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Abbiamo davvero bisogno del corsivo?

C'è una campagna per salvare il corsivo. Ma siamo sicuri che sia questo il problema? Si può scrivere a mano in molti modi.

Nella scuola elementare che frequenta mia figlia, i bambini delle classi inferiori hanno due quadernoni d’italiano. Entrambi hanno la copertina blu, però uno è a quadretti e l’altro ha le righe: il primo serve a imparare a scrivere in stampatello, maiuscolo e minuscolo, il secondo a imparare a scrivere in corsivo. Non m’era mai capitato prima, in età adulta, di avere a che fare con del materiale educativo volto, beh, all’imparare a scrivere a mano, così tutto d’un tratto mi sono accorta di tre cose. Primo, esistono lettere, in corsivo maiuscolo, di cui mi ero completamente dimenticata: per esempio la F (ricordate quel tratto panciuto rivolto a destra e tagliato a metà da una linea orizzontale?), oppure la T (l’immagine speculare della F, però senza la linea orizzontale) e, peggio ancora, la H (un tratto tanto complesso che potrebbe suonare come lo slogan di una ragazza pon pon: “datemi una I maiuscola, datemi una L minuscola, datemi un trattino! Ecco la H!”). Secondo, mi sono ricordata che, in teoria, dovrebbero esistere due stili di scrittura a mano ben distinti – da un lato il corsivo, con tutti le lettere bene attaccate fra loro e corredate di quei tratti, come la H maiuscola, che nessuno utilizza più; dall’altro lo stampatello minuscolo, detto anche “script”, con le lettere staccate e più stilizzate – però nella pratica la mia scrittura a mano, come quella della stragrande maggioranze degli adulti che conosco, è una miscela tra i due: a qualche lettera in corsivo (la L, la F, la N) si alternano dei caratteri in script (la B, la P, e quasi tutte le maiuscole) e c’è persino qualche lettera che compare in entrambe le grafie (la S e la R).

La terza cosa di cui mi sono resa conto è che i ragazzini della classe, o per lo meno quelli con cui ho avuto l’occasione di fare i compiti, trovano il corsivo più difficile. Sarà che hanno imparato prima lo script (scelta delle maestre), oppure sarà che lo script è più semplice tout court (cosa che spiegherebbe la scelta delle maestre), fatto sta che i ragazzini di sei anni che conosco faticano un po’ col corsivo e il risultato è quasi comico: prima fanno le lettere staccate; poi tracciano a ritroso le astine che dovrebbero legarle fra loro; infine aggiungono i ricciolini. È un processo mostruosamente artificioso. Poi, il punto del corsivo non era permettere una scrittura fluida, con la punta della matita che non si stacca mai dal foglio? Insomma, esattamente il contrario.

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In questi giorni s’è tornato a parlare di corsivo, perché è iniziata la scuola e qualcuno sostiene che i bambini d’oggi non sanno più scrivere, per colpa delle tecnologie digitali. Ne ha scritto su 7, il settimanale del Corriere della Sera, Nicola Gardini, docente ad Oxford: «Negli Stati Uniti e in Canada è partita una “campagna per il corsivo”, che ha per fine il rilancio della biro nelle scuole primarie. Anche a Harvard si trovano professori che impongono ai loro studenti di prendere appunti a mano, non con il computer (dovrei farne anch’io una regola a Oxford, dove, per la verità, gli esami vengono tuttora svolti con tecnica pre-digital)», nota. Per poi aggiungere: «È ormai dimostrato da numerosi studi che la scrittura a mano sviluppa la capacità mnemonica, organizza le informazioni nel cervello in aree specializzate, stimola il pensiero astratto e la diversità».

Ne aveva parlato, qualche tempo prima, il grafologo Claudio Garibaldi intervistato da Avvenire, con argomentazioni simili: «La prima campagna per la difesa del corsivo nacque anni fa negli Stati Uniti. Non si tratta di una battaglia di retroguardia, semmai di una lungimiranza su ciò che serve all’essere umano, specificamente al bambino, per crescere. Molte ricerche scientifiche anche in Europa evidenziano quale grande perdita sarebbe per la civiltà umana mettere da parte la scrittura manuale». Mi è capitato di sentire discorsi analoghi tra qualche amico che fa l’insegnante. Il problema, in questo dibattito, è che non si capisce quale sia il problema. Che i ragazzini non sanno più scrivere a mano? Oppure che non sanno più scrivere in corsivo? Perché sono due questioni molto diverse che, non s’è capito bene come e perché, tendiamo a confondere. Uno degli insegnanti con cui ho parlato, un quarantenne romano che insegna alle medie, si diceva molto preoccupato della scomparsa del corsivo, però quando gli ho chiesto di scrivere qualcosa su un foglio di carta ha dimostrato di utilizzare un incrocio tra corsivo e script. Un’altra insegnante mi ha raccontato che nel suo liceo c’è un dibattito molto acceso sulla scomparsa del corsivo, poi però mi ha girato la foto di una nota che dimostrava che i professori fossero i primi a scrivere più in script che in corsivo.

Il corsivo così come lo intendiamo oggi, ovvero quella grafia manuale dove dominano le linee continuate, dove abbondano riccioli e occhielli e dove la penna tende ad essere inclinata, comincia a comparire nell’Italia rinascimentale e si consolida lentamente, fino a diventare un segno distintivo della buona cultura verso l’inizio del Diciannovesimo secolo, come racconta su Nautilus il giornalista scientifico inglese Philip Ball, che poi spiega che probabilmente quel tipo di grafia si è diffuso perché «alzare un pennino delicato dalla carta avrebbe comportato danni o spargimento d’inchiostro». Quando il pennino è stato sostituito dalle stilografiche è cambiato relativamente poco, ma con la diffusione di massa delle penne a sfera, dei tratto-pen e affini, la necessità di mantenere una scrittura legata si è fatta meno pressante. Il risultato è che, lentamente e gradualmente, lo script, o una grafia più simile allo stampatello minuscolo, ha cominciato a farsi strada nelle vite quotidiane di tutti noi. È una delle ragioni per cui, probabilmente, il corsivo è più dominante nella grafia di vostro nonno di quanto non lo sia nella vostra. La grafologa Anna Rita Guaitoli sostiene che il sorpasso definitivo dello script sul corsivo risale agli anni Novanta.

Diverse ricerche suggeriscono che imparare a scrivere a mano è importante per i bambini, perché affina le loro capacità cognitive e di coordinamento. Da dove arriva però l’idea che debbano scrivere per forza in corsivo? Ho fatto un paio di domande  a un maestro delle elementari e a una grafologa. Franco Lorenzoni, presidente dell’associazione Cenci casa – laboratorio e autore del libro saggio Cronaca di un’avventura pedagogica (Sellerio 2014) è molto fermo sull’importanza della scrittura manuale nell’apprendimento, ma molto meno sulla necessità del corsivo: «È importante che i bambini intendano la scrittura come un mezzo per esprimersi e se la scrittura diventa forzata questo non avviene. Oggi c’è anche chi fa scrivere i primi pensieri in stampatello maiuscolo. L’importante è che i bambini imparino a scrivere e che lo facciano con entusiasmo e naturalezza», dice al telefono. Racconta che, vero, alcuni dei suoi colleghi sono convinti che il corsivo sia prezioso di per sé, perché tracciare dei caratteri attaccati fra loro «aiuterebbe a mantenere la concentrazione», ma di avere una posizione «piuttosto neutra» sulla presunta superiorità del corsivo.

Corsivo

Candida Livatino, grafologa autrice di vari saggi, tra cui I segreti della scrittura e Scrivere col cuore, mi spiega che esiste in effetti una relazione tra tratto attaccato e tratto staccato: «Il tratto staccato denota un atteggiamento analitico, un soppesare i particolari, il tratto attaccato, quello che solitamente associamo al corsivo di una volta, segna una continuità di pensiero. Questo significa anche che chi lo utilizza maggiormente tende ad essere il tipo di persona che perde il filo, quando viene interrotto». La correlazione però non è biunivoca. Insomma, quando c’è una continuità di pensiero, si tende maggiormente a un tratto attaccato, ma non è imponendo un tratto che si ottiene un’attitudine piuttosto che un’altra: «Se è forzata, la scrittura perde il suo valore». Quanto al predominio dello script sul corsivo, Livatino spiega che può essere problematica, ma soltanto in alcuni casi: «Un uso esclusivo dello script, insomma una scrittura asettica che ricalca da vicino i caratteri stampati, questo indica una volontà di nascondere la propria personalità. Però la scrittura a metà strada tra il corsivo e lo script, quella che è così diffusa oggi, non rientra in questa categoria».

Secondo alcuni esperti, il corsivo potrebbe essere di aiuto per chi soffre di dislessia: «Non dovere alzare la matita» contribuisce a non confondere le lettere, ha detto una ricercatrice dell’Indiana a Nautilus, «però sono eccezioni, non la regola». Davvero è così importante se alziamo o non alziamo la mano dal foglio? In ebraico, per esempio, le lettere che compongono una parola sono sempre staccate (alcune, come la alef, si compongono di due caratteri staccati, cosa che negli occidentali provoca spesso confusione), in arabo la scrittura tende ad essere quasi sempre attaccata, però ma non risulta che i ragazzini israeliani siano più distratti né che i bambini arabi siano immuni dalla dislessia.

 

Foto Getty
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