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Cronache dello SPAM

Un saggio sulla storia dello spam dalla nascita a oggi. In cui si scopre che forse quello che buttiamo può dirci più di quanto crediamo su ciò che siamo.

Sulla quarta di copertina del saggio di Finn Brunton Spam: A Shadow History of The Internet, una citazione dello scrittore sci-fi Bruce Sterling definisce lo SPAM “un grande male dell’umanità” e vi posso assicurare che, dopo aver letto il saggio, la frase di Sterling cesserà di sembrarvi un’iperbole.

L’uso corrente del termine SPAM, come è più o meno universalmente noto, risale al 1970 e proviene da uno sketch dei Monty Python (nella foto) che ridicolizzava l’assiduità con cui la marca di carne in scatola SPAM infilava pubblicità del proprio prodotto dovunque, per arginare un drastico calo delle vendite rispetto ai suoi anni ruggenti, quelli del dopoguerra. Lo sketch era sufficientemente non-sense da essere adottato quasi immediatamente dalla comunità di programmatori che sperimentava coi primi protocolli di rete all’interno delle università americane. All’epoca, un’epoca in cui i dati si muovevano a velocità da pachiderma e anche solo per veder materializzarsi sullo schermo un messaggio di poche righe occorreva una pazienza infinita, SPAM era tutto ciò che non contribuiva in modo del tutto pertinente a una comunicazione. Dato il valore e il peso di ogni byte nell’ancora acerba infrastruttura della rete dell’epoca, incontrare un utente in vena di “scherzi” o anche solo di “inutili” confidenze personali era una scocciatura infinitamente superiore a quella rappresentata dallo SPAM moderno. Per dare un’idea di quanto le prime reti fossero “pesanti” e dispendiose, il libro per esempio ci ricorda che la quantità di banda che oggi sfruttiamo per inviare un semplice “Rispondi a tutti” aveva un costo tale da dilapidare in pochi giorni il budget di ricerca delle università più avanzate nel campo.

Tuttavia, già in queste sue prime e innocenti incarnazioni, lo SPAM rivelava appieno il suo potenziale di tossicità per qualunque comunità online. E qui arriviamo a una delle domande fondamentali che anima il libro: Cos’è ontologicamente lo SPAM? Secondo l’autore va considerata come SPAM qualunque comunicazione non sollecitata dal ricevente che tenti di catturarne e re-indirizzarne l’attenzione anche solo per brevi istanti.

Per questa sua natura, secondo Brunton, lo SPAM produce un danno sia tecnologico sia sociale. Uno degli effetti della ventennale lotta contro lo SPAM per esempio è stata la diminuzione di “apertura” degli ambienti online. Un esempio classico in tal senso proviene da siti e blog. Un blog che non richiede ai suoi utenti di registrarsi, oltre che da parecchi troll, verrà probabilmente preso maggiormente di mira non solo da utenti spammer ma anche da tutti quei bot “intelligenti” che cercano goffamente di imitare il comportamento di un utente umano, lasciando messaggi pieni di entusiasmo e complimenti generici con in calce il link a qualche sito “sospetto” (per dire: io ricevo tuttora un paio di notifiche alla settimana di commenti di questo genere per un mio vecchio blog, inattivo da 4 anni, che non mi decido a chiudere). Questo fatto, insieme ad altri, tra cui i suddetti troll (che peraltro potremmo considerare come evoluzione maliziosa dello SPAMMER goliardico delle prima ora), ha portato negli anni sempre più blog e siti a richiedere agli utenti la registrazione per commentare. Se da una parte questo sistema ha innegabilmente prodotto comunità meno caotiche dall’altra ha inevitabilmente diminuito il flusso dei commenti e per cento conversazioni preservate da SPAM e troll chi può dire quanti contributi di potenziale interesse sono andati persi?

Un’altra delle domande fondamentali sullo SPAM che si pone il libro di Brunton è cui prodest? E soprattutto: chi lo produce? Nel tentativo di trovare risposta ai due quesiti, Brunton si è imbattuto nella principale difficoltà metodologica di tutto il suo lavoro. Per sua stessa definizione lo SPAM è materiale sgradito dall’ecosistema che abita e come tale viene rimosso il più rapidamente e drasticamente possibile. Seguirne il tragitto a ritroso fino alla fonte, è un po’ come ricostruire la provenienza della spazzatura partendo da una discarica. E così l’ “impresa” di Brunton ha dovuto esplorare territori e utilizzare fonti meno convenzionali rispetto a quelle di altri “archeotecnologi”: un mondo di chat-room e newsgroup popolato da mercanti, truffatori e hacker di quart’ordine che, nonostante tutti gli sforzi dell’autore di usare un registro il meno romanzesco possibile, finisce fatalmente col ricordare la fauna di un racconto cyberpunk.

Non c’è tuttavia in Brunton la ricerca esasperata di quel genere di brivido che cercano di trasmettere i cronisti ogni volta che raccontano gli angoli oscuri della rete (qualcuno ha detto Silk Road?), semmai un’asciutta ma ugualmente appasionata e appassionante disamina del buono o cattivo funzionamento del sistema, dal punto di vista di chi cerca di trarne un profitto economico.

Nel libro, Brunton divide la storia dello SPAM in tre epoche. La prima, che è anche la più naif, coincide con l’infanzia della rete ed è contrassegnata dal tipo di SPAM goliardico, semi-involontario e senza scopo di lucro di cui si diceva in apertura. La seconda, che comincia nei primi ’90 con la diffusione del Web tra noialtri profani dell’informatica e prosegue fino al 2003, si contraddistingue per la “professionalizzazione” dello SPAM che finisce nelle mani di società assolutamente legali e trasparenti, che impiegano “normali” colletti bianchi per tempestare di mail non richieste le caselle degli utenti, per conto di qualche azienda ricavandone non poco profitto. La terza, quella in cui ancora ci troviamo, coincide con l’avvento, a metà 2000, di filtri anti-spam sempre più sofisticati in grado di riconoscere le mail di SPAM dal loro contenuto testuale ed è senza dubbio la più interessante. Se il rafforzamento delle difese contro lo SPAM è stato indubbiamente un progresso positivo per gli utenti, ovviamente altrettanto non si può dire per chi viveva di SPAM legale come le società  menzionate poco sopra. Il risultato è che con il tramonto dei professionisti, lo SPAM è finito nelle mani di criminali e truffatori in cerca di dati sensibili e altamente remunerativi come numeri di carte di credito etc. Nel corso degli anni queste organizzazioni hanno testato metodi tra l’ingegnoso e il brancaleonesco per dribblare le difese erette dai vari provider. Rientra tra questi espedienti la programmazione di bot con il compito copia e incollare porzioni di testi tratti dal database di Project Gutenberg, per ingannare i filtri anti-spam. Brunton ricorda per esempio di aver ricevuto una mail intitolata “Observations on my first Cia1!s experience” al cui interno si trovava questo furioso pastiche di citazioni:

forsaken is multiple gaseous a balmy not stannous cool. indefatigable is pigtail coed is bracket a commodious cyclist good. lotus is greenberg catch a haulage not regis cool.
actaeon is elsinore mud is
familiarly a expiable toe good.

Lo scopo di mail del genere non è neppure quello di raggiungere in qualche modo la casella del destinatario ma semplicemente di mettere alla prova la logica dei filtri anti-spam per permettere ai bot di comprenderne meglio il funzionamento e riuscire così ad aggirarli successivamente. Si giunge così al paradosso per cui una pratica nata come il tentativo di essere umani di attrarre o deviare l’attenzione di altri esseri umani si è trasformata in un “corpo-a-corpo” macchina contro macchina, in cui l’elemento umano non solo non è richiesto ma non è più neppure il punto di tutta la questione. Anche perché la frontiera dello SPAM commerciale nel frattempo si è spostata altrove, su Facebook e Twitter per esempio, dove tra bot, sponsored link e sponsored tweet, la linea di demarcazione tra forme “legittime” e non invasive di pubblicità e quello che un tempo avremmo forse considerato SPAM si è fatta sempre più confusa e l’intero campo semantico sembra ora bisognoso di nuovi confini. E in fondo l’interesse che può suscitare il libro di Brunton sta proprio in questo: lo SPAM, o meglio quello che, avanzamento tecnologico dopo avanzamento tecnologico, definiamo come tale, proprio grazie al suo carattere tanto mutevole è un’eccezionale cartina di tornasole per riflettere sulle trasformazioni della nostra convivenza con e sulla rete.

 

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