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Flight: cinema e alcool

Bottiglia e pellicola si incrociano ancora nell'ultimo film di Zemeckis, ma sono un connubio fortunatissimo: una carrellata storica.

È uscito nelle nostre sale questo giovedì l’ultimo film di Robert Zemeckis, Flight. La pellicola è in corsa per ben due Oscar (la serata, lo ricordiamo, si terrà il 24 di febbraio): Miglior Sceneggiatura, a firma di John Gatins, e Miglior Attore Protagonista per Denzel Washington. Ma di cosa parla Flight? Stranamente di alcolismo. Dico stranamente perché si tratta di un film piuttosto bizzarro se pensiamo alla carriera del regista. Robert Zemeckis è colui a cui dobbiamo dire grazie quando pensiamo a film come Ritorno al FuturoContactForrest Gump o, tornando un po’ più indietro nel tempo, All’inseguimento della Pietra Verde. Da quasi una decina d’anni, Zemeckis ha preso una vera e propria sbandata per quelle che sono le nuove tecnologie applicata al cinema, in particolar modo verso la performance capture. I suoi ultimi tre film sono infatti Polar ExpressLa Leggenda di BeowulfA Christmas Carol. Che vi siano piaciuti o meno, questi ultimi tre titoli segnano una svolta importante per questo figlio del blockbuster hollywoodiano. Zemeckis, più dei suoi colleghi, amici e produttori Steven Spielberg o George Lucas, è sempre sembrato interessato all’abbattimento dei limiti tecnici del film.

Nei suoi film, all’interno di storie profondamente spielberghiane (persone comuni alle prese con eventi incredibili), c’erano sempre delle sequenze assolutamente straordinarie, tecnicamente ineccepibili. Andate a rivedere la lotta tra Harrison Ford e Michelle Pfeiffer in casa in Le Verità Nascoste o la sequenza della morte del padre di Jodie Foster in Contact. O ancora le esagerazioni cartoonesche di La morte ti fa bella. In pochi, pochissimi, nel cinema mainstream statunitense si sono lasciati tentare da un tale livello di ricercatezza dell’immagine e costruzione della sequenza. Il tutto porta poi alla svolta della performance capture, con un’evidente desiderio di abbandonare un cinema canonico per andare da un’altra parte. E poi Flight. Che è un film di recitazione e di scrittura. Un film che parla della percezione che i personaggi pubblici hanno di loro nel mondo dell’informazione statunitense, di fede e anche di Dio. Ma soprattutto di alcolismo.

I primi venti minuti circa di Flight sono quelli che ci si aspetta dal ritorno di un regista come Zemeckis: un incidente aereo vissuto quasi tutto all’interno di una cabina di pilotaggio, arricchito da una serie di virtuosismi da applausi a scena aperta. Poi si passa ad altro. Dopo il furioso incipit ci si concentra sul problema che Denzel Washington ha con la bottiglia. Che è qualcosa di pesantissimo, di grave, che ti fa sentire male mentre sei seduto in sala. Ora, senza svelare niente di più del film (ma consigliandovi di andare a vederlo), facciamo un passo indietro e tentiamo di ricordarci altri titoli dedicati alla dipendenza da alcool.

Il primo che ci viene in mente è Via da Las Vegas di Mike Figgis. Oggi in pochi si ricordano che per questa pellicola del 1995, Nicolas Cage si portò a casa un Oscar. Cage, che ultimamente è (ingiustamente) tra gli attori più dileggiati di tutta Hollywood, all’epoca sbaragliò la concorrenza (composta dal nostro Troisi, da Sean Penn, Richard Dreyfuss e Anthony Hopkins) con un’interpretazione effettivamente molto convincente. Certo, lo sappiamo tutti che fare il pazzo/il drogato è più facile che fare il pensatore o il filosofo, ma se c’è una cosa che sa fare il vecchio Cage è proprio quello, non c’è che dire. Il film racconta di uno sceneggiatore che, distrutto dall’alcool, decide di abbandonare Los Angeles per Las Veags, con il preciso scopo di bere fino a morire. Qui però incontrerà una prostituta (Elisabeth Shue) con cui instaurerà un dolente rapporto che potrebbe salvarli entrambi dalla solitudine. Ma quando si è andati troppo in là, non c’è scampo. Via da Las Vegas all’epoca fu un pugno nello stomaco, mentre rivisto oggi lascia un po’ interdetti per una serie di immagini fin troppo estetizzanti e forse colpevolmente furbe. La cosa più triste è che l’autore del romanzo da cui è stato tratto il film, John O’Brien, si suicidò all’età di 34 anni, poco prima dell’uscita della pellicola, a quanto pare scontento dei cambi che la produzione attuò al suo scritto.

Altro film, altro scrittore. Everything Must Go è un bellissimo film sceneggiato e diretto dall’esordiente Dan Rush, che ha tratto ispirazione dal racconto di Raymond Carver Why Don’t You Dance? Il protagonista è uno straordinario Will Ferrell, in una delle sue rare incursioni in ruoli non demenziali (apprezzatissimi da chi scrive). Nick Halsey dopo essere stato licenziato e lasciato dalla moglie per i suoi problemi con la bottiglia, si trova “costretto” a vivere nel giardinetto di fronte a casa sua, circondato dagli oggetti di una vita che lentamente gli sta scivolando tra le dita. Everything Must Go, inedito in Italia, è un ottimo film che riesce a trattare il problema dell’alcolismo con un ottimo equilibrio tra la serietà che il problema impone e una certa inaspettata leggerezza. Quest’ultimo aspetto della faccenda è garantito non solo dalla recitazione di Ferrell, capace di rendere il suo ingombrante fisico parte delle lievità della pellicola, ma anche da una certa aria quasi surreale che attraversa questa storia. Se non l’avete ancora visto, recuperatelo. Ad impreziosire il tutto un ottimo cast di contorno che comprende la bellissima Rebecca Hall, il sempre più bravo Michael Peña e una sempre piacevole Laura Dern.

C’è anche Sandra Bullock nella serie di attrici che hanno portato su grande schermo un personaggio schiavo dell’alcool. Il film non se lo ricordano in tanti, ma per una volta non è una tragedia. Si tratta di 28 Giorni, film diretto da Betty Thomas, già dietro la macchina da presa per titoli non proprio memorabili (che hanno anche minato la carriera del povero Eddie Murphy) come Il Dottor DoolittleLe Spie. Sandra Bullock è una giornalista fidanzata con Dominic West (il grande Jimmy McNulty di The Wire): i due passano le loro serate bevendo e drogandosi. Dopo il classico matrimonio mandato a monte a causa di un’ubriacatura molesta, Sandra viene mandata in una comunità di recupero per i 28 giorni del titolo. Qui, oltre a trovare il coraggio di ammettere a se stessa il suo problema, incontrerà un’umanità diversa ma migliore di quella di cui si era fino a quel momento circondata. Nel cast un ottimo Steve Buscemi e un’affascinante e giovane Viggo Mortensen. La pecca del film è quello di essere sempre a metà strada tra la comedy in perfetto stile Sandra Bullock e il dramma vero e proprio. Il problema probabilmente è più negli occhi di chi guarda che nel film, ma lo status all’epoca dell’attrice di reginetta delle rom com non aiutò di certo il pubblico a prendere sul serio28 Giorni, che oggi tutti confondono con 28 Giorni Dopo, il film con gli zombie di Danny Boyle.

Visto che abbiamo appena citato Steve Buscemi, ritiriamo fuori dal magico cilindro dei film dimenticati il suo vecchio esordio da regista: Mosche da Bar. Questo film, uscito nel 1996, racconta la storia di Tommy, un meccanico di Long Island (lo stesso Buscemi) che, dopo aver perso il lavoro e la moglie, spreca le sue giornate tra il bancone del suo bar preferito (il Trees Lounge cui fa riferimento il titolo originale) e in una serie di disavventure che più casuali non si può. Un piccolo film che guarda a Cassavetes per mettere in scena un mondo fatto di losers verso il quale è impossibile non provare una certa empatia. L’epoca era quella dell’ondata di film indipendenti di metà anni Novanta (Smoke di Wayne Wang con lo zampino di Paul Auster è solo dell’anno prima) e forse oggi Mosche da Bar appare leggermente datato, ma se lo confrontiamo con prodotti dell’epoca è assolutamente un piccolo gioiellino da salvare. L’alcolismo qui non viene presentato come il problema principale; appare in realtà solo in controluce, nella figura del vecchio incapace di muovere anche un solo muscolo facciale (interpretato dall’incredibile Bronson Dudley) e in quell’aria da inevitabile condanna che grava sopra la testa di ogni personaggio. La vita per loro è fatta di questo: di bicchierino bevuti in fretta per trovare la forza di andare avanti in un mondo indecifrabile. Bellissimo.

Concludiamo con quello che ad oggi è forse il più bel film dedicato all’argomento: Giorni Perduti di Billy Wilder del 1945. Il tutto è tratto da un racconto di Charles R. Jackson e poi sceneggiato dallo stesso Wilder con Charles Brackett, la stessa penna dietro a Viale del Tramonto. Giorni Perduti racconta la storia di Don Birman (un gigantesco Ray Milland), scrittore in crisi d’ispirazione che non riesce a non smettere di bere, nonostante l’intervento della fidanzata (Jane Wyman) e del fratello (Philip Terry). La cosa incredibile di questa vecchia pellicola è la potenza degli incubi che Milland ha durante una crisi di delirium tremens, ancora oggi, a quasi 70 anni di distanza, efficaci e spaventosi come all’epoca. Ma non solo: Wilder e Brackett furono i primi a parlare di alcolismo come di un vero e proprio problema, trasformando il personaggio dell’ubriacone da quella sorta di spalla comica che era nei vecchi film western statunitensi, in qualcosa di molto più complesso e sfaccettato. Il film all’epoca fu addirittura inizialmente osteggiato dall’industria che pensava che trattare l’argomento in questo modo fosse fin troppo pesante e deprimente. In realtà Giorni Perduti fu un successo e si portò a casa ben quattro Oscar: Miglior film, regia, sceneggiatura e anche protagonista. E l’idea di raccontare una storia tramite flashback e incorniciare il tutto da una serie di figure circolari come orologi o i tondi che i bicchieri di whisky lasciano sul bancone di un bar, è una delle più belle del grande cinema di quel periodo.

 

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