Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

La guerra fra Trump e i media

"Non credete a nulla, loro e Hillary ce l'hanno con me". The Donald contro giornali e tv: uno scontro che non finirà a novembre.

Piagnucola molto, Donald Trump, i liberal gli dicono di smetterla – Barack Obama lo ripete appena può: piantala di lagnarti e prova a recuperare voti, “man up” insomma – ma lui continua a denunciare, accusare, fare la vittima. La lamentela principale di Trump, non da oggi, non da ieri, riguarda la stampa, e il pregiudizio che la stampa ha nei suoi confronti. Non è certo la prima volta che accade: i candidati repubblicani alle presidenziali americane da sempre se la prendono con i media e con il loro pregiudizio di sinistra: Fox News, che è una tv di stampo conservatore, ha fatto la sua fortuna – grande – ribaltando quel pregiudizio, definendo “fair and balanced” tutto quel che non passava, secondo il punto di vista di Fox, attraverso il filtro liberal. Ma con Trump ogni consuetudine è diventata eccesso e così la guerra tra il candidato repubblicano e i media si è trasformata in un caso che si studierà nelle scuole: nel lungo elenco dei “mai visto prima” che i commentatori stilano da mesi sono finiti anche l’aplomb e l’ambizione di obiettività che da sempre accompagnano il mito del giornalismo anglosassone.

 

“Non credete a niente”

La guerra tra Trump e i media in questi giorni ha avuto il suo apice con il candidato repubblicano che ha invitato i suoi elettori a non leggere i giornali tradizionali, a non guardare le tv tradizionali – “dimenticatevi la stampa, consultate internet, studiate altre cose” – perché i media stanno “truccando” le elezioni, in collaborazione con la ditta Clinton s’intende, facendo diventare notizie fatti che non sono nemmeno accaduti. Trump oggi non si fida di nessuno, non dei media, non delle proiezioni, non delle elezioni stesse: all’ultimo dibattito elettorale a Las Vegas, il candidato repubblicano ha detto di essere intenzionato a non accettare l’esito del voto dell’8 novembre, una «suspence», come la chiama lui, che non ha precedenti nella storia americana. Nelle parole di Trump riecheggia quello che i suoi fan cinguettano su Twitter da sempre (lo facevano anche i fan di Bernie Sanders, in realtà): è tutto corrotto, Hillary, il sistema, tutto. Bill Mitchell, un sostenitore del candidato repubblicano che non ha alcun ruolo ufficiale nella campagna ma è appena stato incensato da un ritratto-monstre di Buzzfeed come un «Twitter pundit» (è talmente surreale, Mitchell, che a lungo si è pensato che il suo account fosse un fake), aveva scritto nell’estate scorsa: «Fate finta che i sondaggi non esistano. Mi mostrate le prove che Hillary sta vincendo?». Ecco: sondaggi e media, che si confortano l’un l’altro, nel mondo di Trump dovrebbero scomparire.

 

Il Washington Post contro The Donald

L’inizio della guerra con i media, come rappresentanti del sistema democratico americano “corrotto” può essere fissato nel giugno scorso, quando il candidato repubblicano decise di escludere il Washington Post dai suoi eventi a causa «della copertura incredibilmente poco accurata» dei reporter del quotidiano di proprietà di Jeff Bezos. Il direttore del Washington Post, Marty Baron, rispose che la non concessione degli accrediti corrispondeva «al rifiuto del ruolo della stampa libera e indipendente. Quando la copertura non corrisponde a quel che vorrebbe il candidato, allora il media viene bandito», ma noi andremo avanti, siamo «fieri» di come raccontiamo Trump. Allora i ben informati dissero che al candidato repubblicano, già contrastato dentro al suo stesso partito, non conveniva la battaglia con il direttore del Post, “don’t mess with Marty”: l’avrebbe persa certamente.

US-MEDIA-NEWSPAPER-WASHPOST

Baron è un sessantenne cresciuto in Florida – «sono soltanto un ebreo di Miami!», disse una volta – diventato famoso per la sua tenacia nelle inchieste giornalistiche: ha lavorato in molti giornali locali e al New York Times, quando è arrivato come direttore al Boston Globe, si è messo a seguire il caso degli abusi della chiesa in città per cui il Globe ha vinto il Pulitzer nel 2003 e sì, il direttore di Spotlight, premio Oscar del 2016 per il miglior film, è proprio lui (impersonato da Liev Schreiber). Baron cita spesso una frase di Bob Woodward, massimo esponente del giornalismo investigativo che fa cadere i presidenti: «Loro non bussano alle porte! Noi bussiamo alle porte!». In quell’occasione Woodward si lamentava delle nuove generazioni di reporter e Baron condivide questa idea, dice che «sotto pressione per fare un sacco di cose, spesso non facciamo vero reporting», lui è il paladino di un giornalismo tradizionale, “watchdog”, come dicono gli americani.

Baron è al Washington Post dal 2013 e quest’anno, anche a causa del boicottaggio di Trump che ha stuzzicato l’istinto del direttore, tutti dicono che i Pulitzer fioccheranno. Il candidato principale è David Fahrenthold – classe 1978, al Post dal 2000 quando era appena uscito dal college – che ha fatto due scoop importanti, uno sui soldi di Trump e uno sul suo rapporto con le donne. Il primo, ha raccontato Fahrenthold, è nato da una frase che il candidato disse a gennaio, quando decise di saltare un dibattito organizzato da Fox News (nella guerra di Trump ai media c’è anche questo scontro tutto interno ai conservatori, poi rientrato), e organizzò in alternativa un fundraising con i veterani. Riferì di aver raccolto sei milioni di dollari, di cui uno suo, e che li avrebbe dati in beneficenza. Fahrenthold si mise sulla pista delle “charities”, ricevendo risposte contraddittorie dalla campagna e dallo staff di Trump – lo stesso Trump gli disse al telefono: sei un «nasty guy» – e scoprendo che il candidato aveva utilizzato il denaro raccolto per beneficenza per sistemare questioni personali. Da allora i rapporti tra il Post e Trump sono diventati orribili. E poi è arrivato il secondo scoop di Fahrenthold, quello più famoso, e per molti decisivo: il video del 2005 in cui Trump fa «chiacchiere da adolescente» (il copyright è della signora Trump, Melania) fuorionda in un programma della Nbc e rivela il suo rapporto aggressivo, per così dire, con le donne.

Baron e Fahrenthold hanno raccontato come hanno ottenuto il video, come lo scoop fosse in realtà della stessa Nbc, che si era presa del tempo per verificare con l’ufficio legale le conseguenze della pubblicazione del video, e come una fonte anonima abbia telefonato a Fahrenthold dicendogli: vuoi guardare un filmato su Trump che non hai mai visto? Il Washington Post ha anticipato l’Nbc di cinque ore, l’articolo è stato il più visto di sempre sul sito del quotidiano, i server sono andati in tilt per l’enorme traffico. Con quel video, e con le testimonianze successive di donne molestate raccolte dal New York Times, è iniziato il crollo di Trump, ora talmente profondo che Hillary Clinton ha deciso di fare campagna in Stati come l’Arizona – inviando Michelle Obama, la testimonial perfetta – perché non s’accontenta della Casa Bianca, vuole il Senato, vuole stravincere (anche in questo caso i media c’entrano: l’Arizona Republican ha fatto l’endorsement a Hillary Clinton, rompendo una tradizione di voto repubblicano che durava da centoventi anni).

 

The Donald contro i grandi giornali

Nella storia degli scoop che hanno indebolito la candidatura di Trump un ruolo importante l’ha avuto anche il New York Times, che ha ottenuto i documenti che dimostrano il fatto che Trump non ha pagato tasse federali per diciotto anni. Nei giorni scorsi si è sparsa la notizia che il candidato repubblicano voglia fare causa Times, e il direttore del Washington Post Baron ha twittato: «Una causa di Trump contro il Nyt? Non contate sul fatto che possa avere successo». La compattezza dei due grandi quotidiani americani, assieme a un numero straordinario di endorsement di media tradizionalmente conservatori per la candidata democratica Hillary, assieme anche a una serie di “prime volte”, con giornali che non si erano mai schierati e che quest’anno hanno sentito invece l’urgenza di farlo contro Trump, ha portato il candidato repubblicano all’ultima fase dei suoi tweetstorm, questa volta contro i media. I politici che sono ancora dalla sua parte attaccano assieme a lui. Mike Pence, compagno del ticket presidenziale, ha detto: «Non ho dubbi che i media nazionali stiano cercando di manipolare queste elezioni con la loro copertura pregiudizievole a favore di Clinton». Newt Gingrich, altro grande sostenitore di Trump, ha dichiarato: «Senza l’assalto continuo e partigiano dei media, Trump batterebbe Hillary di 15 punti percentuali».

Final Presidential Debate Between Hillary Clinton And Donald Trump Held In Las Vegas

Il messaggio di Trump sta arrivando. Una rilevazione di Politico/Morning Consult, condotta la scorsa settimana su 1.999 elettori registrati, mostra che il 73 per cento dei repubblicani pensa che le elezioni possano essere “rubate” al candidato repubblicano (tra i democratici la percentuale è al 17 per cento). Combattendo i media tradizionali, Trump si è messo a utilizzare in modo massiccio i social, Twitter e Facebook, con modalità e frequenza che gli esperti di comunicazione definiscono uniche. I media tradizionali hanno reagito schierandosi in modo sempre più aperto e deliberato: secondo uno studio del Shorenstein Center di Harvard condotto durante le convention, il 75 per cento della copertura di Trump è negativa. Il momento migliore per il candidato repubblicano è stato proprio durante l’appuntamento del partito a Cleveland, quando “soltanto” il 55 per cento della copertura è stata negativa. Uno studio analogo che risale al 2015 mostra al contrario che i toni nei confronti di Trump allora erano ben più benevoli: nel momento in cui la sua candidatura è diventata reale, i media hanno iniziato a utilizzare aggettivi, espressioni e dichiarazioni sempre più negativi.

 

I fatti non più separati dalle opinioni e il futuro di Trump

I commenti sono usciti dal posto solitamente loro riservato – nel giornalismo anglosassone la divisione sarebbe netta – per confluire negli articoli di cronaca. Noi italiani su questo punto siamo ben più tolleranti e abituati a tutto, ma il trattamento riservato a Trump è stato, secondo i criteri americani, al di fuori della consuetudine. Il Center for Public Integrity ha rilevato che 450 giornalisti hanno dato sostegno finanziario a Hillary (circa 400 mila dollari), mentre soltanto 50 hanno fatto donazioni per Trump (circa 14 mila dollari). Forse allora ha ragione Trump quando dice di essere vittima di una manipolazione che porterà addirittura a un furto elettorale? Come scrive Ben Shapiro, commentatore superconservatore che ha fondato TruthRevolt, un sito che monitora i media e segnala i pregiudizi liberal, ci sono schieramenti molto netti, certo, ma non è per questo che Trump sta perdendo le elezioni. Il “media bias” è sistematicamente a svantaggio dei repubblicani da un secolo, ma Trump è un candidato terribile in modo unico. I media detestano Trump più di quanto non detestassero altri candidati repubblicani, come Mitt Romney e John McCain, ma hanno anche molto più materiale a disposizione su cui lavorare.

Trump però non vuole fermarsi qui: potrà tentare di non riconoscere l’esito del voto, ma è plausibile che infine dovrà farlo. Ma l’obiettivo ora è far sì che il trumpismo sopravviva a Trump stesso. Il Financial Times ha pubblicato la notizia dell’intenzione del genero di Trump, Jared Kushner, già proprietario del New York Observer, di costruire un nuovo polo mediatico trumpiano. Kushner, che è il marito di Ivanka, ha parlato con Aryeh Bourkoff, fondatore della banca d’investimento LionTree con grande esperienza nel settore dei media, oltre che amico di Kushner, della possibilità di capitalizzare sul movimento nato dalla campagna elettorale, in modo che non si esaurisca con l’eventuale sconfitta dell’8 novembre.

Costruire un network televisivo non è impresa facile: gli investimenti nel settore si sono ridotti assieme al pubblico e pochi credono nella possibilità di un riscatto nel breve termine. Però Trump è popolare, soprattutto in televisione, e potrebbe contare su animatori molto noti nel mondo conservatore: non può aspirare a Roger Ailes, ex di Fox News che si è offerto di aiutarlo ma ha una clausola di non competizione nella sua faraonica fuoriuscita dal gruppo Murdoch, ma può fare affidamento su altre star di Fox. Sean Hannity e Bill O’Reilly, tanto per citare i più noti, hanno una clausola nel loro contratto che dice: se Ailes se ne va, possiamo andare anche noi. Questi e tanti altri dettagli di dichiarazioni, smentite, movimenti hanno alimentato le voci sul polo mediatico conservatore: con Trump tutto è possibile, ma quel che pare sempre più certo è che non è finita qui, il trumpismo vuole sopravvivere anche all’8 novembre.

Immagini: l’entrata della sede del Post a Washington, l’ultimo dibattito in tv (Getty Images)
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg