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La Barbie di Natale

"Bambine, in Occidente avete la possibilità di scegliere!": Riflessioni pre-festive su una bambola in carriera. A proposito, perché Barbie dottoressa costa così tanto?

Da figlia adulta, vivo per cercare di prevenire il decesso dei miei genitori, e sperare che loro mi conoscano un pochino meglio prima di fondersi con l’infinito. Quindi, nell’arco dell’ultimo paio d’anni, abbiamo avuto una serie di conversazioni imbarazzanti, per loro, grazie a cui ho scoperto un sacco di cose istruttive. Per mia madre il massimo dell’erotismo è Anna Karenina, ad esempio, e lei nega di aver mai letto nulla di più esplicito, anche solo per sbaglio. Il primo diritto inalienabile della matrilinearità, nella famiglia da cui discendo: mettere al mondo figlie destinate a compatire noi. Buon Natale.

E ora, parliamo di Barbie, che ci fa stare tutti allegri.

La parodia Sold Separately ci mostra Barbie mentre gira uno spot pubblicitario per vendere se stessa. La bambola sbaglia le battute, dice «non riesco a trovare il personaggio», va in crisi, si ubriaca, lamenta che Ken non l’abbia mai sposata nonostante le centinaia di professioni da lei svolte («Ho fatto l’astronauta! Sono andata sulla Luna, cazzo!»). In un’altra parodia delle stesse autrici, Career Girl, Barbie riassume la strada che l’ha portata a svolgere alcune tra quelle professioni: «avevo un sogno… allora ho studiato molto, mi sono comprata il vestito giusto, e sono diventata quello che volevo».

Da trent’anni a oggi, Barbie continua a inanellare mestieri prestigiosi, ogni giorno di più. Prendete la linea Barbie I Can Be…: una serie di bambole molto semplici, senza accessori o parti supplementari in vendita, di allegra marca ispirazionale, dove ogni bambola ha un vestito e una carriera diversa. Il motto: bambine, in Occidente avete la possibilità di scegliere! Ecco le tante strade che potete prendere! Bello, eh? Ottimo: come riportato da Slate, Barbie Dottoressa costa il triplo delle altre. 35 dollari per uno stetotoscopio e un camice bianco. Se volete spendere solo 12-14 dollari, potete indirizzare la bambina verso Barbie Presidente della Repubblica, verso Barbie Fashion Designer o anche Barbie Illusionista. (Questo mi sembra progresso: Barbie fa trucchi di magia lei, con un abito lungo, non è l’assistente del prestigiatore e non regge colombe.) In un certo senso, il prezzo è frutto di una strategia: “fare il dottore” è stato considerato un sogno eccessivo, da privilegiati quando non da 1%. Genitori, comprate pure Barbie Dottoressa alle vostre figlie, sappiate che le state collocando in una diversa fascia fiscale. Chi sarà in grado di mantenercele? Meglio non allargarsi. Anche se il sogno in sé – non nel senso, avere sedici anni e dire «voglio studiare Medicina»: nel senso, avere sette anni e dire «voglio curare le persone e/o gli animali» – è un pensiero talmente generico che… beh, che ce l’hanno tutte? Come fare la cantante, o Persefone.

Ci sono stati anni – moltissimi anni – in cui decidere se la propria figlia potesse giocare con una bambola bionda era qualcosa su cui, tra donne, si poteva litigare. Le critiche di alcune nascevano dal rifiuto (abbastanza secco) di casa Mattel di ritoccare le proporzioni e le linee di Barbie in modo che somigliasse di più a “una donna vera“. E io ho sempre pensato che la Mattel facesse benissimo, a dire no: è un genitore che deve spiegare il distacco tra realtà e immaginario ai figli, se proprio deve. (Tanto quanto Ke$ha, di fronte a chi dice «le tue canzoni non sono adatte ai bambini!», è nel giusto a rispondere «io non canto per i bambini, e ai vostri dovete stare attenti voi». E poi: riduci le tette a Barbie e cosa resta? I piedi da masticare finché dall’interno spunta la plastica bianca come un ossicino. Ecco cosa resta.)

Adesso Barbie riesce a fare sensazione solo quando la Mattel commette un grave errore, agli occhi di qualcuno; stabilisce un’eccessiva differenza di prezzo tra bambole, come quella qui sopra, tratta le bambine da deficienti in boccio (la famigerata Barbie Teen Talk, che parlava ripetendo poche frasi registrate, tra cui «la matematica è difficile!»), trae ispirazione da un personaggio pubblico considerato “inadatto ai minori” (Lady GaGaNicki Minaj). Oppure quando qualche edizione viene considerata “pericolosa” tout court. (L’ultima mi pare sia stata tokidoki Barbie, un modello per collezionisti disegnato da Simone Legno, dove la bambola aveva i capelli rosa e un tatuaggio sul collo.) Barbie è un oggetto contro cui nessuno più si scaglia solo perché i bersagli popolari sono altri. Sempre nuovi. Proprio come, a un certo punto, ti abitui a tua madre perché hai visto che in giro c’è di peggio e sei stanca.

La storia delle carriere, però, viene da lontano. Negli anni ’80, mentre Christie Hefner modernizza l’impero creato dal padre Hugh eliminando molte delle attività collaterali a cui è associato il marchio Playboy, la direzione Mattel decide che vendere tante Barbie è inutile se insieme a ciascuna di loro non vendi decine di accessori. Motivo per cui il prezzo della bambola resta bassino, salvo eccezioni, mentre quello delle automobili, dei cavalli, della villa al mare e della boutique dove si decorano le torte si innalza ogni anno. La carriera, la professione, è uno tra i modi per venderti questi accessori. (A me, di accessori, niente. I miei tiravano la linea lì: tutte le Barbie che vuoi, zero accessori. E io ho supplicato che mi regalassero la casa/ufficio di Barbie Giorno e Sera, perché lei era la mia preferita; aveva i vestiti double face da ufficio e da discoteca, e quindi per me aveva anche una doppia vita, ed era molto promiscua, però un po’ c’era anche costretta e cose sordide. Ok, facevo finta che fosse Kathleen Turner in China Blue. Avevo sette anni. Buon Natale.)

Più avanti, la Mattel tenta la modernizzazione esplicita con le bambole My Scene, altre macchine da accessori senza la carriera di mezzo, buttate in produzione per contrastare il successo delle bambole rivali Bratz – molto meno ariane, queste ultime, e invise a parecchi genitori perché «vestite in modo troppo provocante» quando non battezzate «la morte dell’innocenza dei bambini». Le My Scene esistono ancora, ma non hanno mai scalzato Barbie dal trono. Barbie regna.

Però.

Se volete divertirvi con YouTube, bastano dieci minuti e le parole giuste per scovarci una miniera di video di persone che danno fuoco alle Barbie. Non c’è nessun valore sovversivo nel gesto; loro bruciano Barbie perché le Barbie sono facili da bruciare, e bruciano bene. Ed ecco a voi “Mettiamo Barbie nel forno“, “Un’altra Barbie finisce sul rogo“;

Brucia, Barbie“. È lo stesso spirito per cui qualcuno si chiede, «questo lo possiamo mettere nel microonde?», e ci costruisce intorno un intero show. Certe cose si bruciano perché costano poco, sono facili da trovare e rimpiazzare. Ma tra le fiamme non finisce mai una bambola rara; sempre quelle generiche, da corsia di supermercato – almeno, per quello che possiamo vedere noi. Tra qualche anno, la costosa Barbie Dottoressa avrà perso il suo camicino originale, e potrà essere bruciata con le stesse probabilità di Barbie Presidente della Repubblica e Barbie Pasticcera. Tanto quanto, oggi, una bambina può prendere in mano una Barbie anonima e farla diventare una strega, un chirurgo maxillo-facciale, una squillo, una casalinga. Una madre.

Ecco, a me le polemiche sul corpo “irreale” di Barbie sono sempre sembrate isterie abbastanza inutili, perché vedo che poi la realtà aggira sempre tutto; le persone trovano sempre un modo di ridisegnare le premesse che sono state loro consegnate.

E a questo punto, mentre scrivo questa storiella, di botto, l’illuminazione: oh mio Dio, tra vent’anni Farrah vedrà esattamente allo stesso modo tutte le nostre discussioni sulla pericolosità di Twilight; una falsa protesta superficiale e grossolana, con tutte le cose importanti che avevate da fare, mamma, sul serio. Poi lei mi spiegherà i testi di Cat Power con aria imperiosa. Poi maledirà il fatto che io l’ho chiamata “Farrah”. Il secondo e ultimo diritto inalienabile del matriarcato: dare alle proprie figlie nomi di cui loro debbano lamentarsi per sempre. Buon Natale.

 

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