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I libri del mese

Cosa abbiamo letto a marzo e cosa consigliamo di leggere.

Emmanuel Carrère – Propizio è avere ove recarsi (Adelphi) trad. Francesco Bergamasco

Emmanuel Carrère è anche un formidabile giornalista («io mi definisco reporter», diceva non a caso già durante una presentazione milanese del 2015). È un dato semplice, qualcuno obietterà persino scontato, ma di una rilevanza indispensabile nelle pagine in cui parla con i suoi amici intellettuali rumeni per preparare il suo viaggio sui luoghi di Dracula, fra le righe del suo ritratto di Alan Turing e nelle metafore con cui descrive gli scenari dei quattro giorni passati a Davos, nel cuore del potere economico universale. shadow_image_110076Con la frase de I Ching scelta da Adelphi per titolare Propizio è avere ove recarsi, la cristologizzazione dell’autore francese è completa, e leggendo questo zibaldone di riflessioni, turbamenti, reportage, appunti, articoli e piccole biografie i suoi adepti possono approfondirne il mistero sacro, traendone conferme alla consapevolezza di avere a che fare con un narratore geniale e appassionato, anche quando prova a mostrarsi distaccato. Dopo aver letto questo libro, sono sempre più convinto che la forza più cristallina della scrittura di Carrère vada ricercata nelle sue tormentate cronache dei processi per omicidio (qui, peraltro, si legge il complesso viatico letterario ed emotivo che l’ha portato a pubblicare L’avversario): genitori dagli sguardi spenti, nuclei familiari infranti, immedesimazioni controverse. Lo stesso scrittore ci rivela che la moglie Hélene ha avuto modo di definirle «un po’ cattoliche», ma credo che il loro valore aggiunto risieda in quella stessa definizione. D’altronde, la sua trasposizione della vicenda di Jean-Claude Romand è entrata a buon diritto nella storia della letteratura perché, decidendosi a raccontarla, Carrère ha pensato che «non poteva essere altro che un crimine o una preghiera». (Davide Piacenza)

 

Hisham Matar – Il ritorno (Einaudi) trad. Anna Nadotti

shadow_image_101858Ha vinto in questi giorni il Pen Award e se ne sta parlando tantissimo soprattutto in America e in Inghilterra: i blurb pubblicati in bandella da Einaudi intimoriscono anche troppo forse. La cosa che impressiona leggendo, invece, è che si tratta di un libro scritto con una lingua calibrata e trasparente al punto da vederla staccarsi dalla pagina e trasformarsi in voce, come raramente capita. In sintesi: è la storia della famiglia di Matar e del suo esilio dalla Libia, la storia di una famiglia spezzata dopo il golpe di Gheddafi e di un padre diventato un fantasma, scomparso, imprigionato, ricercato invano, tutto un fluire che parte da un “ritorno”: il rientro dello scrittore, insieme a suo fratello e alla madre nel Paese dopo la caduta del regime, che si apre con una bellissima scena iniziale all’aeroporto del Cairo. Una cosa che riesce particolarmente bene a Matar è il delineare questo corso in cui storia politica e storia famigliare confluiscono una nell’altra, con un procedimento che si affida a frammenti, flash e ricostruzioni. Ma la cosa che mi ha colpito di più, facendomi ripensare a un altro bellissimo libro a cui lo affiancherei, La casa di pietra di Anthony Shadid, è una forma di sensibilità ibrida, a cavallo tra Occidente e Oriente. Entrambi sono, in qualche modo, libri di “emigrati” con una solida formazione culturale occidentale che cercano faticosamente di ritrovare le proprie origini. Entrambi portano con sé il grande bagaglio della letteratura occidentale, ma per una forma di inspiegabile genetica letteraria, sono anti-esotici, e quindi profondamente dentro le cose che raccontano. Il ritorno è un libro che ha una forte essenza contemporanea, ma è al tempo stesso una guida per guardare indietro. (Cristiano de Majo)

 

Leonardo Sciascia – A futura memoria (se la memoria ha un futuro) (Adelphi)

shadow_image_104608Quanto è il caso che i programmi scolastici liceali si concentrino sulla storia internazionale e interna più recente è un argomento molto dibattuto e non facile da sbrogliare. C’entra anche quello che dovrebbe essere la funzione della scuola: la Costituzione è un po’ vaga, ad esempio, in questo senso, e individua come obiettivo del sistema di istruzione «il perfetto ed armonioso integrarsi dell’individuo nella comunità sociale, tanto che può parlarsi di una formazione integrale della persona umana». La definizione di cosa è umano, cosa dovrebbe esserlo, e cosa non dovrebbe, è ancora più spinosa da costruire. Ma leggendo i 31 articoli di Leonardo Sciascia raccolti in A futura memoria (se la memoria ha un futuro) mi è venuto immediato pensare a un concetto come quello di “istruzione”, oppure come quello di “formazione del cittadino”, oppure come quello di “essere umani”. La frase “andrebbe letto nelle scuole” è utilizzata spesso a sproposito, come boutade o provocazione, mentre questa summa di articoli lo meriterebbe davvero. Gioverebbe alla totalità del Paese, perché con linguaggio semplice ed elegante e colto, Sciascia mostra qui un’enorme prova di umanità, etica, buon cuore, contro polarizzazioni politiche e giudiziarie capaci di creare catastrofi, appunto, umane. «Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superato il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti», scrive in un articolo per il Corriere nell’agosto 1983. Sono le settimane dell’arresto di Tortora, ma non solo: della carcerazione “preventiva” di duecento persone per omonimio con altri presunti mafiosi, scarcerate dopo tre mesi di cella. Il «rimedio» servirebbe a guarire dall’abitudine che lui stesso, nel 1988 (si parla qui dell’arresto di Adriano Sofri) definisce «prima ti arresto e poi cerco le prove». L’umanità che la Costituzione cita mi sembra che dovrebbe avere un carattere molto semplice, in primis, ma che purtroppo non è condiviso nemmeno oggi: affermare che il carcere è una cosa tremenda, e che la dignità umana ha la precedenza, sempre, in un regime democratico e antifascista, sull’avversità politica. Sciascia, in più, lo afferma con un’eleganza stilistica unica: vedendo la politica e la storia attraverso la letteratura. (Davide Coppo)

 

Nickolas Butler – Il cuore degli uomini (Marsilio) trad. Claudia Durastanti

shadow_image_111089Simone de Beauvoir diceva che la donna è sempre qualcosa d’altro rispetto a se stessa, ma la stessa cosa si potrebbe (si dovrebbe) dire degli uomini, ed è di questo, credo, che Nickolas Butler ha finito per parlare nel suo ultimo romanzo. Quasi interamente ambientato in un campo scout tra gli anni Sessanta e il futuro prossimo, Il cuore degli uomini è un romanzo potente, senza essere pretenzioso, sul diventare adulti e maschi (il titolo è azzeccato, anche se mi domando se un editore avrebbe osato intitolare un romanzo di questo calibro Il cuore delle donne, e, in tutta onestà, se io l’avrei letto). «In America gli scout non sono mai stati noti per il loro acume o la loro sensibilità», scrive Butler: uno scout è «affidabile», è «leale», uno scout è «coraggioso». Gli scout diventeranno uomini che vanno in guerra, uomini la cui spina dorsale è «tenuta insieme da frammenti di granata e dall’attak»; ma anche uomini che sposano quattro donne diverse prima di morire e lasciano la madre dei loro figli a crescere tre bambini in un bungalow minuscolo con una sola stanza da letto a Milwaukee; uomini che stuprano e uomini che vendono il migliore amico per trenta denari. La lealtà, che poi è la base del cameratismo, la conditio sine qua non per sopravvivere in guerra, e dunque, la più virile delle virtù, è uno dei temi centrali. L’altro è, beh, la vita, che è fatta di tradimenti, di egoismo e di piccineria, di padri che se ne vanno e madri che, generalmente, restano; perché la lealtà è un’illusione ed essere uomo è un progetto fallimentare. (Anna Momigliano)

 

In lettura

Estratti da libri che stiamo leggendo.

Charles Simic – La vita delle immagini (Adelphi) trad. Adriana Bottini

shadow_image_109439Chicago mi fece capire che cosa era l’America meglio di quanto avrebbe fatto una delle città più piccole. Quel misto tra l’essere nel medesimo tempo molto moderni e progrediti e molto provinciali è la nostra specialità. Aggiungiamoci la consapevolezza che tanta parte della nostra prosperità dipende dal lavoro sottopagato: erano gli immigrati e i neri a far girare Chicago. Mi piaceva l’anarchia della città. C’erano bettole e night con spogliarello a pochi isolati dal monumentale Art Institute e dagli hotel di lusso. Chicago era il robivecchi di tutte le contraddizioni esistenti in America. Certe rugginose cisterne dell’acqua sul tetto di un vecchio magazzino sembravano belle quanto lemeraviglie architettoniche del lungolago. Se volevi apprezzare la città, dovevi rivedere tutte le tue convinzioni estetiche. I miei migliori maestri in fatto di arte e di letteratura furono le strade che percorrevo nei miei giri per la città. 

 

Làszló Krasznahorkai – Satantango (Bompiani) trad. Dóra Várnai

shadow_image_102297E vide se stesso, sulla croce della culla e della bara, mentre con fatica si contraeva ancora un’ultima volta, per poi ritrovarsi, in virtù di un ordine perentorio e ineluttabile, completamente nudo – senza alcun segno di distinzione o d’identificazione – nelle mani dei beccamorti, tra i ghigni di quegli indaffarati scuoiatori di cadaveri, dove non poteva non cogliere la misura di tutte le cose umane, senza un’ombra di pietà, senza che ci fosse anche un solo sentiero a riportarlo indietro, perché a quel punto sarebbe stato ormai consapevole del fatto che aveva sempre giocato con bari contro cui non era possibile vincere, essendo tutte le carte del gioco predeterminate: si trattava di una partita truccata alla fine della quale sarebbe stato privato anche dell’ultima su arma, la speranza, la speranza di poter un giorno ritrovare la strada di casa.

 

Immagine Getty Images.
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