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Gli anni d’oro del grande Perugia

In occasione del suo riapprodo in serie B, una storia sentimentale del "Grifo", il Perugia, una squadra che nel giro di pochi anni è passata da San Siro ai più sconosciuti e polverosi campi di provincia. E ora, finalmente, sta tornando.

Nella primavera del 2005 avevo 23 anni e giravo l’Italia con un cavalletto da dieci chili in spalla, inseguendo vecchie glorie dell’A.C. Perugia, la mia squadra del cuore. Facevo l’assistente di ripresa per il mio amico Walter, che aveva la fama di essere il miglior cameraman del centro Italia, e leggevo David Foster Wallace alla ricerca di rare affinità fra il mio lavoro e i personaggi di Up, Simba!, l’appassionante racconto della prima campagna elettorale del senatore John McCain, che nel 2000 provò a conquistare la nomination repubblicana vinta alla fine da George W. Bush. I protagonisti del reportage di Wallace erano proprio i cameraman e gli assistenti di ripresa dei grandi network televisivi americani che sapevano aspettare distrattamente per ore, per poi capire sempre un attimo prima il momento dell’azione e anticipare i giornalisti nella calca. Wallace era affascinato dal loro fiuto per la notizia, o quanto meno dall’abilità nel districarsi nella ressa. Noi, nel nostro piccolo, eravamo parte di una piccola troupe di quattro persone, una spedizione che girava un documentario sui primi cent’anni del Perugia. L’opera si chiamava “Grifo di Popolo”, oltre a noi c’era Lucio, il regista e capo ufficio stampa della regione Umbria, e Francesco, produttore e figlio di Spartaco Ghini, ex grande presidente che portò il Grifo in Serie A nel 1975 e che contribuì a costruire lo storico “Perugia dei miracoli”, quello che nel 1978/79 chiuse la stagione imbattuto al secondo posto, perdendo per appena tre punti uno scudetto che finì cucito sulle maglie di lana del Milan. Quel Perugia – creato con intelligenza da Franco D’Attoma, Silvano Ramaccioni e Ilario Castagner – fu la prima squadra italiana a finire un campionato senza sconfitte, impresa ripetuta soltanto dal Milan di Fabio Capello nel 1991/92 e dalla Juventus di Antonio Conte nel 2011/12.

A Cesenatico, dove eravamo andati per intervistare Salvatore Bagni, rischiammo una rissa con il re Diego Armando Maradona che perse la ragione e ci aggredì.

Giravamo l’Italia per registrare le voci e i volti di quei giocatori che avevano scritto con i piedi la storia della squadra. A Pescara finimmo nel negozio di abbigliamento di Rocco Pagano, formidabile ala destra che persino Paolo Maldini definì l’avversario più temibile mai affrontato lungo la fascia. A Udine bevemmo vino sotto i portici con il maestro Giovanni Galeone, l’allenatore che aveva riportato la squadra in Serie A nel 1996 e che ci illustrò la sua filosofia. A Fano, il mio idolo d’infanzia, il prolifico centravanti Giovanni Cornacchini, dichiarò di sentirsi vecchio al solo pensiero che nella mia camera fossero stati appesi i suoi poster. A Genova, Serse Cosmi e Giovanni Tedesco, allenatore e capitano negli anni migliori dell’era Gaucci, ci regalarono la maglia di Diego Milito, prima che diventasse il «Principe» interista. A Cesenatico, dove eravamo andati per intervistare Salvatore Bagni, rischiammo una rissa con il re Diego Armando Maradona che – dopo aver preso parte a un’intensa e sfiancante partitella con i bambini della scuola calcio gestita dall’amico Salvatore – perse la ragione e ci aggredì. Non gradiva telecamere (spente) nei paraggi. Ci salvò solo il pronto intervento di Bagni, che ordinò con pazienza a Diego di andare a fare la doccia e di lasciare in pace i suoi ospiti.


Storia di Renato Curi, tratto da Grifo di Popolo.

Negli stessi mesi in cui noi facevamo su e giù per la penisola, la squadra, retrocessa in B l’anno precedente dopo uno strano spareggio con la Fiorentina, galoppava disinvolta verso la promozione sotto la guida del mister Stefano Colantuono. Quattro squadre si giocavano i tre posti disponibili per il paradiso: Empoli, Genoa, Torino e Perugia. In A, oltre all’Empoli, andarono però Ascoli e Treviso. Il Genoa fu retrocesso in C1 a causa di una valigetta piena di soldi rinvenuta davanti all’azienda del presidente Preziosi e servita per comprare l’ultima partita di campionato contro il Venezia. Il Torino non fece neanche in tempo a festeggiare i playoff vinti proprio contro il Perugia, che fu dichiarato fallito. Stessa sorte toccò al Grifo, proprio nei giorni in cui si sarebbe dovuto festeggiare il centenario. Solo un anno prima le quote della società erano passate da Luciano Gaucci al figlio Alessandro, che si ritrovò sommerso dai debiti e finì in galera insieme al fratello Riccardo, mentre il padre se la spassava nella villa di Santo Domingo. Da latitante, Luciano Gaucci – l’uomo capace di presentare all’ex Presidente della Camera Gianfranco Fini la donna che poi lo avrebbe rovinato, in grado di minacciare la Figc di ingaggiare una calciatrice donna solo perché il regolamento non lo negava espressamente e di arruolare in squadra cinesi, iraniani e persino Saadi, il figlio del colonnello Gheddafi – meriterebbe un racconto a parte, che per questa volta ci risparmieremo. La sua gestione stravagante portò il Perugia dalla melma della Serie C1 fino all’Europa, ma terminò con un fallimento inaspettato e per questo ancora più doloroso. Si sognava la A, e ci ritrovammo in C. Perdemmo in un colpo solo il nome – ricomprato in seguito all’asta – tutti i giocatori e la categoria. «Vedrai che sarà divertente farsi un anno di C», mi dicevano quell’estate con un ghigno gli ultras più navigati, rimembrando temerarie battaglie dei primi anni Novanta contro le tifoserie avversarie negli autogrill o nelle piazzole di Nola e Battipaglia. Amavo la mia squadra, e non ero poi così convinto che sarebbe stato divertente.

Non sapevamo allora che quella che doveva essere una temporanea passeggiata nell’inferno della Serie C1 si sarebbe trasformata in un incubo interminabile. Le stagioni, da quell’aspro 2005, si ripeterono monotone e avare di soddisfazioni, con l’unico picco di una semifinale di playoff raggiunta per caso e persa malamente contro l’Ancona nel maggio del 2008. Il peggio, però, doveva ancora venire e si manifestò quell’estate insieme a Leonardo Covarelli, misterioso imprenditore edile perugino che negli anni precedenti aveva guidato il Pisa a un passo dalla Serie A. Non si fece neanche in tempo a fantasticare su una possibile promozione. I due campionati successivi furono assolutamente trascurabili dal punto di vista calcistico, ma ancora peggio andò da quello amministrativo. Fra i vicoli medievali di Perugia si era cominciato presto a sospettare dell’affidabilità del nuovo presidente e sulla provenienza del suo denaro, ma nessuno poteva immaginare un epilogo tanto doloroso. Il 20 maggio 2010 il Tribunale di Perugia decretò infatti il secondo fallimento del Grifo in cinque anni, durante i quali la squadra era passata dalla Serie A alla D retrocedendo sul campo una sola volta.


Amarcord.

Fino a quel momento avevamo continuato a illuderci che la Serie C fosse soltanto temporanea, che presto la squadra sarebbe tornata nei campionati che credevamo spettargli di diritto. Quasi faticavamo a riconoscere i colori sociali delle squadre avversarie o a ricordarci il nome del capocannoniere del campionato, viziati com’eravamo dallo strepitoso decennio precedente. Invece il Perugia che aveva costruito in casa l’anima della nazionale campione del mondo nel 2006 – Gattuso e Materazzi, che nel Grifo mossero i primi passi, e Grosso, che quando arrivò nel 2001 dalla Serie C2 faceva il fantasista e che Cosmi si inventò terzino sinistro – non c’era più. Le gioie della vittoria europea nella coppa Intertoto erano sfumate come in una dissolvenza, cancellate dagli anni spesi nei campi aridi del meridione. Le vittorie a San Siro erano state sostituite dalle sconfitte a Gallipoli. I dribbling e i goal degli idoli Hidetoshi Nakata, Milan Rapaić, Zisis Vryzas, Marco Negri, Federcio Giunti, Giovanni Tedesco o Fabrizio Miccoli rimpiazzati dalle giocate di trascurabili operai del calcio con alle spalle carriere appassite dalle serie minori. Lo stadio che ribolliva ogni domenica – con la partita anticipata dalle note di “No more I love you’s” di Annie Lennox – aveva lasciato il posto a gradinate deserte spazzate dal vento. Solo una cosa era rimasta identica: il sostegno della Curva Nord. Ora, però, ci toccava ripartire dalla Serie D. L’onta dei dilettanti.

Le vittorie a San Siro erano state sostituite dalle sconfitte a Gallipoli. I dribbling e i goal degli idoli Nakata, Rapaić, Vryzas, Negri, Giunti, Tedesco o Miccoli rimpiazzati dalle giocate di trascurabili operai del calcio con alle spalle carriere appassite dalle serie minori.

La curva nord prima di Perugia-Frosinone del 4 maggio 2014.

È stato allora però che il Perugia ha saputo ricominciare. A luglio, nel pieno dell’ennesima turbolenta estate perugina, l’imprenditore petrolifero locale Roberto Damaschi, appassionato tifoso biancorosso, mise insieme una cordata di imprenditori per evitare la scomparsa della squadra. Il girone E della Serie D fu un susseguirsi di sfide con compagini locali, quelle che un tempo potevano al massimo sognare di giocare contro il Grifo nelle amichevoli del giovedì: si cominciò con due pareggi, a Sansepolcro e in casa con lo Scandicci, poi una vittoria a Città di Castello. Il punto più basso della storia recente del Grifo si toccò domenica 26 settembre 2010, quando fu sconfitto in casa per 2-1 dal Monteriggioni, modesta squadra di un piccolo comune in provincia di Siena che sarebbe poi arrivata ultima in classifica. Da quel momento in poi, però, il Perugia guidato da Pierfrancesco Battistini cominciò a vincere: nove successi di fila, poi ad aprile arrivarono la vittoria in rimonta con il Castel Rigone di Brunello Cucinelli, la promozione con tre giornate d’anticipo in Lega Pro II Divisione, la vecchia C2, e la Coppa Italia di categoria. Finalmente in Corso Vannucci si poteva tornare a festeggiare.

Ottenuta la promozione, Damaschi lasciò la società in mano ai soci, gli imprenditori laziali Gianni Moneti e Massimiliano Santopadre. Romano, patron del marchio di abbigliamento Frankie Garage, socio di minoranza fino a quel momento, Santopadre mise allora le basi per diventare presidente e unico proprietario qualche mese più tardi. Il campionato 2011/12 scivolò via senza intoppi, con il Perugia in testa alla classifica della II divisione dalla 18esima alla 42esima giornata. La più classica delle marce trionfali, ostacolata solo dal Catanzaro: 87 punti per i grifoni, 83 per il Catanzaro promosso senza passare dai playoff, 23 goal per Giampiero Clemente, capitano fino a quel momento ignoto arrivato in estate dal Benevento, dove era stato soprannominato «il pescatore di perle». Avevamo riso di quel nomignolo, che invece celava l’estro del giocatore. I 23 goal di Clemente non furono mai banali, ma vere perle, quelle a aveva abituato i suoi precedenti tifosi. La promozione arrivò a cinque giornate dalla fine, dopo una vittoriosa trasferta a Fano. Il ritorno del pullman della squadra fu accolto da centinaia di tifosi, nuovamente in piazza IV novembre per festeggiare la vittoria di un campionato. A quel successo seguì anche l’affermazione nella Supercoppa di categoria contro il Treviso, utile più che altro per ribadire il senso di superiorità che si provava verso la II divisione.


Giampiero Clemente, “Il pescatore di perle”.

Eravamo quindi di nuovo al punto di partenza, la I divisione, quella che una volta era la Serie C1 e che inizialmente pensavamo di dover sopportare solo per una stagione, ma che invece si rivelò come sempre il campionato più insidioso del calcio italiano. Nonostante un iniziale cambio di allenatore, con l’arrivo in panchina di Andrea Camplone – ex terzino destro ai tempi di Gaucci e Galeone -, una grande annata non bastò a rivedere il sole della Serie B. L’Avellino durante la stagione regolare e il Pisa dopo una teatrale semifinale di playoff fermarono il Grifo. Grande delusione, ma anche la sensazione di essere tornati una squadra di vertice, dopo tutti gli anni buttati a sperare almeno in un playoff che non arrivava mai, se non per caso. Vertice di cosa, alla fine, non importava poi troppo.

Poi è arrivata quest’ultima stagione, cominciata con Cristiano Lucarelli – figlio di un settore giovanile che ha dato al calcio italiano Fabrizio Ravanelli, Gennaro Gattuso, Marco Storari, Davide Baioco, Roberto Goretti, Fabio Gatti e altri giocatori – in panchina giusto il tempo della preparazione e di qualche amichevole. Poi il ritorno di Camplone, che ha saputo gestire la squadra lungo un campionato difficilissimo, lottato fino alla fine con il Lecce e il Frosinone. Proprio i ciociari si sono presentati al Curi domenica 4 maggio per l’ultima giornata di campionato, secondi a un solo punto dai grifoni, al disperato inseguimento della promozione diretta in Serie B. Uno spareggio che capita una volta nella carriera di un giocatore, poche di più nella vita di un tifoso fortunato.

Di partite storiche il Perugia ne ha giocate una manciata. Sfide eroiche, di cui in città ancora si parla a distanza di decenni. Lo spareggio per la B allo Zaccheria di Foggia contro l’Acireale nel giugno 1993, vinto per 2-1 con doppietta di Pasquale Traini e 18.000 tifosi al seguito: trionfo che fu reso vano da un cavallo che Gaucci, proprietario fra le altre cose di una scuderia ippica, aveva regalato al suocero dell’arbitro marchigiano Senzacqua, il fischietto che aveva diretto la squadra nel difficile pareggio di Siracusa due mesi prima. La vittoria per 3-2 all’ultima giornata contro il Verona, sancita da un goal di testa dell’idolo Marco Negri, che il 9 giugno 1996 ridiede al Grifo la Serie A dopo quindici anni. Lo spareggio di Reggio Emilia vinto ai rigori contro il Torino, che due anni più tardi fece tornare nella massima serie un Perugia appena retrocesso: in città si racconta ridendo che il palo dello Stadio Giglio, colpito dagli undici metri dal terzino granata Tony Dorigo, l’unico a sbagliare, vibri ancora. L’incontro fra Perugia e Frosinone è stata una di queste. In uno stadio Curi traboccante con 22.000 spettatori, il goal di Marco Moscati, un tiro da fuori aerea dopo venti minuti, ha riportato in B il Perugia, cancellando un incubo che durava da nove anni.

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Lo spareggio di Foggia tra Perugia e Acireale.

Ricordo esattamente il maggio del 2005, il mio lavoro da assistente di ripresa, la trasferta a Bergamo per l’ultima di campionato con la speranza di tornare in A, cantando cori per tutto il viaggio fino a che l’autobus dei tifosi non ci lasciò a piedi a Sarsina, città natale di Tito Maccio Plauto, alle 5 del mattino. Non era un guasto, s’erano semplicemente dimenticati di fare benzina. Non posso dimenticare il capo ultras che scese lungo la superstrada, fermò un furgoncino che consegnava cornetti ai bar del paese e si fece portare al distributore. Ripartito il motore, ripartirono anche i cori. Fino alla mattina. Sento ancora l’amarezza del fallimento, arrivato a luglio, e le prime partite di settembre con una squadra e uno stemma – il Grifo rampante sul petto – che stentavamo a riconoscere nella sua nuova interpretazione. Lo stesso Grifo che il presidente Santopadre ha deciso di tatuarsi sul braccio poche settimane fa, prima della partita con il Frosinone. Dicono che ai tifosi basti una vittoria per cancellare anni di sofferenze. A Perugia, per digerire i due fallimenti, sono servite tre promozioni nell’arco di quattro campionati. Ora però gli ultimi nove anni sono come svaniti. Oggi, finalmente, possiamo tornare a sognare la serie A.


L’inno della squadra inciso da Giancarlo Guardabassi per la prima promozione in A. 1975.

 

Nell’immagine: la curva del Perugia durante una partita casalinga allo stadio Renato Curi.

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