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Spiegare il razzismo italiano all’estero

Il reporter Declan Eytan ha visto un video razzista di un comico e ne ha scritto su Forbes. Com'è vivere in Italia da nero?

Giovedì scorso Dado, un comico del giro Zelig, ha pubblicato un video su Facebook che parodizza “Occidentali’s Karma”, la canzone con cui Francesco Gabbani ha vinto l’ultimo Sanremo. È vestito da venditore di kebab e ha la faccia dipinta di nero, come nelle performance blackface dell’Ottocento e primo Novecento. Tra le altre cose, canta sul sottofondo musicale «dentro lo zaino abbiamo degli ordigni atomici», e «mia moglie è scimmia e balla». Il video della parodia, che ha avuto cinquemila “mi piace”, ha colto l’attenzione di Declan Eytan, giornalista olandese che vive a Milano. Eytan ha scritto un pezzo su Forbes per raccontare all’estero la gag di Dado, e usarla per fare luce su quello che giudica un problema di portata più ampia: «Da persona di colore che vive in Italia, non posso fare a meno di notare come l’etnia di una persona qui influenza enormemente la sua posizione sia sul piano socio-economico che su quello istituzionale», ha scritto. L’Italia del 2017 è un Paese ancora molto razzista, quindi? Abbiamo chiesto al giornalista di rispondere a qualche domanda a partire dal suo commento.

 

ⓢ Nell’estate del 2012, appena Mario Balotelli ha segnato il secondo gol contro la Germania agli Europei di calcio, lo scrittore Teju Cole ha pubblicato un tweet diventato famoso: «Racism just ended in Italy». In realtà, come noti nel tuo articolo, non sembra che sia così, e forse la stessa parabola discendente della carriera di Balotelli può servire da metafora della questione razzismo in Italia. Come sono evolute le cose negli ultimi anni, secondo te?

Secondo me ci voleva e ci vuole molto più che un singolo Balotelli. La cosa più importante è che i media, e non solo, dovrebbero iniziare a normalizzare l’immagine delle minoranze etniche. E questo significa suoi appartenenti che conducono il telegiornale della sera insieme a italiani bianchi, showman di colore, e anche attori non sempre e solo dalla pelle bianca. In sostanza, dovrebbe essere uno sforzo collettivo del Paese, anche al di fuori dei confini del mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento. A livello istituzionale credo che l’Italia farebbe bene a iniziare a implementare quote minime di stranieri all’interno delle aziende, almeno quelle del settore pubblico. Credo che ci sia bisogno di un’azione propositiva, quando un’istituzione non rispecchia la diversità del popolo che dovrebbe rappresentare. Se non fosse per iniziative di questo tipo, Barack Obama forse non sarebbe mai entrato ad Harvard, l’ateneo che l’ha aiutato a diventare il primo presidente nero degli Stati Uniti. Di certo, detto questo, mi pare che soprattutto i più giovani si siano affezionati a personaggi neri della musica e dello spettacolo. L’immagine di questi artisti neri ha contribuito a rendere l’essere nero più “cool”.

 
ⓢ Leggendo il tuo pezzo, mi è tornata in mente una vicenda di qualche settimana fa: il quotidiano La Stampa aveva pubblicato un articolo sul suo sito per riportare il nome della prima nata della provincia di Alessandria (la mia città natale): era la figlia di immigrati musulmani. Nei commenti sulla sua pagina Facebook, il giornale aveva trovato dozzine di commenti pieni d’odio insensato per la neonata, e ha correttamente deciso di pubblicare i nomi degli autori dei suddetti. Flaiano una volta scrisse che «fra trent’anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione»; sostieni che le persone di colore sono raramente rappresentate nel mainstream mediatico italiano: allora quanto del problema razzismo, secondo te, si fonda su cliché diffusi dai nostri quotidiani, dalle nostre tv e dalle nostre radio?

I media hanno una grande responsabilità. La maggior parte degli italiani non ha il miglior amico marocchino, il medico di base nigeriano, oppure un insegnante di origini filippine. Per tantissimi italiani le minoranze entrano in casa quotidianamente soltanto tramite la televisione e i giornali: se questi media mostrano quasi solo l’immagine del nero clandestino, del ladro rumeno e del truffatore cinese, stanno facendo un pessimo uso dei loro poteri. Per fortuna, quantomeno stanno nascendo nuove piattaforme digitali che restituiscono immagini diverse della comunità nera in Italia: penso a cose come Griot e Afro-Italian Souls.

 
ⓢ Hai scritto che iniziare uno scambio sulla disuguaglianza razziale in Italia «è spesso visto come un attacco, invece che il primo passo verso una soluzione»: l’atteggiamento dell’italiano medio è difensivo. E, in effetti, molti si rifiutano di ammettere che in Italia il razzismo è molto vivo e presente, anche se penso che ciò abbia più a che vedere con una strana sfumatura di orgoglio nazionale. Qual è la tua idea in merito, da uomo che vive in prima persona l’esperienza quotidiana di essere nero in Italia?

Il problema è che la maggior parte della gente non vuole ammettere alcun torto. E poi c’è anche quest’idea diffusa che “l’ospite” abbia un diritto d’espressione limitato: se vuoi criticare le abitudini di quelli che erano qui prima, faresti meglio a non farlo. Certo, mentirei se dicessi che il razzismo è un problema che devo affrontare ogni giorno, perché per fortuna conosco tanti italiani tutt’altro che ignoranti o retrogradi. Ma detto questo, di recente ad esempio in un ufficio postale mi hanno accusato di voler pagare con un biglietto da 20 euro falso, senza nemmeno averlo controllato con la macchinetta predisposta. Ho dovuto andare in banca, visto che l’addetto alle poste non voleva accettare i miei soldi, dove mi hanno assicurato che la banconota non era affatto falsa. Un’altra scena a cui sono abituato si svolge in aeroporto, dove mi reco una volta al mese per lavoro: in 9 casi su 10 mi fermano a Malpensa dopo il ritiro bagagli. Mi chiedono un documento, quanti soldi ho in tasca e cosa facevo all’estero, mentre gli altri passeggeri escono tranquillamente. Una volta all’aeroporto di Orio al Serio sono stato addirittura perquisito da un cane antidroga, e un’altra, sempre a Malpensa, mi hanno chiesto il passaporto prima del check-in, per verificare che non fosse falso (ho un passaporto olandese, ma origini del Suriname, un abbinamento che a quanto pare crea confusione). Insomma, l’idea di un nero di venticinque anni che va in giro da solo è ancora accolta con sospetto, qui.

 
ⓢ Ciò che mi colpisce di più del video di Dado è, come suggerisci anche tu, la rappresentazione dell’essere nero come qualcosa di intrinsecamente diverso, quasi esotico, e quindi pronto per essere stereotipato per supposti fini “satirici”. La verità è che un buon 70% del pubblico del comico viene da cittadine e paesi in cui una persona di colore fa notizia (non che le grandi città italiane siano completamente immuni da queste dinamiche, dato il molto recente dibattito su tre palme in piazza Duomo e se porteranno o meno all’«africanizzazione» di Milano).

Onestamente non sono mai stato in provincia, quindi non saprei parlare e discutere dell’aria che si respira nelle città minori e nei paesi d’Italia, ma non mi è difficile immaginare che sia peggiore (o perlomeno più difficile da cambiare in tempi brevi o medi).

 
ⓢ Ci sono ambiti specifici che di norma consideriamo più progressisti e culturalmente resistenti agli stereotipi razziali: il fashion, ad esempio. Data la tua esperienza di reporter e assiduo frequentatore del settore della moda milanese, puoi confermare questa convinzione? E perché?

La moda è progressista quando si tratta di diritti gay, meno quando parliamo di inclusione razziale. Conosco tante modelle e modelli personalmente che mi dicono di non voler venire a Milano per la settimana della moda, visto che sanno già che non lavoreranno qui come invece lavorerebbero a Parigi. Ci sono brand come Missoni e County of Milan che fanno casting multietnici, ma in generale c’è ancora molta strada da fare. Una volta l’amministratore delegato di un brand fiorentino molto conosciuto mi ha detto di essersi innamorato di una modella nera venuta a un casting. Aveva suggerito di farla uscire per prima in passerella. Il team creativo della sfilata gli ha risposto sbigottito, con una frase simile a: “Sei sicuro di voler fare uscire una ragazza nera per prima?”. Altro esempio: un mio conoscente era stato chiamato da uno dei brand italiani più importanti, per aiutare a scegliere una nuova testimonial attorno alla quale costruire una campagna pubblicitaria di rilievo. Aveva suggerito una cantautrice, e il marchio aveva risposto obiettando sul colore della sua pelle. Sono una persona molto ottimista per natura, e ho fiducia nel fatto che un giorno mettere una donna di colore in copertina non sarà più considerato rischioso.

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