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Aspettando Derek

L'ultimo progetto di Ricky Gervais stupisce ma solleva qualche dubbio. Breve riepilogo della carriera di Mr. The Office per capirci qualcosa di più.

La cosa bella di avere Ricky Gervais in attività, è che veramente non sai mai cosa aspettarti. Può sembrare un luogo comune o una semplificazione del suo modo di intendere la comedy, ma non è così. La particolarità di Gervais è quella di trovare sempre un modo diverso per lasciarti a bocca aperta. Rimani lì un po’ interdetto, indeciso se quello che hai appena visto è una delle cose più belle su cui tu abbia mai messo gli occhi, o il famigerato salto dello squalo, ovvero quel momento in cui, dopo aver raggiunto il picco di una carriera, si comincia inevitabilmente a perdere colpi. Anche se mi piacerebbe dirvi di aver visto The Office ed Extras molto prima di voi (cosa che farei senza alcun timore qualora ci incontrassimo di persona), ammetto di averli scoperti con un po’ di ritardo, per cui non posso parlarvi di quelle due prime serie. Certo, l’importanza di The Office, soprattutto se guardiamo oggi alla televisione americana, è più che evidente ma, come dire, è un elemento che mi è stato raccontato. Non ho acceso la televisione, scoperto per caso una serie e compreso subito e appieno la sua portata. Lo stesso è poi successo per Extras: la si guarda nel momento in cui ci sono già i trattati scritti, i detrattori e quelli che invece te ne parlano come la cosa più importante di sempre. E non è una cosa da poco. Tu arrivi e quel dato prodotto è già stato incasellato, digerito e inserito nel suo contesto. Ma da allora, dalla fine di Extras, per cui più o meno dal 2007 ad oggi, eravamo lì in prima fila a goderci ogni nuova mossa di Ricky, sia al cinema sia in televisione.

In un’industria come quella cinematografica americana non puoi arrivare e cominciare a tirare schiaffi in faccia subito a tutti.

Vi ricordate il suo primo film da regista? Si intitolava Il Primo dei Bugiardi (2009) ed era ambientato in un mondo in cui la menzogna non esisteva e dove uno scrittore, lo stesso Gervais, si inventava quasi casualmente la prima bugia. Un cast pazzesco (Louis C.K., Tina Fey, Jonah Hill, Jennifer Garner e Rob Lowe) per un film più bello da raccontare che da vedere, forse fin troppo “normale” per uno come Gervais. Certo, qualche freccia (appuntita) al proprio arco c’era, ma la pellicola rischiava di confondersi tra le tante altre commedie americane di quel periodo. Ma è anche probabile che fossimo noi quelli disattenti: forse Ricky stava cercando di essere accettato come “normale” da Hollywood. Avevamo già visto di sfuggita questo suo atteggiamento in filmetti come i due Una Notte al Museo, Ghost Town o in Stardust. Dopo aver preso d’assalto la televisione britannica, dopo essere stato capace di vendere i suoi format a più di metà del pianeta, ha avuto l’intelligenza e la scaltrezza di farsi strada in modo quasi invisibile nel cinema a stelle e strisce. Perché in un’industria come quella cinematografica americana non puoi arrivare e cominciare a tirare schiaffi in faccia subito a tutti; ti devi presentare, far finta di essere un bel bambino educato per poi fare quello che più ti piace, come insultare tutti nel momento in cui viene chiamato a presentare i Golden Globe. Vedere colui che era stato in grado di rivoluzionare la comedy televisiva, piegarsi alle logiche americane fu un po’ un trauma, ma ovviamente chi aveva ragione era lui. Nel 2010 Ricky Gervais e Stephen Merchant (il suo schivo socio fin dagli esordi) scrivono e dirigono Cemetery Junction. Il film è girato in Inghilterra con attori inglesi e il budget è ben diverso da quello de Il Primo dei Bugiardi. S’è tornati ad essere hardcore e pure old school. Le aspettative, per chi scrive, sono altissime. Non leggo nulla, non guardo il trailer e poi, quando il film addirittura esce in Italia (20 agosto del 2010, il classico periodo in cui al cinema in città ci siete voi, il macchinista e un tossico collassato in fondo alla sala in cerca di refrigerio) con il titolo di L’Ordine Naturale dei Sogni, mi scapicollo a guardarlo. E ancora una volta rimango con la bocca aperta.

Cemetery Junction è tutto tranne quello che era lecito aspettarsi. È una storia di formazione ambientata nella periferia di Reading a inizio anni Settanta. C’è quella classica leggerezza che solitamente accompagna i primi tempi di questi tipi di film, quando i protagonisti si divertono come i pazzi e la loro adolescenza è la cosa più bella del mondo. Acerbi amori, le prime sbronze con gli amici e due schiaffi ai cattivi, la musica e il ballo. Avete presente, non è vero? Solitamente poi nel secondo tempo si piange. Ed infatti è proprio così: L’Ordine Naturale dei Sogni è un film dolente, tenero e malinconico. Ogni tanto fa venire in mente I Vitelloni di Fellini, ma ovviamente al posto di Rimini c’è un piccolo paesino inglese. Una pellicola quasi timida, in cui Ricky Gervais si ritaglia un piccolo ruolo – è il padre operaio e un po’ ignorante e gretto del protagonista – che nulla ha a che fare con la sua immagine. Un film che potrebbe sembrare autobiografico e che invece i due autori raccontano come ispirato della canzone “Thunder Road” di Bruce Springsteen. Capite anche voi che non era esattamente quello che ci si aspettava da un personaggio come lui. Eppure questo è fondamentalmente il suo vero, personale esordio al cinema. Un film che porta a casa recensioni non proprio entusiasmanti e che al botteghino forse delude un po’ le aspettative. Ma a riguardarlo oggi, L’Ordine Naturale dei Sogni, riflette la parte più tenera e introspettiva dei suoi creatori che sono ed erano gli stessi che ci avevano fatto piangere con l’incredibile speciale natalizio di The Office. Insomma, ok, non era forse quello che ingenuamente volevamo, ma non si può neanche dire che non sia un film nelle corde di Gervais e Merchant.

Il politicamente corretto che impera nella stragrande maggioranza dei prodotti televisivi e cinematografici (e nella quasi totalità dei cervelli degli spettatori) subisce grazie a Life’s Too Short una potente spallata.

Poco tempo dopo, per la precisione nel 2011, Gervais torna in televisione con Life’s Too Short. Questa volta si racconta, sempre a mò di documentario, la vita di Warwick Davis, attore affetto da nanismo. Warwick ha avuto una breve epoca d’oro grazie a Willow, vecchio film fantasy prodotto da Steven Spielberg e diretto da Ron Howard, alla fine degli anni Ottanta, ma poi è fondamentalmente scomparso dalla scena. Oggi è un attore fallito, gestisce con scarso successo una piccola azienda che affitta nani per feste e ricevimenti, è appena stato mollato dalla moglie e tenta inutilmente di tornare a recitare. Life’s Too Short ricorda in parte The Office, sia per la tecnica del falso documentario, sia per il tipo di comicità messa in campo. Il punto focale della serie è ancora una volta l’imbarazzo. Warwick Davis, come già lo stesso Gervais nei panni dell’odioso David Brent di The Office, non ha nessun pudore, è odioso, indisponente e continua imperterrito a mettersi in situazioni che suscitano nello spettatore quella strana sensazione che sta a metà strada tra la risata e la vergogna più totale. La serie, che in patria riceve qualche critica feroce, sembra segnare un passo falso per Gervais. Niente di più falso: Life’s Too Short ha forse qualche debito in più del dovuto con The Office, ma alza lo stesso l’asticella di quello che Gervais è in grado di fare. Come già fatto dai fratelli Farrelly nei loro film più riusciti, si riesce allo stesso tempo a ridere di e con Warwick Davis. La scorrettezza di una serie che se la prende con un nano perché non riesce a scendere senza cadere dalla sua jeep, può ovviamente dare fastidio ma non è così superficiale come appare. Gervais riesce a muoversi su più fronti: da una parte è in grado di mettere sempre davanti il rispetto e l’ammirazione nei confronti del suo protagonista. Lo vediamo umiliarsi, dire e fare cose orribili, ma sappiamo anche che dentro a quel “piccolo” uomo c’è un’umanità e un cuore. Dall’altra parte ci insegna che si può ridere e si può prendere in giro anche una persona affetta da un handicap. Il politicamente corretto che impera nella stragrande maggioranza dei prodotti televisivi e cinematografici (e, va detto, nella quasi totalità dei cervelli degli spettatori) subisce grazie a questa serie una potente spallata e serve a Ricky per preparare la strada al suo ultimo prodotto.

Avete mai visto una serie capace di farvi ridere, anche se con moderazione, di farvi piangere e soprattutto di farvi cambiare idea sulle vostre posizioni? Derek è così.

Il 6 marzo è andata in onda su Channel 4 la sesta ed ultima puntata di Derek, la nuova serie di Gervais. Solo due giorni prima è arrivata la notizia che è stata già messa in produzione una seconda stagione. La storia è questa: Derek è un uomo di 49 anni. È quello che potremmo definire un ragazzone “un po’ lento di comprendonio”. È buono, ingenuo, gli piace guardare video di animali su Youtube e, da tre anni a questa parte, lavora come aiutante in una casa di riposo per anziani. La serie, scritta, diretta e interpretata da Gervais, racconta (ancora una volta avvalendosi della tecnica del finto documentario) la sua vita e quella di altri ospiti della casa di riposo: c’è Hannah (Kerry Godliman), l’infermiera capo, c’è Dougie (lo straordinario Karl Pilkington, già al fianco di Gervais in An Idiot Abroad), il tuttofare depresso e con una visione nichilista della vita, Kev (David Earl) un erotomane collezionista di autografi che frequenta la casa di riposo come se fosse un locale e tanti, tanti vecchi. Avete mai visto una serie ambientata in un ospizio? Direi di no. Una serie capace di farvi ridere, anche se con moderazione, di farvi piangere e soprattutto di farvi cambiare idea sulle vostre posizioni? Non sono molte. Derek è così. È un prodotto unico che rischia tutto andando a scovare forse uno dei temi meno televisivi di sempre, ma che poi porta a casa il risultato. Come ho detto si ride molto meno del solito, ma ci si concentra sul lato emotivo della questione. Ed è qui che scatta la domanda, il dubbio? Ricordate che poche settimane fa vi ho parlato dei film ricattatori? Derek è un prodotto al limite: quando si scegli un tema e un set del genere e non si esita a sottolineare i passaggi più lacrimevoli con le musiche di Ludovico Einaudi o con le canzoncine dei Coldplay, un po’ si gioca sporco. Ci sono dei momenti altissimi in Derek, sprazzi di puro genio in cui si riesce con estrema semplicità (il discorso finale di Kev) ad emozionare lo spettatore. D’altra parte ci sono alcune scelte forse un po’ discutibili, nelle quali – ed è la prima volta – Gervais rischia di risultare un po’ furbo. Aspettiamo con ansia la seconda stagione e speriamo che l’errore sia negli occhi di chi guarda, ma qualche dubbio è lecito maturarlo.

 

Immagine: una scena di Derek con Ricky Gervais e, dietro, Karl Pilkigton – Fotografia di Amie Slater

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