutto il new horror di fine anni Sessanta), ma anche a tutto un altro immaginario (questo personale) che riesce a mettere insieme il camp più sfrenato di oscure produzioni anni ’30 e ’40 e mille altre cose. C’è Sid Haig, l’uomo che abitava in un calapranzi nel magnifico Spider Baby di Jack Hill vestito da pagliaccio brutto sporco e cattivo. C’è la madre di questa famiglia di psicopatici interpretata da Karen Black, attrice vista in Easy Rider e nell’ultimo film di Hitchcock, Complotto di Famiglia. Ci sono pezzi di Storia del Cinema come Dennis Fimple, Bill Moseley o William Bassett, freak totali come il gigante Matthew McGrory, nuovi volti come Rainn Wilson o Walton Goggins. Ci sono sequenze in cui della gente vestita da coniglio, vaga per un cimitero con delle croci infuocate. Ragazzini frivoli che finiscono in un tunnel dove c’è una specie di robot che trasuda liquidi verdastri e che poi li uccide male. Molto male. C’è una colonna sonora che mette insieme i pezzi soliti di Rob Zombie, i Ramones e dischi di country o vecchia musica popolare misconosciuti come quelli di Buck Owens o Helen Kane, quella di “I Wanna Be Loved Be You”. C’è la sua musa assoluta, la moglie Sheri Moon in Zombie (che mi fa sempre ridere e pensare a “Signorina Silvani, in Calboni”), una bellissima ragazza che è comparsa in molti suoi video e sulla copertina del disco American Made Music To Strip By . E poi c’è una libertà espressiva assoluta e molto ben definita, matura, soprattutto se pensiamo che siamo di fronte a un’opera prima. Insomma, Rob Zombie arriva in un triste multisala bolognese, d’estate, in una situazione per il cinema horror a dir poco drammatica e ne esce a testa alta. Anzi: con tutte le debite differenze del caso, sembra di aver trovato il Quentin Tarantino del genere. Esco dalla visione in estasi. Alla mia illuminazione ci credono in pochi e quando parlo bene del film di Rob Zombie la gente mi guarda come se fossi matto da anni. Si ricrederanno più o meno tutti quando due anni dopo esce il seguito de La Casa de i 1000 Corpi. Il titolo originale è The Devil’s Reject, tradotto come La Casa del Diavolo.

Questa volta il punto di riferimento non è tanto il new horror, quanto il cinema anni ’70 a stelle e strisce: La Casa del Diavolo punta in altissimo, citando maestri come Sam Peckinpah e Arthur Penn. Si rinuncia a un pizzico di follia in più (ma parliamo comunque di un film che inizia con un gigante mascherato che trascina una donna nuda per i piedi in un bosco)  per fare la voce grossa e far vedere che, oltre a quel famoso gusto estetico che è ormai diventato standard, c’è un vero e proprio regista. Un film fortissimo, esagerato, esasperato che andrebbe visto solo ed unicamente per la sequenza finale che, sulle note di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, riesce a farci spuntare una lacrima per la morte di tre assassini orribili e bastardi come pochi. Il film diventa un vero e proprio culto in pochissimo tempo e Rob Zombie, si trasforma in un punto di riferimento per l’horror moderno. E da un momento all’altro Rob comincia a giocare con i grandi. Coccolato dalle superstar Eli Roth, Robert Rodriguez e il già citato Quentin, gira per l’operazione Grindhouse il finto trailer del film Werewolf Women of the S.S., una follia con Udo Kier, Nicolas Cage (nella parte di Fu Manchu!), Sybil Danning e Tom Towels. Il passo successivo è quello del remake vero e proprio. Ormai la Hollywood che ama spaventare sembra aver rinunciato a fare di testa sua e, nel grande gioco del “ce l’ho, manca”, a Rob Zombie viene affidato il franchise di Halloween, in originale di John Carpenter.

Halloween II di Zombie è un film molto cupo, spesso volutamente sciatto, che ha il coraggio di non farsi lasciare dalla facile tentazione di esagerare a caso con l’emoglobina, ma che gioca molto di più con gli elementi narrativi e psicologici.

Il discorso qui si fa lungo e articolato. Semplificando: la pratica del remake dei grandi classici dell’horror ha le sue regole e le sue caratteristiche. Rob Zombie non sembra adeguarsi e realizza un film che sembra voler prendere il meglio degli otto capitoli precedenti, ripartire da zero, realizzando un monumento a Michael Myers, l’assassino mascherato protagonista assoluto della saga. Ci sono ancora Sheri Moon e il fidato Sid Haig, e una lunga serie di quel cinema a cui Rob Zombie sembra essere così affezionato: Ken Foree, Brad Dourif, Dee Wallace, William Forsythe e molti altri. Il film incassa, ma non quanto sperato. I fan duri e puri dell’originale gradiscono, ma non accettano fino in fondo la rilettura fatta. Il film, pur rimanendo a parere personale un esperimento intelligente e anche coraggioso, ha qualche difetto evidente. Sempre personalmente, va un po’ meglio con il seguito Halloween II, seguito del remake dell’originale (ci siete?) il pubblico e la critica non sembrano pensarla come il sottoscritto. Il film viene abbastanza distrutto da chiunque, incassa poco più di quanto speso e rischia di affossare la carriera del regista. Ma non potrebbe essere altrimenti: Halloween II di Zombie è un film molto cupo, spesso volutamente sciatto, che ha il coraggio di non farsi lasciare dalla facile tentazione di esagerare a caso con l’emoglobina, ma che al contrario gioca molto di più con gli elementi narrativi e psicologici della questione. Un film che si confronta con Il Mito con estrema umiltà, che deve tentare di essere, da una parte rispettoso degli sfaceli fatti dai vecchi seguiti, ma contemporaneamente, dall’altra parte, tenta di distaccarsene e tentare di fare altro. Insomma, Rob Zombie ha giocato coi grandi e ne è uscito un po’ ammaccato. E pensare che fino a poco tempo prima erano in molti a puntare su di lui. Forse il campionato è troppo impegnativo per un regista con soli due film alle spalle. Forse il paragone con una pietra miliare del genere come Halloween è per forza di cose doloroso. Il risultato è che mentre il pubblico si beve cose orribili come il remake di A Nightmare on Elm Street o di Venerdì 13 praticamente senza battere ciglio, a Rob Zombie non gli si perdona nulla. Mondo ingiusto.

Il passo successivo è forse effettivamente l’unico passo falso della carriera di Rob Zombie. Si tratta di un film d’animazione intitolato The Haunted World of Superbeasto tratto da una sua pubblicazione a fumetti. Un frullato folle e piuttosto sconclusionato di tutte quelle che sono le caratteristiche principali del suo autore: strippers, zombie, mostri, musica forte, citazioni a una serie di film che definire misconosciuti è generoso, tanta follia. Il difetto sta nell’essere un divertissement evidentemente fine a sé stesso, fatto per riacquisire quella libertà che le grandi produzioni gli hanno negato e per togliersi un piccolo sassolino dalle scarpe. Il film esce direttamente in Dvd e, al di là di qualche povero pazzo come il sottoscritto, non se l’è visto praticamente nessuno. E con questo siamo arrivati al 2009, anno in cui il nostro si ferma. Evidentemente l’esperienza con i grossi studios l’ha demoralizzato e Rob Zombie si concentra di più sulla sua carriera musicale. Ma è proprio durante un suo concerto del maggio del 2012 nel New Jersey che viene mostrato il trailer del suo nuovo film: The Lords of Salem, tradotto in italiano con il titolo di Le Streghe di Salem.

È un film molto lento, ipnotico, che gioca molto di più su una lenta costruzione dell’ansia e della paranoia che sull’effetto spaventoso ad ogni costo dell’horror recente. Un film che non ha nulla a che fare con tutto quello che è il cinema odierno.

Il film, scritto e diretto da Zombie, è la terza produzione della Haunted Films, gli stessi che hanno portato su grande schermo il primo Paranormal Activity e il divertente Insidious. La produzione ha dato carta bianca al regista che ha realizzato quello che è sicuramente il suo film più personale, ma che molto probabilmente, proprio per questa ragione, è destinato a deludere gran parte del pubblico. Peccato, se pensiamo al fatto che inspiegabilmente il film sta godendo, soprattutto in Italia, di un battage pubblicitario molto forte e capillare. Copertine di riviste specializzate, interviste, anteprime stampa con il regista e la moglie accolti come dei veri e propri divi. Tutto questo per un film che non ha nulla a che fare con chi, ancora oggi, vorrebbe vedere il seguito de La Casa del DiavoloLe Streghe di Salem è un film molto lento, ipnotico, quasi drogato che sembra voler strizzare l’occhio più a Ken Russell che a Peckinpah. Una pellicola che gioca molto di più su una lenta costruzione dell’ansia e della paranoia che sull’effetto spaventoso ad ogni costo dell’horror recente. Un film che in buona sostanza non ha nulla a che fare con tutto quello che è il cinema odierno, ma che anzi sembra voler andare volontariamente dalla parte opposta. Ed è proprio per questo motivo che Le Streghe di Salem è un film importante, da difendere anche se messi di fronte all’evidenza di alcuni suoi difetti. Perché i difetti ci sono, eccome, ma Rob Zombie rimane ancora oggi, a distanza di dieci anni dal suo esordio come regista, una voce unica e personale nel genere. Difficile raccontare un film come Le Streghe di Salem, non vi resta altro da fare che rischiare e andare a vederlo al cinema. Potreste anche rimanere delusi, ma sicuramente una cosa del genere non l’avete mai vista. Volete scommettere?

 

Immagine: una foto promozionale di Lords of Salem


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