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La sincerità di James Murphy

È da quando ha trent'anni che il leader dei LCD Soundsystem dice di sentirsi un fallimento: intanto il suo ultimo album ha raggiunto il numero uno in classifica.

Qualche tempo fa si è fatto tanto parlare di new sincerity: nomi come l’onnipresente David Foster Wallace, Zadie Smith, Jonathan Franzen e Dave Eggers sono stati tutti inseriti nel novero di quegli autori che contrapponevano al cinismo e all’edonismo che avevano caratterizzato gli anni precedenti una qualche forma di purezza, il presentarsi senza filtri, senza vergogna, senza farsi schermo dietro una serie di maschere – abbracciando i sentimenti e i problemi e le debolezze umane senza volersi mostrare superiori a nessuno.

«I prossimi veri “ribelli” di questo Paese potrebbero senz’altro emergere come un bizzarro mucchio di anti-ribelli, scrutatori nati che osano in qualche modo allontanarsi dall’osservare ironico, che hanno il coraggio infantile di supportare e creare esempi di principi privi di doppi sensi. Che trattano di vecchi, semplici e ormai superati problemi e sentimenti umani nella vita degli statunitensi con rispetto e convinzione […] I nuovi ribelli potrebbero essere artisti pronti a rischiare lo sbadiglio, l’esasperazione, il sorrisetto di superiorità, la gomitata d’intesa, la parodia del bravo ironista, l'”Oh, che banalità.” A rischiare accuse di sdolcinatezza, di melodramma. Di credulità. Di mollezza». (David Foster Wallace, “E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione”)

Se in campo musicale spesso si è associata questa tendenza ai cantautori indie come Conor Oberst, Devendra Banhart, Cat Power o Sufjan Stevens, credo che pochi in realtà abbiano davvero abbracciato questi rischi, mostrandosi per quello che sono davanti al mondo, come ha fatto James Murphy, fondatore e pressoché one-man band di LCD Soundsystem, dal 2002 – anno di uscita del suo primo singolo Losing My Edge – a oggi. Sin da quel pezzo Murphy parlava di se stesso come di uno che non era più cool, che stava perdendo terreno di fronte alle novità, che cominciava a sentirsi vecchio. All’epoca James Murphy aveva più o meno la mia età di adesso, e questa cosa mi fa un po’ impressione. Perché era già il testo di un reduce.

Il testo di uno che si è presentato al mondo dicendo a The Wire nel 2005, l’anno di uscita del primo album: «Ci ho messo la vita dentro, sono completamente consapevole che è la mia vita. I miei genitori non ci sono più, se ne sono andati. Non avrò un’altra vita. Ho 34 anni e questo è tutto. La mia intera giovinezza se n’è andata e io l’ho dedicata a questo, ci tengo tantissimo. Incontro un sacco di persone che non capiscono stanno vivendo la loro unica vita».

Kola House Opening Party

Quando è iniziata questa cosa lui si sentiva già un mezzo fallito, e non aveva pudori o imbarazzi nel dirlo. Del resto aveva passato tutto il decennio precedente a passare da una band all’altra, senza mai riuscire a combinare qualcosa di importante, e addirittura rifiutando a 22 anni – per via di un divorante, eterno amore per la musica – un lavoro come autore per quello che poi si sarebbe rivelato il più grosso successo televisivo americano di tutti i tempi. James Murphy avrebbe potuto scrivere per Seinfeld.

In un’intervista sul Guardian del 2004 racconta di avere ancora la lettera (in cui gli veniva proposto di essere il primo staff writer dello show) appuntata alla parete del suo ufficio, un ricordo costante di ciò che definisce come “il più grande errore della mia vita”. Non è orgoglioso di questo. «Failure is not a positive», dice. «And I speak as a fucking lifetime failure. I speak as a lifetime failure è ovviamente il titolo dell’intervista, in cui racconta anche di quando non ha richiamato Janet Jackson che voleva a tutti i costi farsi produrre da lui, o di come ha mollato una collaborazione con Britney Spears.

Se penso a James Murphy lo penso in vestaglia e ciabatte, in una scena del film-concerto-documentario che è uscito quando ha deciso di sciogliere il gruppo. Lo penso che porta a spasso il cane. Non lo vedo come un Chris Martin, davanti a una folla oceanica, non lo vedo come una rockstar. Quello che è successo però è che lo è diventato lo stesso. Anzi, prima è diventato l’epitome della coolness della metà degli anni Zero, e poi è diventato una rockstar.

Negli anni che la critica musicale ha descritto come quelli del trionfo della retromania lui era il classico commesso di negozio di dischi in fissa con le oscure gemme degli anni ’70, i remix white label, il suono di una certa New York: il perfetto idolo nerd per un pubblico che avrebbe apprezzato una canzone il cui testo era composto dall’elencazione delle sue band preferite. È diventato quello che è diventato senza paura del ridicolo e anche attraverso scelte azzardate. Non credo ci possa essere una scelta più assurda e insensata che sciogliere una band – farlo con grande fanfara: cofanetti, concerti autocelebrativi, documentari – e poi rimetterla insieme un anno dopo.

2016 Panorama NYC - Day 3

Chiunque ti prenderà per scemo, o quanto meno per opportunista. Lui invece aveva già la credibilità per poter fare passare tutto come una mossa profondamente sincera: si era stufato, era depresso, non trovava più un senso; ma poi gli è passata e ha voluto ricominciare. Una carriera di growing up in public, di rughe davanti allo specchio, di difetti messi sotto al microscopio. Intanto la reunion ha fatto sì che fossero headliner al Primavera Sound, cosa che con un “semplice” album nuovo probabilmente non sarebbe successa. E ha fatto sì che l’attesa per quello che è diventato “l’album del ritorno” si facesse più grande, e che lo abbia caricato di significati, lo abbia fatto diventare inevitabilmente una rappresentazione dello Zeitgeist, sin dal titolo.

American Dream, che esce sotto la presidenza Trump, parla ancora una volta di sconfitta e di invecchiamento, in un mondo che va addirittura peggiorando: «You took acid and looked in the mirror/Watched the beard crawl around on your face/Oh, the revolution was here/That would set you free from those bourgeoisie/In the morning everything’s clearer/When the sunlight exposes your age […] Find the place where you can be boring/Where you won’t need to explain».

Da un punto di vista musicale è il disco che chiunque si sarebbe aspettato da James Murphy/LCD Soundsystem, nessuna sorpresa. La reazione quindi può andare dall’irritazione di Stefano Di Trapani su Noisey «Ma si può, nel 2017, fare una specie di accozzaglia fra Suicide, Talking Heads, Liquid Liquid e tutto il cocuzzaro di cui già conosciamo vita, morte e miracoli?» a quella del fan innamorato che non chiedeva altro dalla vita che ritornare a sentire queste sonorità e queste atmosfere, nulla di nuovo o di imprevedibile. A me resta solo il dubbio che, forse, dietro quella faccia da pacioccone possa in realtà nascondersi un genio del male, consapevole che solo attraverso un percorso come questo avrebbe potuto ritrovarsi primo in classifica nel 2017. Ma è un dubbio che ci teniamo. Un’indagine che lasceremo fare ai posteri.

 

Foto Getty
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