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Herr Wowi

Ascesa e declino di Klaus Wowereit, sindaco dimissionario di Berlino dopo tredici anni alla guida della capitale tedesca vissuti tra outing geniali, grandi progetti e clamorosi fallimenti.

«Me ne vado volontariamente». Con queste parole, pronunciate martedì nel corso di una conferenza stampa, Klaus Wowereit ha annunciato che a dicembre smetterà i panni di sindaco di Berlino, con quasi due anni di anticipo sul termine naturale dell’incarico e dopo tredici anni e due mandati e mezzo consecutivi.

Al netto delle frasi di circostanza, Wowereit si dimette sotto il peso delle pressioni del suo partito (i socialdemocratici della SPD, sempre più preoccupati dai sondaggi in calo) e di quello delle polemiche: la principale legata al ritardo del nuovo aeroporto della città, inizialmente previsto per il 2010 e ancora ben lontano dall’essere completato.

Sessantuno anni da compiere il primo ottobre, Wowi, questo il suo soprannome, era ormai, nel bene e nel male, più di un semplice sindaco. Nel lunghissimo periodo passato a capo del governo cittadino la sua figura è infatti divenuta sinonimo della trasformazione vissuta da Berlino nell’ultimo decennio. Cattolico, più giovane di cinque figli cresciuti dalla sola madre, impiegata in una lavanderia nel quartiere popolare di Tempelhof, Klaus ha iniziato il suo cursus politico dal basso e con prudenza ma sempre con un chiaro modello di riferimento: quel Willy Brandt al quale, per ironia della sorte, sarà dedicato proprio l’aeroporto su cui è inciampata la carriera di Wowereit.

Ha iniziato il suo cursus politico dal basso e con prudenza ma sempre con un chiaro modello di riferimento: quel Willy Brandt al quale, per ironia della sorte, sarà dedicato proprio l’aeroporto su cui è inciampata la carriera di Wowereit.

Dopo aver ottenuto la laurea in legge nel 1984, unico della famiglia, Wowereit diventa consigliere municipale per il distretto di Tempelhof. Ha trent’anni ed è il più giovane della città. Potrebbe sembrare l’inizio di una fulminante ascesa e invece bisogna aspettare fino al 1995 perché Wowereit compia un ulteriore balzo: l’ingresso nel Consiglio Comunale.
Da lì in poi la carriera di Wowereit “fulminante” lo diventa per davvero. A fine 1999 viene nominato presidente del gruppo SPD alla Abgeordnetenhaus di Berlino, praticamente una camera con vista sulla poltrona più prestigiosa della città; su cui infatti siede appena un anno e mezzo dopo, quando gli scandali finanziari e la voglia dei berlinesi di mettere fine al lungo e ormai stantio regno CDU di Eberhard Diepgen gli consegnano la prima vittoria alle urne.

A quella campagna elettorale, peraltro, risale il primo gesto eclatante di un sindaco che negli anni si è costruito una notevole popolarità extra-politica anche al di fuori dei confini tedeschi. Messo nel mirino dalla stampa avversaria per la sua sfera privata, Wowereit giocò d’anticipo dichiarando molto semplicemente: «Ich bin schwul, und das ist auch gut so», ovvero «sono gay e va bene così», una frase che finì per diventare un manifesto dell’ethos tollerante della città sotto la sua guida e lo rese un’icona gay di fama internazionale.

Trovandosi nel 2001 a capo di una metropoli oberata dai debiti e abbandonata dalla grande industria tedesca, Wowereit fu tra i primi a capire e teorizzare che Berlino avrebbe dovuto giocarsi in modo diverso la partita per il proprio futuro, puntando su turismo e innovazione e attraendo capitale umano e non quello finanziario che aveva ormai messo stabilmente radici altrove. E appartiene proprio ai primi anni del suo governo, lo slogan con cui Wowereit riassunse quel progetto, quel «Berlino, povera ma sexy» che ancora oggi la città fatica a scrollarsi di dosso, con tutte le ambivalenze che si porta dietro.

Messo nel mirino dalla stampa avversaria per la sua sfera privata, Wowereit giocò d’anticipo dichiarando molto semplicemente: «Ich bin schwul, und das ist auch gut so», ovvero «sono gay e va bene così».

Perché se da un lato la “dottrina Wowereit” può, come non ha mancato di fare notare il diretto interessato nel corso della conferenza stampa in cui ha annunciato le dimissioni, vantarsi a buon diritto di aver reso Berlino «the place to be» (detto proprio così, in inglese), dall’altro a molti berlinesi e non solo risulta ancora poco chiaro cosa sia esattamente quel posto.
Sul conto di Wowereit infatti, oltre al fallimento dell’aeroporto, peraltro imputabile più a incompetenza e scandali molto poco tedeschi che a mancanza di risorse, vengono addebitati anche gli ultimi sei o sette anni in cui la città ha assistito a una crescente deregolarizzazione del settore immobiliare e a un flusso d’immigrazione, interna ed esterna, tutta più o meno abbiente e qualificata che però ha contribuito meno del previsto al risanamento del debito (63 miliardi di euro).

In generale, finita la lunga luna di miele dei primi 2000, negli ultimi tempi il giudizio su Wowereit che accomunava i berlinesi (vecchi e nuovi) con cui ne ho discusso, è più o meno lo stesso che ieri riportava con durezza lo Spiegel, e ovvero «che il suo “e va bene così” fosse meno una prova di aplomb cosmopolita che l’espressione di una magnifica indifferenza. Va tutto bene, è tutto uguale, è questo il modo in cui Wowi ha governato. Oppure: ci stiamo lavorando. Ma di vera governance da parte di Wowi non se ne ricorda».

E così Wowereit, che nel 2009 aveva raggiunto l’apice della carriera con la carica di vice-presidente dell’SPD nazionale e sembrava prossimo a una candidatura da cancelliere, ha iniziato una prima lenta e poi vertiginosa discesa nei consensi, il cui principio si può far coincidere con l’inverno del 2010 quando, di fronte alla richiesta della cittadinanza di misure speciali contro una delle peggiori emergenze ghiaccio degli ultimi decenni, il sindaco minimizzò con un «non siamo mica ad Haiti», negli stessi giorni in cui l’isola viveva la tragedia del terremoto. Una caduta di stile – lui, sempre così incisivo a parole – che non gli è mai stata perdonata.

Successivamente sono iniziati i problemi al progetto che avrebbe dovuto coronare la sua “era” – ovvero il grande Flughafen da dedicare a Brandt – e nel giro di due anni e mezzo dall’ultimo, risicato attestato di fiducia ricevuto dai berlinesi, Wowereit si è ritrovato a dover ammettere di non poter essere l’uomo che guiderà Berlino verso la possibule candidatura olimpica per il 2024 e a rassegnare le dimissioni in un ventoso pomeriggio di fine agosto mentre, fuori dalla Rotes Rathaus, i meno indulgenti tra i suoi concittadini lo hanno ormai soprannominato Teflon Wowi, per il modo in cui gli scandali e le responsabilità degli ultimi tempi gli sono scivolati addosso.

Sic transit gloria mundi, alle spalle della grande icona ormai caduta la successione tutto è ancora da decidere. Al momento l’ipotesi più accreditata è che si arrivi alle elezioni del 2016 con un esecutivo provvisorio guidato da una figura interna all’SPD di Berlino (tra i nomi in lizza c’è anche quello di Raed Saleh, qui raccontato).
 

Nell’immagine in evidenza: Klaus Wowereit in conferenza stampa a Berlino, l’altro ieri. (Carsten Koall/Getty Images)

Leggi anche: Be Berlin, La battaglia di Tempelhof.

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