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La caduta di Saigon, 40 anni dopo

Il 30 aprile 1975 le truppe nordvietnamite entravano a Saigon. Gli americani hanno perso la guerra, ma oggi il capitalismo ha vinto.

«Bien dong, bien dong» ripete Ninh, «Il mare dell’est», come i vietnamiti chiamano il Mar della Cina Meridionale. Mette le mani in acqua, ne raccoglie un po’ e me la offre: «Bevi: qui è già salata». Iniziava così, nel delta del Mekong, la risalita del fiume che attraversa il sud-est asiatico. Durante la guerra in Vietnam l’espressione «being up the Mekong», era una metafora del rischio. Ma ormai era divenuto un richiamo esotico. Era il 2005 e in Vietnam si celebrava il trentesimo anniversario del «Giai Phong», la “liberazione”. Il 30 aprile 1975 le truppe nordvietnamite erano entrate a Saigon, mentre gli ultimi americani e i vietnamiti compromessi col governo del sud, venivano fatti evacuare in elicottero dal tetto dell’ambasciata. Oggi la sede di quell’ambasciata è occupata da un parco e dal Consolato Generale degli Stati Uniti a Ho Chi Minh City, come fu ribattezzata Saigon il primo maggio 1975 (il nome ufficiale è Thanh pho Ho Chi Minh, la città di Ho Chi Minh).

E oggi, alla vigilia del quarantesimo anniversario, come in ogni altro anniversario dell’evento, è inevitabile citare Tiziano Terzani, che ne fu testimone. «Quando vidi i primi carri armati entrare nella città, e la prima camionetta carica di ribelli, di vietcong, venire giù per rue Catinat, con loro che urlavano “Giai Phong!” per me era la Storia. Piansi. Non soltanto all’idea che la guerra era finita, ma perché sentivo la Storia. Quella era la Storia». «La storia ci ha coinvolti» dice semplicemente Trinh, che era un ufficiale dell’Arvn (Army of the Republic of Vietnam), l’esercito del sud, e ha scontato il suo coinvolgimento in un campo di rieducazione. Oggi dirige un albergo di lusso al confine con la Cambogia. Quella Storia era ineluttabilmente destinata a finire, come le illusioni di Terzani. Si è trasformata in un intreccio di storie, i cui personaggi non sono più classificabili in categorie ideologiche.

«Sono una spia, un agente in sonno, un fantasma, un uomo a due volti» dice il narratore de The Sympathizer, romanzo di Thanh Nguyen, vietnamita nato in America. Appena pubblicato, inizia con la caduta (o la liberazione) di Saigon nel 1975 e sintetizza tutte le storie che da allora si sono dipanate in Vietnam. L’anonimo narratore dalla personalità ambivalente incarna le contraddizioni, i dubbi, gli altalenanti rapporti di amore e odio che contraddistinguono i vietnamiti, spesso costretti a scegliere non tra giusto e sbagliato, bensì tra giusto e giusto. «Ricorda che la miglior medicina è un sano senso di relativismo» è una delle lezioni di questo libro.

È la filosofia di Ninh, che pesca pesci gatto nel Delta del Mekong. Per lui gli americani nemici sono gli allevatori di pesce gatto del Mississippi: secondo loro solo le specie americane possono chiamarsi «catfish», mentre le vietnamite devono essere commercializzate col nome locale di «basa». I nemici veri, per Ninh, come per l’84% dei suoi compatrioti (almeno secondo il Pew Research Center), sono i cinesi: costruiscono dighe sull’alto corso del Mekong mettendo a rischio l’ecosistema del fiume e rivendicano il controllo del Bien Dong.

«I teatri di Guerra sono diventati poli produttivi: il Delta del Mekong a sud, il delta del Fiume Rosso a nord: nel primo si concentra il 35% del pil, nel secondo il 25» dice Johan Kruimer, manager di una delle società finanziarie spuntate a Saigon. «È una questione di costi e produttività. Dopo mille anni di guerre, la sopravvivenza resta il primo pensiero, la volontà di assicurarsi un futuro migliore è feroce».

L’America ha perso, il capitalismo ha vinto

«Vietnam is on a roll», il Vietnam è sulla cresta dell’onda, dice Justine, affascinante rappresentante dei viet kieu, rifugiati o figli di rifugiati negli Usa poi rientrati in Vietnam. «Mia madre voleva farmi scoprire le mie radici. Ero una tipica ragazza americana, molto California style. E il Vietnam era molto comunista. Superato lo shock, ho capito che era un’opportunità». Justine esprime tutti i nodi culturali che rendono il Vietnam un laboratorio di antropologia contemporanea. Quando parla dei vietnamiti, ad esempio, si riferisce soltanto ai locali, mentre come viet kieu rivendica un’identità genericamente asiatica, accettando le contaminazioni occidentali. D’altra parte rimprovera ai giovani vietnamiti la perdita del senso d’identità, dei valori tradizionali codificati dal confucianesimo per inseguire una ricchezza effimera. Quando parla di tradizione locale, invece, non si riferisce né a Confucio né a Buddha, bensì al comunismo. Ma a questo riconosce il merito di mantenere ordine nel paese.

Il relativismo dei concetti di democrazia e comunismo sono uno degli elementi tipici dei personaggi che animano le nuovo storie viet. «Non disegno per la massa» dice Dinh, stilista che ha ricreato in chiave fashion il tradizionale ao dai, la lunga tunica attillata dai profondi spacchi laterali che fu bandita dal regime come decadente. I suoi sono splendidi e costosi modelli con disegni dai colori accesi ricamati a mano. «Ti metti all’incrocio tra la Nguyen Thiep e la Dong Khoi, di fronte allo showroom di Gucci. E aspetti che passi una donna in ao dai bianco sullo sfondo delle vetrine». Per Michelle, designer di oggetti in lacca, questa è l’immagine simbolo di Saigon.

Secondo Bill Hayton, autore di Vietnam Rising Dragon, la metamorfosi del Vietnam in nuovo dragone asiatico è ben definita da un passaggio semantico: in vietnamita il termine “com” significa raccolto, ma anche cibo, pasto e addirittura la moglie. Oggi, sempre più spesso, è riferito a commodity.

Del resto, secondo un’altra indagine, il 95% dei vietnamiti ha fede nel capitalismo. La percentuale più alta del mondo. Superiore anche a quella degli americani. Per molti giovani il nuovo idolo è Pham Nhat Vuong, primo vietnamita a entrare nella lista dei miliardari della rivista Forbes. Definito il Donald Trump vietnamita, è nato ad Hanoi nel 1968 (l’anno dell’offensiva del Tet, che segnò l’inizio della fine della guerra e uno dei suoi momenti più cruenti): suo padre era un ufficiale del nord, sua madre una venditrice ambulante.

Vietnam ♥ America

Tutto è cominciato nel 1986, quando il sesto congresso del partito dei lavoratori vietnamiti ha sancito il Doi Moi, rinnovamento, la politica di liberalizzazione economica. Una manovra resa inevitabile dalla fine degli aiuti dei «paesi fratelli» del blocco comunista e dall’inflazione al 775 per cento. L’anno seguente è varata la legge che consente le rimesse dall’estero: da allora sono arrivati oltre 38 miliardi di euro. Nel 1988 la risoluzione n.10 abolisce il sistema di pianificazione statale.

Nel 1995, con l’adesione all’Asean (l’associazione dei paesi del sud-est asiatico), la riapertura delle relazioni con gli Usa e l’accesso ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, il Doi Moi ha un’ulteriore accelerazione. Non a caso il 2015 è ricordato, quasi più che per l’anniversario della liberazione, per il ventennale della normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Cementata, l’anno seguente, dai primi accordi commerciali e, nel 2007, dall’adesione alla World Trade Organization.

Così, dal 2000 al 2014, il Pil pro capite è passato da circa 400 dollari a quasi 2000. Secondo la Camera di Commercio Americana in Vietnam, nel 2014 il Vietnam ha ottenuto il record di esportazioni negli Usa tra i paesi del Sud-Est Asiatico, con una quota del 20% (destinato a raggiungere il 30 nel 2020), pari a 36 miliardi di dollari. Il Vietnam, inoltre, è uno dei maggiori supporter del Trans-Pacific Partnership, il trattato commerciale proposto dagli Stati Uniti che dovrebbe comprendere 12 nazioni dell’area a eccezione della Cina. «Il trattato permetterà all’economia vietnamita di integrarsi completamente col mondo industrializzato e ci proteggerà dall’espansionismo cinese» ha dichiarato Tuong Lai, sociologo molto ascoltato ai vertici del governo di Hanoi.

Per ricambiare, pochi mesi fa, gli Stati Uniti hanno parzialmente revocato l’embargo sulla vendita di armi al Vietnam. Decisione motivata dalla necessità di fornire mezzi navali (come le cinque motovedette veloci appena consegnate) da contrapporre alla flotta cinese nel Bien Dong. Questo rapporto «fraterno» (così definito da Pham Quang Vinh, nuovo ambasciatore del Vietnam negli Usa) sarà consolidato in giugno con la visita a Washington di Nguyen Phu Trong, il primo segretario generale del partito comunista vietnamita a recarsi negli Stati Uniti. L’anno prossimo il rapporto potrebbe divenire ancor più stretto.

Hillary e lo Zen del Giocoliere

Nel 2016 Hillary Clinton potrebbe diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti ed è stata lei a teorizzare il riposizionamento della politica estera americana in Asia, il cosiddetto “pivot to Asia”, e a porre le basi della US-Vietnam Comprehensive Partnership, sorta di accordo quadro che prelude addirittura a un’alleanza strategica.

Chiunque sia il presidente americano, dovrà fare i conti con un’arte tradizionale vietnamita: lo Zen del Giocoliere. L’espressione, coniata da M.K. Bhadrakumar, esperto di geopolitica asiatica, si riferisce sia alla filosofia buddhista diffusa in Vietnam sia alla capacità di trovare un equilibrio tra forze contrapposte (uno dei fini dello Zen). E’ un’arte o una filosofia che il Vietnam ha elaborato nel corso di millenni e messo in pratica anche durante la guerra, quando è riuscito a mantenere buone relazioni sia con la Russia (allora URSS) e con la Cina, mentre le due grandi potenze comuniste si fronteggiavano sul confine dell’Ussuri.

Oggi il gioco è più complesso: il Vietnam deve mantenere l’equilibrio tra Stati Uniti, Cina e Russia. La Cina, infatti, è il suo maggior partner economico e il governo di Hanoi ha prontamente aderito alla Asia Infrastructure Investment Bank, istituzione finanziaria guidata dalla Cina e antagonista della Asian Development Bank i cui azionisti di maggioranza sono Usa e Giappone. La Russia, invece, non vuole inserirsi tra America e Cina come concorrente economico, ma compete con l’America quale partner strategico del Vietnam. Resta il suo maggior fornitore d’armi, ed è riuscito ad aggiudicarsi l’utilizzo della base navale di Cam Ranh, dove gli americani sarebbero voluti tornare da alleati dopo averla abbandonata nel 1972.

La sintesi migliore è quella di Chu Nam, un vecchio che si vanta di essere conosciuto in tutto il Delta per il suo pho, la zuppa di vermicelli di riso. «Ho venduto il pho ai francesi. Poi ai giapponesi. E poi agli americani» dice. «Adesso lo vendo a chiunque lo vuole». Il futuro di Chu Nam e dei novanta milioni di suoi connazionali sarà deciso l’anno prossimo, quando compirà i suoi primi quarant’anni la Repubblica Socialista del Vietnam, proclamata nel 1976. Nel gennaio 2016 si svolgerà il dodicesimo congresso del Partito Comunista Vietnamita “la forza che guida lo stato e la società”. Il rinnovamento vietnamita, infatti, non comprende la liberalizzazione politica: basti pensare che, secondo un’interpretazione piuttosto elastica dell’articolo 80 del codice penale, ogni critica al governo può essere equiparata al reato di spionaggio.

Il prossimo congresso potrebbe essere l’occasione per qualche apertura. Soprattutto se sarà eletto nuovo segretario generale del partito l’attuale primo ministro Nguyen Tan Dung, l’uomo secondo cui “la democrazia è il futuro”, sostenitore di un sempre più stretto legame con gli Stati Uniti e di una liberalizzazione delle imprese di stato. Dung può contare sull’appoggio della nuova generazione di giovani e aggressivi imprenditori. Come suo genero, Henry Nguyen, un viet kieu che ha introdotto in Vietnam il capitalismo “tech-venture” (fondi per settori ad alta tecnologia) e che è il maggior partner locale della McDonald, che ha aperto il primo locale a Saigon.

Tutte le fotografie sono di Terry Fincher/Hulton Archive

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