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Elogio della camera d’albergo

Che cosa impara una scrittrice girando l'Italia? Che la mezza pensione può essere un sogno. In hotel la solitudine non è più triste, semmai spaventosa.

Questo articolo fa parte di “Studio estate”, una serie di pezzi dedicati ai simboli e ai luoghi dell’estate. Potete leggerli tutti qui.

 

È triste cenare presto, sola, sempre nello stesso posto? È da zitellina che si gode le ferie? Per me la mezza pensione, in albergo, è una specie di sogno. Non si offendano i lettori, i frequentatori assidui di incontri letterari, ma l’unica, vera, scoperta che ho fatto in questi anni di giri promozionali estivi è stata assaporare, per qualche ora, le gioie della vecchia villeggiatura. Alassio, Como, il Trentino, Rapallo, San Benedetto del Tronto, Viareggio, Jesolo, Taormina: mi hanno regalato momenti di piacere intenso di cui la gente che di solito accompagno in vacanza, insensatamente, si priva.

Al tavolo, leggendo il menù della cena – composto e sicuro, di scuola – non ho mai rimpianto le incognite avventurose del turismo che non vuole passare per tale e snobba gli hotel medi, rodati a favore delle piccoli boutique, o delle strutture ricettive, diciamo, alternative. Lo charme io proprio non ce lo vedo in un buco dove si entra da un garage e si esce da una portafinestra blindata, e l’unico benvenuto te lo dà, se sei fortunato, uno stuoino che fa lo spiritoso. C’è sempre una bicicletta in dotazione, è vero, personalmente posso sopravvivere senza.

Niente che accomuni la casa alla vacanza o il turista al residente da sette generazioni, per me vale la gioia di avere a disposizione una camera numerata. Gli appartieni fino al check-out, la camera non imita altra vita che la sua, è l’opposto del voglio ma non posso. Te la chiudi alle spalle, quasi accarezzando la maniglia, ci fai un po’ amicizia, ogni uscita è un breve addio, e ogni ingresso un sollievo senza sorprese. In mezzo, nelle sale, alla reception o al bar, galleggia quel tempo, finalmente morto, che è già souvenir, indelebile ricordo alberghiero. Solo il senso del ridicolo e una programmatica avversione al retrò troppo leccato mi hanno impedito di scrivere cartoline lasciando all’albergo il compito di spedirle, ma la tentazione era forte.

Come ai tempi delle cure termali, la Spa è ciò che tiene in vita questi posti, dunque, se posso, contribuisco alla causa. Allora il tempo morto resuscita e accelera: non vedo l’ora che passi quella maledetta mezz’ora in cui dovrei rilassarmi. Affronto l’ascensore in accappatoio e infradito, spero che non mi venga imposto il regime nudista. In questo caso, non temo assalti, semmai mi vergogno, non mi sento all’altezza e soprattutto mi fa schifo immaginare certe parti del corpo, ambosessi, che ribollono, libere, in vasca. Senza contare che la salute, spudorata, fa a pugni e con la mia natura mediterranea, sempre un filo scaramantica e poco spavalda. Pur di trovare argomenti occasionali per il dopocena, mi vado abituando ai massaggi. All’inizio della mia carriera di ospite alberghiera equivalevano a una seduta dal dentista, oggi so tutto delle pietre roventi sulla schiena, tutto dei pacchetti benessere che durano ottanta minuti. Malgrado le apparenze di certi trattamenti, alla Spa il vero martirio resta il sottofondo musicale: una via di mezzo tra il grido sciamanico e Enya. A qualsiasi livello non si sfugge al coro etnico, e capita di mangiare fiori.

camera d'albergo

Non so come ringraziare tutti gli organizzatori di premi, i librai animatori di festival e rassegne che mi hanno permesso di guardare dall’alto in basso, con compassione, chi si perde su Airbnb e non è vero che risparmia. C’è da dire che ero predisposta, ho sempre amato gli alberghi, anche le topaie dove dormo vestita. Tra questi ricordo con affetto un hotel dell’Oltrepò dove una minuscola gomma da masticare era stata appiccicata sul viso di una Madonna scura. Non era un oltraggio, la gomma era in attesa di essere ripresa e, vai sapere perché, dimenticata, come sotto il banco di scuola.

Gli alberghi mi piacciono in letteratura, al cinema, mi affascina chi ci lavora. Dovendo consigliare un titolo che ne restituisca il clima, non direi di rivolgersi a Wes Anderson o alla Coppola, che pure hanno dato prova di una solida e competente passione per l’argomento; suggerirei la visione del documentario Sei Venezia di Carlo Mazzacurati: l’intervista alla cameriera ai piani, sorella di un gondoliere, è quanto di più interessante e intimo si possa dire di un grande albergo e la sua gente.

In coda al buffet, a colazione – perfino in quello spazio dove, tra kiwi e ciotoline di yogurt, sembra che la vita sia solo questione di regolarità intestinale – si rischia spesso di incontrare o di riconoscere qualcuno. L’albergo, è il suo bello, resta un luogo di incontri e di agguati cui c’è tutta un’arte di sfuggire. Altrove, nel regno dello charme raccolto e casalingo, entrambe le situazioni sono molto più schematiche: o si è soli come cani davanti a una ciotola, o non ci si può sottrarre al confronto.

In una camera d’albergo la solitudine è tutt’altra storia: non è triste, semmai spaventosa. A volte non ce la fai dormire con la coperta addosso, perché pesa sul peso del tuo corpo che all’improvviso avverti diversamente. Eppure non sei abbandonato a questo destino di oggetto tra gli altri: sul comodino c’è il telefono. Un tempo era lo zero, oggi il tasto per chiamare la reception è il nove. Ti risponde una voce, anche dopo una serie interminabile squilli, a tutte le ore. Per qualcuno non sentirsi abbandonati al proprio peso è un dettaglio che conta.

Infine all’albergo dai un voto, se proprio credi. Viceversa non vieni mai giudicato, misurato, bocciato e sputtanato. Sei ancora, finché dura, quel genere di cliente che ha sempre ragione e va accontentato. Fosse solo per questo, per ricevere una lezione di gentilezza protocollare che si è persa in qualsiasi altra forma di servizio, vale la pena riconsiderare un’abitudine desueta, ovvero elargire con nonchalance qualche mancia a fine soggiorno, tanto per non farsi dimenticare.

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