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Come orientarsi nella carriera di Peter Berg

Un film di guerra super realistico, Hancock, Friday Night Lights e il nuovo Lone Survivor, da questa settimana nei cinema: ovunque ti giri c’è lui. E tu non lo stavi nemmeno cercando.

Ci sono dei registi molto più veloci di te. Magari tu non li hai mai presi in considerazione, non li hai mai seguiti volontariamente: sono loro che ci pensano a farlo. L’altro giorno mi sono reso conto di essere, forse involontariamente, uno dei più grandi esperti al mondo di Peter Berg. Lo conoscete, Peter Berg? Perché secondo me può essere che il nome non vi dica granché, ma in realtà qualcosa di suo quasi sicuramente l’avete visto. Forse qualcuno di voi si ricorda quella rubrica sui comprimari di Ciak, intitolata “Come Hai Detto Che Si Chiama?”? Venivano presentati attraverso delle piccole schede degli attori che abbiamo visto in piccole parti in decine e decine di film, ma di cui non abbiamo mai saputo il nome. Facce da cinema come Dennis Farina, Robert Davi o Stephen Tobolowsky. Peter Berg è il loro equivalente dal punto di vista registico.

Se date uno sguardo alla sua filmografia probabilmente vi ritroverete ad esclamare: “Ah, ma quindi quel film l’ha diretto lui! Bè, Peter Berg: non male!”. In più non è solo un regista: è un attore, uno sceneggiatore e anche un produttore. Non solo per il cinema ma anche per la televisione. Vi faccio qualche esempio: avete presente la serie televisiva Friday Night Lights? Quella con la squadra di football americano in Texas che si impegna tantissimo ma poi, anche contro tutto e tutti, riesce a vincere la partita più importante, quella della vita? Ecco, è sua. Sua nel senso che ne cura la produzione e che è tratta dall’omonimo film che ha diretto nel 2004 (è che si pone come nuovo standard per il film eroico sportivo statunitense), tratto a sua volta da un romanzo anche questo omonimo scritto da Buzz Bussinger. Tra l’altro scopro solo ora, a riprova che Peter Berg è ovunque, che l’autore del libro è suo cugino. Ha scritto la serie tv Chicago Hope, ha diretto Hancock, ha recitato in Cop Land, ha prodotto Lars e Una Ragazza Tutta Sua e ha scritto la colonna sonora del suo film Cose Molte Cattive. Insomma, ovunque ti giri c’è Peter Berg. E tu non lo stavi nemmeno cercando.

Battleship è un film divertente: fracassone, volutamente cafone ma anche molto ironico. Potremmo dire che si tratta una versione più solare e (ancora) meno seriosa dei Transformers di Michael Bay

Ricordo con particolare affetto un video di una strana conferenza stampa tenuta da Berg. Stava per uscire il suo Battleship, pellicola ispirata al gioco della Hasbro della battaglia navale, e il nostro viene invitato dall’esercito statunitense su una portaerei, circondato da marine e soldati. Il regista, che sta per far vedere un film in cui ci sono dei soldati buonissimi che, insieme a Rihanna con i capelli corti e un fucile grosso come un’utilitaria tra le braccia sconfiggono dei cattivissimi alieni spaziali in un tripudio di esplosioni e canzoni degli AC/DC, si esibisce in un discorso che riscrive il concetto stesso di retorico o patriottico. Prima ovviamente ringrazia l’esercito statunitense per avergli dato la possibilità di girare il suo film utilizzando delle vere navi e portaerei. Poi li ringrazia ancora per l’impegno profuso per farci vivere in un mondo libero e felice ed infine dice che Battleship è fatto proprio per loro, per la gente “normale”, e non per i noiosissimi critici cinematografici o i giornalisti. Ora, per chi scrive Battleship era un film tutto sommato divertente: fracassone, volutamente cafone ma anche molto ironico. Per riassumere il tutto, potremmo dire che si tratta una versione più solare e (ancora) meno seriosa dei Transformers di Michael Bay. Ma c’era qualcosa di strano. L’elemento bizzarro di tutta l’equazione era proprio lui, Peter Berg. Per quale motivo? Perché pochi anni prima il regista era uscito dall’anonimato grazie a Michal Mann che l’aveva preso sotto la sua ala protettiva. Parliamo di un gigante, regista di capolavori come Strade Violente, ManhunterAlìThe Heat e molti altri ancora.

Mann nel 2007 decide di produrre The Kingdom, film diretto da Berg e girato in Arabia Saudita. La storia è quella di una squadra di agenti dell’Fbi composta da Jamie Foxx, Jennifer Garner e Chris Cooper, che si trovano ad indagare su di un attentato di al Qaeda ai danno di un complesso residenziale statunitense a Riyadh. Si tratta di un film di fiction, ispirato però da due veri attentati: il primo avvenuto nel 1996 a Khobar, il secondo proprio a Riyah nel 2003. Lo sceneggiatore Matthew Michael Carnahan lavora in modo da dare l’idea che gli agenti dell’Fbi si trovino a lavorare in una situazione per loro assolutamente aliena. In un’intervista dice proprio che l’idea è quella di far capire allo spettatore «come sarebbe indagare su di un omicidio su Marte». La cosa però per noi più interessante è come il regista affronti l’aspetto action della pellicola. Peter Berg si fa aiutare da dei veri marine e da soldati scelti dell’esercito statunitense di stanza in Arabia Saudita, per costruire con la loro consulenza delle lunghe sequenze che riescano ad essere il più veritiere possibili. Si tenta insomma di realizzare un film che riesca a trasportare lo spettatore nel bel mezzo del “pianeta alieno”. La scelta è coraggiosa e antispettacolare da un certo punto di vista: si rinuncia, in un film mainstream, alla spettacolarizzazione della messa in scena dell’action per essere il più simili possibili ai dettagliati servizi giornalistici che ci arrivano dal fronte. Certo, c’è della fiction, ma lo scopo del film è quello di essere più veri del vero. The Kingdom è un discreto successo commerciale ma soprattutto apre una nuova via al cinema d’azione. Nel corso degli anni successivi questo tipo di approccio ha fatto scuola, diventando lo standard del “film action serio”. Lo spettatore americano sa che se va a vedere un film come The Kingdom o, per fare altri esempi simili, Green Zone di Paul Greengrass o Zero Dark Thirty di Katryn Bigelow si troverà nel bel mezzo della Guerra, quella vera, e non invece a un filmetto fracassone fatto solo di esplosioni. In questi film c’è della serietà: si parla di politica, di intrighi internazionali, di difficili rapporti tra diverse nazioni e poi, ma solo dopo, c’è anche la soddisfazione di vedere complesse sequenze d’azione. Per questo motivo il fatto che fosse stato proprio Berg a girare Battleship lasciava interdetti. Ma il tutto ha trovato una sua giustificazione.

Con un cast composto da Taylor Kitsch, Mark Whalberg, Emile Hirsch, Eric Bana, e un budget di soli 40 milioni di dollari, Berg è riuscito nella difficile impresa di mettere in un solo film tutte le sue ossessioni cinematografiche

Il regista s’è prestato a quell’operazione “commerciale” per poter poi dirigere Lone Survivor, da domani nelle nostre sale cinematografiche. Spesso succede così: bisogna dimostrare ai grandi studios di essere dei registi affidabili dal punto di vista economico prima di poter fare quello che si desidera. Peter Berg ce l’ha fatta e questa sua ultima fatica è forse il film che meglio lo rappresenta. Il materiale di partenza è il libro Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of Seal Team 10, scritto dall’ex Navy Seals Marcus Luttrell. Si racconta il fallimento di una vera operazione del corpo militare avvenuta il 28 giugno del 2005. Scopo della missione era quello di catturare e uccidere Ahmad Shah, leader talebano durante la guerra in Afghanistan. Durante la ricognizione, la squadra di Luttrell finisce ad avere a che fare con dei civili della zona e, una volta scoperti, si trovano impegnati in un conflitto a fuoco assolutamente impari. Con un cast composto da Taylor Kitsch (già protagonista di Battleship), Mark Whalberg, Emile Hirsch, Ben Foster ed Eric Bana, e un budget di soli 40 milioni di dollari, Berg è riuscito nella difficile impresa di mettere in un solo film tutte le sue ossessioni cinematografiche. Sulle note degli Explosion In The Sky, già colonna sonora e tema portante di Friday Night Lights, veniamo introdotti al duro mondo delle reclute che vogliono diventare dei Navy Seals.

Berg è in grado di gestire perfettamente tutti gli elementi del film e riesce a farci vedere la guerra veramente come non l’abbiamo mai vista al cinema

Si tratta di immagini di repertorio, documentaristiche, girate dal regista in un vero campo d’addestramento dell’esercito statunitense. Giovani ragazzi che si allenano in controluce al tramonto, o illuminati solo dai primi raggi di solo dell’alba, che soffrono fino alle lacrime per diventare dei veri e propri soldati, sulle note di uno dei gruppi più emozionali mai esistiti. Qui si fa sul serio e questo incipit è una dichiarazione di intenti: non c’è nulla di costruito e questo film è dedicato a tutti quelli che in quelle immagini si ritrovano e che, soprattutto, le capiscono. Una volta che Berg ci ha presi per mano e introdotti in questo mondo, si possono presentare gli attori. A questo punto, per una brevissima parte di film, conosciamo le piccole storie personali di questi quattro ragazzi comuni che hanno una moglie a casa che li aspetta, regali di matrimonio da fare, lettere da scrivere, foto di gente sorridente appesa dietro la brandina. Ok, si è passati dalla Realtà alla Fiction, ma comunque ci muoviamo in territori estremamente riconoscibili. Poi inizia la parte centrale del film e siamo di fronte a un Peter Berg in forma smagliante. Tutta la ricerca del terrorista da parte dei quattro soldati, il conseguente fallimento e soprattutto la parte in cui i protagonisti si trovano costretti a difendersi da un piccolo esercito di talebani armati fino ai denti, è assolutamente spettacolare. Difficile in questo campo fare di meglio: l’idea di portare lo spettatore al centro dell’azione è assolutamente concreta. In questa fase Lone Survivor, pur se arricchito di tutte le tecniche narrative cinematografiche che conosciamo (un montaggio visivo e del suono stupefacenti, dilatazioni temporali, rallentì), risulta paradossalmente più “realistico” di Restrepo, bellissimo doc di guerra girato da Sebastian Junger e dal compianto Tim Hetherington nella Valle di Korangal, forse il posto più pericoloso di tutto l’Afghanistan. Berg è in grado di gestire perfettamente tutti gli elementi del film e riesce a farci vedere la guerra veramente come non l’abbiamo mai vista al cinema. Peccato però che ad un certo punto riprenda il sopravvento la parte fiction della questione e, di conseguenza, ci sia un’accellerata retorica e patriottistica difficilmente sopportabile. Come se, dopo essersi impegnato a lungo per essere il più realistico possibile, Berg si fosse ricordato di quella conferenza stampa fatta qualche anno prima sulla portaerei. Lone Survivor, molto più che Battleship, è pensato per far esaltare, gioire, ululare quei militari e soldati che lo stesso regista reputa così lontani dai critici cinematografici. E forse non sempre è un bene.

 

Immagine:  Peter Berg alla prima newyorchese di Lone Survivor, 3 dicembre 2013 (Jemal Countess / Getty Images)

 

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