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Due quarantenni

Uno è "ortodosso moderno", l'altro è un laico anticlericale. Hanno fatto un patto. La crisi politica che sta bloccando Israele (e preoccupa Obama).

Non so se la cosa potrà essere di consolazione per qualcuno, tra coloro che si disperano per il rischio ingovernabilità nell’Italia del dopo elezioni. Comunque: non siamo soli. In Israele è passato un mese abbondante dalle elezioni, e ancora di un governo non si vede l’ombra. Lo stallo è piuttosto grave, al punto che il presidente, Shimon Peres, ha concesso due settimane “extra” per proseguire i negoziati: la deadline è estesa fino al 16 marzo. E c’è anche chi dice che a causa di questa crisi Obama potrebbe rimandare il suo viaggio in Israele.

La situazione, che avevo già descritto più nel dettaglio qui, è questa: il primo ministro uscente, Benjamin Netanyahu deve scegliere se allearsi con i partiti alla sua destra (nazionalisti e ultra-religiosi), con le forze di centro (che hanno fatto il botto), oppure con entrambi (cosa virtualmente impossibile, visto l’idiosincrasia reciproca tra moderati e ultra-religiosi).

Il lato interessante, almeno dal punto di vista antropologico, di questa crisi politica tutta israeliana è che a bloccare i negoziati, di comune accordo, sono due brillanti quarantenni… che a prima vista potrebbero sembrare alleati improbabili: Yair Lapid, l’ex giornalista che ha fondato il partito libertario e anti-clericale Yesh Atid (“c’è un futuro”), e Naftali Bennett, l’imprenditore dell’hi-tech alla guida della formazione nazionalista-religiosa HaBayt HaYehudi (“la casa ebraica”), di fatto il partito dei coloni.

Bennett sostiene l’idea di una “Grande Israele”, gli insediamenti ebraici nei Territori occupati ed è contrario ai negoziati palestinesi: la sua fan base più agguerrita sta nelle colonie, dove una fetta della popolazione, considerata all’estrema destra dello spettro politico israeliano, vive secondo principi da loro stesso definiti “nazionalisti religiosi” (parole loro: datì-leumì).

Yair Lapid invece ce l’ha a morte col rabbinato, vuole abbassare le tasse, ridurre la spesa (specie quella che va alle istituzioni religiose) e riportare la classe media di Tel Aviv agli antichi fasti. Incidentalmente, non è affatto contrario ai negoziati di pace, anche se questa non pare la sua priorità. La sua fan base più agguerrita sta nella Tel Aviv giovane, fighetta e hi-tech.

Dopo le elezioni, Bennett e Lapid hanno fatto un patto. Hanno incrociato le braccia e mandato un messaggio chiaro a Netanyahu: o entriamo tutti e due nel governo, o non entra nessuno.

Messi insieme Bennet e Lapid hanno un peso specifico che è quasi impossibile ignorare: 30 seggi su 120 (Lapid ne ha 19, Bennett 11). Alleandosi, hanno messo Netanyahu in un angolo. Sono loro – be’, soprattutto loro – che stanno bloccando i negoziati.

Ricapitolando. Da un lato c’è un moderato, dichiaratamente anticlericale, che si rivolge soprattutto alla Tel Aviv bene. Dall’altro c’è un estremista di destra, dichiaratamente nazional-religioso, che si rivolge soprattutto alle colonie. Vogliono governare,necessariamente insieme.

Che cosa c’è di tanto importante che accomuna due leader politici in apparenza così diversi?

Tanto per cominciare, hanno un nemico in comune: gli ultra-ortodossi.

Di Netanyahu si sa che avrebbe preferito una coalizione di destra, insieme ai nazional-religiosi di Bennett e ad altri partiti religiosi, ma senza Lapid. Rispondendogli “senza Lapid non se ne fa nulla”, Bennett ha mandato a monte l’intero piano di Netanyahu, perché è ovvio che la presenza di Lapid, con le sue posizioni anti-clericali, è incompatibile con quella dei partiti religiosi.

Ma come? – si dirà – quello di Bennett non è un partito religioso? Ci arriviamo.

Il fatto è questo: mai come in questa ultima tornata elettorale è emerso un contrasto fortissimo interno al “campo religioso.” Da un lato ci sono i partiti “ultra-ortodossi,” che tendono ad avere una posizione tendenzialmente di destra sulle questioni come la sicurezza e i negoziati coi palestinesi, ma la cui vera priorità sono i “benefici” concessi alle comunità ultra-ortodosse: l’esenzione al servizio di lega (altrimenti obbligatorio), e molti fondi. Dall’altro lato ci sono i nazional-religiosi, rappresentati da Bennett, che hanno posizioni decisamente di destra su sicurezza e questione palestinese, e che vorrebbero rendere la leva obbligatoria anche per i loro “cugini” ultra-ortodossi.

Questo scontro politico tra ultra-ortodossi e nazional-religiosi (nell’ebraismo americano, il corrispettivo di questi ultimi sarebbe modern orthodox, ossia “ortodossi moderni”) riflette anche uno scontro sociale in atto in alcune parti del paese, che si basa su due modi diversi di concepire l’ortodossia religiosa, non ultimo il ruolo delle donne: nella cittadina di Bet Shemesh, per dirne una, i cittadini ultra-ortodossi avevano organizzato diverse proteste, dai toni piuttosto accesi, contro l’apertura di una scuola femminile “nazional-religiosa”. A loro avviso, le ragazzine modern orthodox rappresentavano una minaccia alla “moralità del quartiere” a causa dei loro “vestiti scandalosi”. Per chi non lo sapesse, le ragazze modern orthodox indossano gonne lunghe fino alle ginocchia e non mostrano mai le spalle scoperte – ma questo per gli ultra-ortodossi non è abbastanza: loro vorrebbero che le donne portassero sempre le gonne fino alla caviglia e coprissero le braccia intere.

Sempre a Beth Shemesh, un gruppo di ultra-ortodossi aveva aggredito, verbalmente e non solo, una bambina nazional-religiosa: la piccola (di appena otto anni!) era accusata di vestire in modo “immodesto” (stiamo parlando di una bimba di otto anni che porta sempre la gonna al ginocchio). La notizia, rimbalzata pure in occidente, aveva anche provocato dure reazioni tra i laici in Israele. Ma, è bene precisare, tutto è nato come uno scontro tra due diverse comunità ebraiche ortodosse… che però hanno due concetti assai diversi di che cosa significhi essere “ortodosso” nel 2013.

E questo ci porta all’alleanza tra Bennett e Lapid.

I due hanno idee molto diverse – sul mondo, sulla politica, e sulla religione. Ma hanno anche alcune cose in comune: in due modi assai diversi (ovvero Lapid da laico-liberale-e-fiero-di-esserlo, Bennett da “religioso moderno”) vedono la modernità come un tassello irrinunciabile per la sopravvivenza dello Stato di Israele. Entrambi, anche se in modo diverso (Lapid da giornalista fighetto, Bennett da imprenditore di successo che simpatizza con gli insediamenti ma vive in un sobborgo chic) sono figli di Tel Aviv, del cuore culturale, economico e tecnologico del paese. Entrambi, infine, si oppongono a chi considera tollerabili le forze politiche che si oppongono alla modernità.

Netanyahu, per esempio, che pure non è certo un ultra-ortodosso oppositore della modernità, considera tollerabile la presenza dei due principali partiti ultra-ortodossi in una coalizione futura: Shas e il Giudaismo Unito della Torah, che insieme hanno 18 seggi. Prima di lui molti altri leader, anche di sinistra, erano scesi a compromessi con loro.

Lapid e Bennett, invece, sono convinti che si possa scendere a compromessi su tutto – inclusi il processo di pace e l’economia – tranne che sul chiudere un occhio davanti ai nemici della modernità. Vogliono una coalizione senza ultra-ortodossi, il resto poco importa, poi si vedrà.

Questa loro alleanza ha suscitato molte critiche, da destra e da sinistra: “E’ una stupidaggine infantile,” hanno detto i conservatori. “Distoglie dal problema più serio, quello delle colonie”, ha scritto uno dei più noti commentatori di sinistra.

Quanto a me, penso che è vero, probabilmente Israele ha questioni più serie di cui occuparsi – e le colonie, certamente, sono uno di questi. Che ha ragione chi sostiene che, se veramente Lapid è favorevole al processo di pace, l’alleanza con Naftali “Mister Colonie” Bennett ha un che di innaturale. Ma penso anche che, puntando i piedi, Lapid e Bennett abbiano aperto un vaso di Pandora. E alzato il velo su una questione che, prima di loro, in molti da destra e da sinistra si erano rifiutati di affrontare.

 

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