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Il falso mito della società civile

Come si è liquefatto uno degli annunci su cui si era retta la narrazione della Seconda Repubblica: l’idea che la soluzione alle magagne dei partiti sarebbe venuta dalla società civile. Un racconto da insider del grande ritorno della politica.

Pierferdinando e gli statisti

Forse aveva ragione Pierferdinando Casini. Erano i giorni intorno al Natale 2012, durante una delle ultime e affollate riunioni prima della chiusura delle liste per le elezioni politiche del febbraio 2013. Tra l’Udc e la neonata Scelta Civica, alleate sotto la guida di Mario Monti, si battagliava sull’ordine dei posti in lista e sulla complicata miscela da comporre nelle candidature tra uomini e donne, giovani e meno giovani, meridionali e settentrionali, ma soprattutto tra politici di professione ed esponenti della società civile. Casini guardava e commentava poco, con tono lievemente distaccato, da chi pensa «ne ho viste talmente tante, anche questa passerà». Poi una sua battuta più affilata, rivolta a qualcuno tra noi che aveva appena esaltato la superiorità della società civile sul professionismo politico: «Sì, sì: dite bene, voi civici. Ma attenzione, perché chiunque entra in Parlamento dopo qualche giorno si considera uno statista». Aveva ragione Casini? No, perché in questi diciotto mesi di lavoro alla Camera dei Deputati non ho incontrato un solo parlamentare che non fosse consapevole della difficoltà di essere all’altezza del ruolo di legislatore. Aveva ragione Casini? Sì, perché in questi stessi diciotto mesi si è liquefatto uno degli annunci su cui si era retta la narrazione politica della Seconda Repubblica. Quello secondo il quale dalla società civile sarebbe venuta prima o poi la soluzione alle magagne di una politica incapace di rinnovarsi e di cambiare strada rispetto a quella percorsa dal 1992 in avanti.

Poi una sua battuta più affilata: «Sì, sì: dite bene, voi civici. Ma attenzione, perché chiunque entra in Parlamento dopo qualche giorno si considera uno statista». Aveva ragione Casini?

Le ragioni di quanto è accaduto al mito politico della società civile (e qui lasciamo finalmente da parte Pierferdinando) sono da cercare soprattutto della clamorosa carambola di eventi che ha segnato quest’ultimo anno e mezzo di storia politica italiana. Un periodo relativamente breve, soprattutto se confrontato con i tempi tradizionalmente lunghi del nostro (passato?) immobilismo politico, ma nel corso del quale sono improvvisamente scomparsi alcuni elementi che fino all’inizio del 2013 sembravano parte immutabile del nostro arredo nazionale. Innanzitutto il post-comunismo italiano, che fin dai primi anni Novanta aveva accompagnato le diverse trasformazioni della sinistra italiana sovrastando le altre culture politiche che la componevano (quella cattolico-democratica, quella laica, quella liberale, etc.), e che è di fatto uscito di scena insieme ai suoi principali protagonisti dopo la sconfitta elettorale e politica di Pierluigi Bersani. Con il post-comunismo è scomparso anche il radicalismo neo-comunista, che già non se la passava troppo bene ma che è stato archiviato anche nell’ultima e vendoliana versione. Non ci spingeremo certo a decretare la fine di Silvio Berlusconi, fosse solo perché abbiamo tutti ascoltato troppe volte annunci funebri che di lì a poco sono stati smentiti dal vitalissimo Cavaliere. Ma sta di fatto che questi mesi hanno visto un drastico ridimensionamento del fenomeno vario e composito che negli anni abbiamo chiamato “berlusconismo”.

 

Un grande futuro dietro di noi

Ma più del post-comunismo, del neo-comunismo e del berlusconismo, che lasceranno eredità più o meno significative ai nuovi protagonisti della stagione politica che si è appena aperta, la vittima principale della carambola di questi diciotto mesi è stata la promessa politica della società civile. Vittima principale perché definitiva, se si considera l’enorme distanza che separa da un lato le aspettative coltivate nei vent’anni durante i quali quella promessa è stata più volte annunciata e dall’altro i risultati politici sostanzialmente nulli che sono stati raccolti dopo il febbraio 2013. Non mi riferisco soltanto alla rapida parabola di Scelta Civica, la forza politica che ho contribuito ad animare e sulla quale tornerò più avanti, ma anche alle versioni diverse e perfino conflittuali nelle quali la promessa della società civile è stata declinata nel tempo.

Si pensi infatti alla declinazione “progressista” di quella promessa: la stessa che ha attraversato quasi l’intero ventennio della Seconda Repubblica accusando tutti i diversi gruppi dirigenti della sinistra italiana di essere al contempo troppo conservatori nelle proposte politiche e troppo arrendevoli nell’opporsi a Berlusconi, e annunciando periodicamente che prima o poi sarebbe venuta dalla “società civile autenticamente progressista” una ricetta miracolosa in grado di rendere la sinistra italiana vincente, radicale, coerente e finalmente in grado di sconfiggere il berlusconismo. Nel corso degli anni quell’annuncio ha vestito tra gli altri gli abiti dei girotondi di Pancho Pardi, del “ceto medio riflessivo” di Paul Ginsborg, della retorica dell’indignazione giustizialista di Micromega, del millenarismo di Barbara Spinelli, etc. Per poi finire politicamente divorato dal fenomeno grillino, che ha di colpo travolto ogni promessa di nuova sinistra civile semplificandola nell’esibizione rumorosa del cittadino combattente. Perché i Cinque Stelle hanno certamente modi e maniere lontanissimi da quelli più rotondi e raffinati di Ginsborg, Spinelli e di coloro che negli anni sono stati i loro seguaci. Ma altrettanto certamente i grillini ne hanno assorbito tutti i principali argomenti, aggiungendone altri di matrice culturale diversa e guadagnandosi una rappresentanza politica inedita e forse persino indigesta per chi aveva sempre vantato la virtù superiore dell’essere minoranza illuminata.

L’altra declinazione della promessa politica della società civile, ben diversa da quella infine assorbita dai grillini, ha avuto in Scelta Civica la sua più compiuta formulazione di partito. Mai nel corso dei vent’anni della Seconda Repubblica si era infatti data forma organizzativa all’aspirazione di avere in Parlamento una rappresentanza della società civile che fosse insieme “purista” – e dunque dichiaratamente priva di professionalismo politico – ed apertamente equidistante sia dalla destra sia dalla sinistra. Né l’equidistanza né il purismo erano stati la cifra caratteristica dei piccoli partiti che negli anni precedenti erano arrivati in Parlamento incrociando anche la strada del civismo politico, tra cui Alleanza Democratica e Rinnovamento Italiano. Nel 1992-1993 Alleanza Democratica era nata con l’esplicito obiettivo di unire i temi più tradizionali della sinistra liberale ai fermenti delle nuove amministrazioni civiche che in quel periodo si stavano affermando in molte parti d’Italia, allo scopo di condizionare la transizione post-comunista allora in pieno svolgimento. E aveva avuto tra i propri promotori numerosi politici di professione (e talvolta di lungo corso) come Mario Segni, Ferdinando Adornato, Giorgio Bogi e altri. Nel 1996 la lista Rinnovamento Italiano aveva capitalizzato l’esperienza del governo tecnico di Lamberto Dini, con candidature provenienti anche dal mondo civico ma lasciando il timone nelle mani di politici come i repubblicani, i socialisti di Boselli e lo stesso Mario Segni. E soprattutto posizionandosi con nettezza, in occasione delle elezioni politiche del 1996, all’interno dell’alleanza di centrosinistra.

Noi civici

Scelta Civica, al contrario, è nata all’insegna della promozione di candidature provenienti esclusivamente dall’esterno del professionismo politico e dell’equidistanza dagli schieramenti di centrodestra e centrosinistra. Si dirà, con più di un fondamento, che l’alleanza elettorale con l’Udc di Pierferdinando Casini e con Fli di Gianfranco Fini aveva già compromesso la genuinità dell’aspirazione al civismo. Ma quell’alleanza – limitata al Senato nella composizione di liste comuni – era largamente motivata dall’urgenza nei tempi dell’operazione (di fatto le tre settimane che hanno separato la decisione di Mario Monti dalla chiusura delle liste elettorali) oltre che dalla coerenza con cui i partiti di Casini e di Fini avevano sostenuto il governo tecnico di Monti. Nei fatti le candidature di Scelta Civica provenivano esclusivamente dai mondi dell’imprenditoria, dell’università, delle professioni e dell’associazionismo e nessuno tra i candidati (alla Camera dei Deputati) poteva vantare un passato da parlamentare.

Le candidature di Scelta Civica provenivano esclusivamente dai mondi dell’imprenditoria, dell’università, delle professioni e dell’associazionismo.

Nell’operazione Scelta Civica si ritrovava la sintesi di tutti i temi che nel ventennio precedente avevano composto la versione “terzista” della supremazia della società civile. La peculiarità nella composizione “purista” delle liste era l’emblema della convinzione che la politica si sarebbe potuta rinnovare solo dall’esterno dei partiti, in particolare facendo ricorso alle eccellenze che meglio rappresentavano la creatività e la libertà progettuale della società civile. Il largo ricorso a figure del mondo imprenditoriale raccontava l’idea che la borghesia italiana attendesse finalmente di avere voce attiva nella vicenda politica, dopo esserne rimasta a lungo ai margini. Ma soprattutto: la scelta di non schierarsi né con l’alleanza di centrosinistra a guida PD né con l’alleanza di centrodestra dominata (ancora una volta) da Silvio Berlusconi nasceva dalla convinzione che vi fosse nell’elettorato italiano un’ampia fascia di potenziali sostenitori di un’offerta diversa da quella che veniva dai due principali partiti. Una convinzione fondata nelle condizioni reali di inizio 2013, se ricordiamo che a sinistra la coppia Bersani-Vendola esprimeva nell’alleanza “Italia Bene Comune” una declinazione molto arcaica della socialdemocrazia europea e ben lontana dall’ispirazione riformatrice che aveva segnato alcune stagioni del centrosinistra italiano dagli anni Novanta in avanti. E se ricordiamo che a destra tutte le ammaccature patite da Silvio Berlusconi, insieme a tutti i fallimenti del governo da lui guidato tra 2008 e 2011, non avevano condotto ad alcun rinnovamento di leadership né di linea politica. L’insieme era valorizzato soprattutto dalla leadership di un Mario Monti che poteva ancora vantare il profilo di colui che aveva salvato l’Italia dalla catastrofe che incombeva sulle finanze pubbliche alla fine del 2011; che poco più di un anno prima era stato chiamato alla guida del paese da una politica che si era rivelata collettivamente incapace di assumersi la responsabilità di governare; che guidava un esecutivo su cui non si era ancora abbattuto sia da destra che da sinistra il rito di auto-purificazione della “damnatio memoriae” a cui è stato sottoposto dopo le elezioni del 2013.

L’equidistanza che non c’è

E dunque, cosa non ha funzionato nell’esperimento Scelta Civica? Perché un risultato elettorale più che onorevole, per quanto inferiore alle attese e alle previsioni di molti, non si è tradotto in una presenza politica stabile e determinante? Per spiegare la brevità della parabola di Scelta Civica non sono sufficienti le molte ingenuità e i molti errori commessi da tanti (compreso il sottoscritto) nella gestione di una lista-partito nata pochi giorni prima del voto del febbraio 2013. Perché tra le ragioni di questo fallimento ritroviamo gli stessi elementi che negli anni precedenti avevano alimentato l’annuncio politico della società civile e che alla prova della pratica politica vera – e non soltanto immaginata – hanno mostrato fragilità enormi. Fragilità che forse non si sarebbero rivelate con tanta chiarezza in un periodo di bonaccia, ma che sono esplose nella carambola di nuovi orientamenti e nuovi protagonisti che ha segnato questi ultimi mesi.

Non ha funzionato nei fatti l’idea che il mondo dei produttori e delle eccellenze civiche e professionali fosse in attesa di promuovere, alimentare e sostenere un’offerta politica diversa da quelle tradizionali. Non soltanto perché è stata sopravvalutata (ancora una volta) la disponibilità della borghesia italiana all’impegno politico diretto. D’altronde nei normali paesi democratici la borghesia fa il proprio mestiere, che non è propriamente il fondare partiti politici ma piuttosto il produrre valore e curare i patrimoni. A non funzionare è stata soprattutto la declinazione “terzista” di quell’impegno politico. E dunque l’aspirazione a svolgere un ruolo che fosse attivo ma che rimanesse non schierato né da un lato né dall’altro del campo politico, nell’intenzione di conservare i privilegi della neutralità senza misurarsi con il contesto reale di un bipolarismo largamente più resistente del previsto. La verità è che il “terzismo” – ovvero la duplice critica liberale alla sinistra e alla destra – funziona solo se rimane una postura da tenere a bordo campo, senza sporcarsi le mani con le responsabilità e i vincoli che derivano dal chiedere consenso reale per la politica reale.

E d’altra parte la pretesa dell’equidistanza da destra e da sinistra non poteva reggere a lungo dinanzi al terremoto delle elezioni del febbraio 2013. Perché in quell’occasione, e per la prima volta dagli anni Novanta, si è incrinato il tradizionale immobilismo dell’elettorato italiano che in passato aveva permesso ai due schieramenti di vincere conquistando porzioni marginali del voto mobile e mantenendo la presa sui propri tradizionali elettorati. Questa volta dallo smottamento dei due blocchi era nato un vero Terzo Polo, con una consistente base di consenso: salvo che quel polo alternativo a destra e sinistra aveva il sorprendente colore dei Cinque Stelle, era guidato da un bizzarro profeta di sventura che scommetteva sulla catastrofe come unica via alla palingenesi nazionale e non era spendibile in nessuna alleanza di governo (nonostante gli sforzi caparbi con cui vi si adoperò Pierluigi Bersani prima di arrendersi al principio di realtà). La scommessa sulla creazione di un’area centrale e determinante per qualunque equilibrio di maggioranza era dunque fallita, aprendo la strada ad alcune domande. Quale sarebbe stata la funzione propriamente politica di Scelta Civica? Come si sarebbe collocata sull’asse destra-sinistra? Come avrebbe speso il capitale di consenso guadagnato nelle urne? Domande difficilmente evitabili, soprattutto in presenza di uno squilibrio tanto evidente tra quanto nel frattempo stava accadendo a destra e a sinistra.

La verità è che il “terzismo” – ovvero la duplice critica liberale alla sinistra e alla destra – funziona solo se rimane una postura da tenere a bordo campo, senza sporcarsi le mani.

A destra la crisi del berlusconismo ha prodotto una frantumazione del Popolo delle Libertà da cui è nata la scommessa di Ncd: sulla carta un nuovo centrodestra, per l’appunto, guidato da una parte dello stesso personale politico che aveva condiviso negli anni le responsabilità di Berlusconi ma rivolto a superarne i limiti di credibilità personale e politica. Una scommessa coraggiosa, che tra l’altro ha permesso alla formula di governo di larghe intese di sopravvivere fino ad oggi, ma che non si è rivelata propriamente vincente alla prova del consenso. Se Ncd intendeva conquistare la maggioranza dell’elettorato berlusconiano o post-berlusconiano, quella scommessa è chiaramente fallita nelle urne: il voto per le europee ha dato a Forza Italia un risultato ben lontano dai tempi d’oro del berlusconismo ma pur sempre superiore di ben quattro volte al misero quattro per cento raccolto da Ncd. Il centrodestra, frantumato e confuso, è ancora una volta destinato a ritrovarsi nella miscela di moderatismo ed estremismo che ne ha segnato tutta la vicenda politica nell’ultimo ventennio. Con un ruolo ancora una volta determinante, per quanto lontano dalla leadership direttamente personale, di Berlusconi e del composito fenomeno politico che da lui ha preso nome.

 

Grecia capta…

Dall’altra parte, a sinistra, l’affermazione di Matteo Renzi alla guida prima del Partito Democratico e poi del governo ha posto la sfida più impegnativa a Scelta Civica e più in generale alla narrazione politica della società civile. Nel senso che la gran parte degli argomenti su cui si era costruita quella promessa sono apparsi “assorbiti” da un partito che, reagendo alla gravissima sconfitta patita non solo da Bersani ma da un’intera stagione storica della sinistra italiana, sceglieva di scommettere su un esteso e radicale rinnovamento di leadership e di agenda politica.

Si è trattato di un’apparenza illusoria e destinata ad essere smentita dai fatti? La risposta potrebbe limitarsi a citare le analisi dei flussi elettorali delle elezioni europee dello scorso maggio – ad esempio quelle dell’Istituto Cattaneo – che descrivono un dato incontrovertibile: quasi nove elettori su dieci che nel febbraio 2013 avevano votato Scelta Civica hanno deciso nel maggio 2014 di sostenere il Partito Democratico di Renzi. Uno spostamento di elettorato massiccio, quasi totalitario per quanto riguarda i voti di Scelta Civica, e comunque tanto netto da poter sostenere un’analisi sulla più che decennale promessa politica liberale della società civile.

Ma il semplice dato dei flussi elettorali non basta a spiegare quanto accaduto. Perché l’elettorato che nel febbraio 2013 si era riconosciuto in Scelta Civica, provenendo in parti uguali dal centrosinistra e dal centrodestra, poco più di un anno dopo ha riconosciuto qualcosa di radicalmente innovativo nella miscela rappresentata da una parte dalla narrazione personale di Matteo Renzi (ovvero da quanto aveva sostenuto e realizzato negli anni precedenti) e dall’altra dal programma e dai provvedimenti del suo governo. Un tratto di innovazione radicale nel quale si ritrovano molti dei temi di stampo liberale in campo politico, economico e sociale che erano stati di Scelta Civica (e che prima ancora avevano accomunato la promessa politica della società civile) ma con una differenza fondamentale: l’appartenere stavolta a un partito chiaramente posizionato nel quadrante politico, lontano per definizione dalle tentazioni dell’equidistanza tra destra e sinistra, e dunque capace di dare al proprio elettorato una funzione non più di testimonianza ma di utilità concreta al cambiamento in una direzione riconoscibile. Un partito, inoltre, che con la segreteria Renzi sembra intenzionato ad abbandonare lo spazio del conservatorismo sociale ed economico che aveva occupato con la passata gestione e disposto ad aprirsi finalmente ai temi tradizionali della tradizione liberale.

 

Elettori e commentatori

Quella degli elettori di Scelta Civica è dunque una scommessa sul potenziale riformatore di Renzi, e insieme la rinnovata adesione ad uno schema politico bipolarista contro le velleità dell’equidistanza centrista. Una scommessa che finora non sembra compresa né condivisa da molti di quegli stessi commentatori che negli anni avevano sollecitato un diretto impegno politico della società civile. Da questi viene in questi mesi una lettura critica che rimprovera al governo alternativamente di non essere abbastanza “riformatore” o di esserlo troppo. Al di là delle idiosincrasie personali di qualunque commentatore (particolarmente in Italia, dove l’editorialista gode di uno status sacerdotale unico in tutta Europa), emerge in questa critica una debolezza di fondo del liberalismo italiano. La sua vocazione insieme minoritaria e di testimonianza, ovvero la sua difficoltà a concepire la politica come il campo del cambiamento reale (e dunque pragmatico e pattizio) e la sua tendenza a rifugiarsi nella predicazione moralistica. D’altra parte se altrove in Europa (si pensi soprattutto alla Gran Bretagna e alla Germania) i liberali abitano da sempre solide case politiche e di partito, in Italia quegli stessi liberali sono stati costretti a coltivare un orticello minuscolo ricavato ai margini delle più grandi famiglie politiche. Un tratto storico che ha alimentato la prevalenza dell’attitudine “brontolona” su quella pragmatica che invece segna altri liberalismi nazionali. Ma alla prova di una stagione che potrebbe condurre, per la prima volta dagli anni Novanta, a solide riforme di segno riformatore è davvero un paradosso che proprio tra quei i liberali italiani che per anni hanno rimproverato alla politica di non sapersi rinnovare oggi prevalga la tentazione a mettersi di lato per tornare ad avere la libertà di agitare il dito in segno di diniego.

Se altrove in Europa (si pensi soprattutto alla Gran Bretagna e alla Germania) i liberali abitano da sempre solide case politiche e di partito, in Italia quegli stessi liberali sono stati costretti a coltivare un orticello minuscolo ricavato ai margini delle più grandi famiglie politiche.

Così come sembra difficile – anche e soprattutto per i liberali – disfarsi della pesante eredità della “ideologia anti-casta” che negli ultimi anni ha largamente contaminato anche questa tradizione politica. Ciò che appare complicato non è tanto misurare nel concreto le modifiche più o meno efficaci che sono state adottate sul tema dei privilegi dei politici, ma abituarsi all’idea che la politica riconquisti un livello minimo di credibilità attraverso una profonda opera di rinnovamento. Il “castismo” è stata una categoria analitica di straordinario successo nell’Italia dell’ultimo decennio, grazie anche e soprattutto al contributo che la stessa politica ha dato al proprio discredito. Una categoria a cui ci siamo tutti affezionati, come ci si affeziona ad una chiave capace di aprire ogni porta. Ma proprio questa sua comodità d’uso ha condotto ad un’assuefazione della discussione pubblica italiana, abituandola negli anni ad una politica che era insieme debole e arrogante. E oggi rendendola incapace di accettare l’idea che la politica rivendichi la propria legittimazione e la propria funzione democratica: non tanto attraverso l’orgogliosa esibizione di una supremazia nobiliare, ma mostrandosi capace di raccogliere consenso reale e di produrre discontinuità di segno liberale con il passato e risultati che siano finalmente in grado di avvicinare l’Italia alle economie più avanzate d’Europa.
 

Dal numero 21 di Studio, in edicola e su iPad.

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