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L’ultima chance per Letta si chiama governo Leopolda

Esiste una piccola possibilità perché il Governo Letta riesca a cambiare passo: riconoscere che l'agenda la detta Renzi, convincere di questo anche Alfano e verificare subito se le cose chieste dal nuovo Pd sono realizzabili in tempi brevi.

Roma. Esiste solo una possibilità che il governo guidato da Enrico Letta possa, contemporaneamente, rafforzare il Partito democratico, il Presidente del Consiglio e il nuovo segretario del Pd. È una piccola possibilità, che più o meno naviga all’interno dello scenario politico come la famosa particella di sodio della nota pubblicità, ma visto che siamo a Natale e che, si sa, siamo tutti più buoni, è una possibilità che vale la pena di approfondire.
Di che si tratta? Proviamo ad arrivarci. La premessa, doverosa, è che visto come stanno andando le cose, visti i ceffoni rifilati da Renzi ad Alfano, visto il modo in cui il segretario del Pd rincorre il presidente del Consiglio; le speranze che questo governo regga, che resista alla prova della legge elettorale, che possa contenere l’irresistibile voglia del segretario del Pd di far pesare i suoi tre milioni di voti, di far pesare il suo essere non solo il segretario del Pd ma anche il candidato premier, sono pochine, diciamo. Eppure una piccola possibilità c’è. Ed è quella di trasformare questo governo, davvero, nel governo Leopolda.

Da parte di Letta, il gioco dovrebbe essere più o meno questo:  lasciare dettare l’agenda a Renzi, far tesoro dei consigli del segretario del Pd e convincere Alfano a non essere timido, a non essere titubante e a trasformare questo governo in una macchina da guerra capace di combattere, seppure attraverso piccole intese, le forze populistiche. Cosa occorre? La legge elettorale subito, ovvio. Il famoso taglio al numero dei parlamentari. La riforma del Senato. E poi la riforma sul lavoro. La sperimentazione del modello di contratto a termine che verrà sperimentato all’Expo. I tagli, simbolici, ai costi della politica. Una spending review fatta con i contro maroni. La contro riforma del Titolo Quinto. Un saggio utilizzo delle varie decine di miliardi di euro che arriveranno a gennaio dai fondi strutturali europei. Una battaglia tosta per preparare le elezioni del  25 maggio (le europee, per ora) non andando con il cappello dalla Merkel per chiedere le elemosina ma combattendo da sinistra la vera grande battaglia che manca ai progressisti italiani: asfaltare i vecchi parametri di Maastricht, rinegoziare il tetto del tre per cento, chiedere di avere più flessibilità per gli investimenti anche a costo di imporre, sulle decisioni che contano, il proprio diritto di veto.

Le famose palle d’acciaio, che finora il governo ha molto evocato ma non ha in realtà particolarmente mostrato, dovranno diventare la cifra dell’esecutivo che nascerà a gennaio quando il governo RAL (Renzi, Alfano, Letta) siglerà il famoso patto di coalizione. Diciamo la verità. Esistono ancora gli spiragli per far andare avanti questa maggioranza. Sono pochi, sono precari, sono quasi impossibili ma esistono. Renzi, dal suo punto di vista, non può non imporre questo ritmo al governo. La sua linea è coerente con l’investitura avuta alle primarie. Chi deve cambiare verso è ovviamente il governo stesso. E chi deve cominciare a osservare con occhio meno ingessato lo scenario politico dovrà essere anche – con tutto il rispetto – il Presidente della Repubblica. Il governo sta in piedi se, come si dice, dimostra di avere le gambe, il passo giusto per correre, la forza per andare avanti. Sembra un concetto banale ma, invece, dovrebbe diventare la cifra del 2014.

Letta, con realismo, dovrà capire subito se ciò che chiede il leader del suo partito si può fare o no. E dovrà accettare il fatto che l’agenda sia dettata da Renzi, che è il capo dei 400 parlamentari del Pd (salvo sorprese, salvo scissioni), e non da qualcun altro. I primi cento giorni del nuovo governo saranno quelli decisivi. Renzi, e i suoi, proveranno a forzare, proveranno a testare la vera solidità del governo, proveranno a mettere alle strette anche Napolitano e compagnia. Ma a meno di richieste folli, le proposte fatte finora da Renzi e compagnia non sembrano impossibili. Molto dipenderà naturalmente da quanto Alfano si fiderà di Renzi. Ok. Ma dal primo gennaio il presidente del Consiglio dovrà mettersi in testa anche che è vero che c’è un segretario che scalpita, e che probabilmente, in cuor suo, sogna di andare a votare. Ma anche che se questo governo dimostrerà di non avere la benzina giusta per arrivare al traguardo dovrà essere lui, l’uomo dalle palle di acciaio, a capire, prima di qualcun altro, che se le cose non vanno non bisogna accanirsi ma bisogna farla finta con questo governo. Il vero patto tra Renzi e Letta ha senso solo se anche Letta ammette che il governo deve rispettare i tempi. E solo se il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica riconoscono che la stabilità, la famosa stabilità, dal 2014 non sarà più una scusa utile per giustificare un governo immobile.

 

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