Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Cosa succede in Siria?

Tutte le volte che l'Occidente ha dato Assad per morto, e perché forse questa volta è diverso. Le armi chimiche, gli ispettori Onu, il discorso di Kerry.

assadtumblr

Assad è stato dato per moribondo molte volte in passato – pure troppe, se si pensa che illustri membri del Congresso americano consideravano l’allora giovane dittatore un low hanging fruit già nel lontano 2002, e che 13 anni dopo siamo ancora qui a parlare di lui. Oppure se si pensa che, quando le proteste sono esplose in Siria, all’inizio del 2011 sull’onda delle primavere arabe, in molti si aspettavano che presto Assad avrebbe fatto la fine degli altri tiranni deposti, e che invece il suo apparato è riuscito a sopravvivere a due anni e mezzo di rivolta armata.

Eppure questa volta, forse, chi vede il regime siriano prossimo alla fine potrebbe non sbagliarsi. Perché ieri il segretario di Stato americano John Kerry ha pronunciato un discorso durissimo, che lascia intendere che Obama, a breve, potrebbe fare quello che, beh, per mesi ha fatto di tutto per evitare: attaccare la Siria.

“C’è una ragione, se il mondo ha messo al bando, completamente, l’utilizzo di armi chimiche”, e “c’è una ragione se il presidente Obama ha chiarito, davanti al regime di Assad, che questa norma internazionale non può essere violata senza conseguenze”, ha detto Kerry (la trascrizione integrale del discorso potete leggerla qui).

Barack Obama aveva avvertito che l’utilizzo di armi chimiche costituiva una linea rossa

Ricapitolando: lo scorso 21 agosto le forze governative siriane hanno attaccato un sobborgo di Damasco, centinaia le vittime; l’opposizione ha diffuso immagini che mostrano cadaveri di uomini, donne e bambini, senza segni di traumi visibili, il che farebbe pensare all’utilizzo di armi chimiche. Più di un anno fa (nell’agosto del 2012, per la precisione) Barack Obama aveva avvertito che l’utilizzo di armi chimiche costituiva, per l’amministrazione americana, una linea rossa. Il che, detto da un presidente assai cauto, per non dire poco interventista, in Medio Oriente, significava più o meno: gli Stati Uniti, pur stando dalla parte dei ribelli, sono determinati a farsi coinvolgere il meno possibile nel conflitto siriano… a patto che Assad non utilizzi le armi chimiche.

E adesso che, parrebbe, Assad le armi chimiche le ha usate, cosa succede? Il regime, naturalmente, nega l’utilizzo di armamenti proibiti. Alcuni dei suoi alleati sostengono che le immagini siano un falso, altri dicono che le armi chimiche sono state usate, ma dai ribelli, non dall’esercito. Insomma, servono le prove. Dopo avere temporeggiato per quasi una settimana, Assad ha accettato di fare esaminare l’area a degli ispettori delle Nazioni Unite, che hanno potuto parlare con i sopravvissuti e prendere campioni dai tessuti delle vittime.

Problema: più passa il tempo, più è difficile rilevare le tracce del gas nervino, l’agente chimico che si sospetta Assad abbia utilizzato. Altro problema: agli ispettori Onu sono stati concessi soltanto 90 minuti di lavoro, troppo pochi secondo alcuni. E, come se non bastasse, gli hanno pure sparato – anche se, ovviamente, il regime sostiene che sia opera dell’opposizione e, a onor del vero, l’attacco contro il veicolo delle Nazioni Unite è avvenuto nella zona di confine tra un’area di Damasco controllata dal regime e un’altra controllata dai ribelli. “Questo non è il comportamento di un governo che non ha nulla da nascondere”, ha detto Kerry.

Gli ispettori delle Nazioni Unite devono ancora pronunciarsi, il loro responso potrebbe arrivare forse questo mercoledì. E, in ogni caso, potranno dire solo se il gas nervino è stato utilizzato, non chi l’abbia adoperato, il regime o i ribelli. Ma, stando a quanto ha detto Kerry, gli Stati Uniti hanno già deciso: “armi chimiche sono state usate in Siria”. E non ha dubbi su chi sia il responsabile: “è una cosa già chiara al mondo”.

Resta da chiedersi se davvero, a questo punto, Obama attaccherà. Con la Russia alleata di Assad, pronta a porre il veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e forse non solo: ci saranno “gravi conseguenze” in caso di un attacco, ha detto il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che però ha anche aggiunto di “non volere andare in guerra per la Siria”. Obama, invece, conta sul sostegno degli inglesi e, soprattutto, dei francesi, da sempre interventisti su Siria e Libano, e che con Assad hanno un rapporto particolarmente avvelenato, specie da quando il regime è stato accusato dell’omicidio di Rafiq Hariri, il leader libanese protetto da Jaques Chirac. (nota a margine: l’assassinio di Hariri provocò un momento di grande isolamento internazionale, per la Siria. Il regime di Damasco divenne una delle poche cose su cui Bush e Chirac andavano d’accordo, lo vedevano entrambi come un nemico e un pericolo, e pure allora ci fu qualcuno che diede Assad per moribondo)

Per il momento Kerry non parla apertamente di un’azione militare, ma solo di generiche “conseguenze” che Obama sta passando al vaglio: “Il Presidente prenderà una decisione informata su come rispondere a questo uso indiscriminato di armi chimiche. Ma non fraintendetemi: il presidente Obama pensa che chi fa un utilizzo delle armi più odiose, contro la gente più vulnerabile, debba renderne conto”. A volere essere precisi, Kerry ha utilizzato il termine “accountability”, che si potrebbe tradurre meramente con “responsabilità”, ma che, a differenza di “responsability”, indica qualcosa di più, l’idea che qualcuno debba rendere conto di qualcosa, e, nel caso, pagarne le conseguenze.

A proposito: nel 2002, proprio a causa armi chimiche del regime di Damasco, il Congresso americano aveva passato il Syria Accountability Act, documento (in realtà non troppo amato dall’allora presidente Bush) in cui si dichiarava di ritenere Bashar al-Assad “accountable” per i depositi delle armi non convenzionali di cui era, secondo gli americani, in possesso. Undici anni dopo, siamo ancora qui che parliamo di lui.

 

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg