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Artissima

Nel weekend la fiera d'arte torinese, sotto la direzione di Sarah Cosulich Canarutto. 172 gallerie da mezzo mondo, senza dimenticare i Maya.

Non è la fine del mondo. Così Artissima, la fiera torinese dell’arte emergente, ha titolato il suo progetto culturale di quest’anno, per il quale ha condiviso una parte del budget pubblico (è un marchio della Regione Piemonte, Provincia di Torino e Città di Torino) con le principali istituzioni del contemporaneo della città – Castello di Rivoli, GAM, Fondazione Merz e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – che hanno portato rispettivamente gli artisti Paola Pivi, Dan Perjovschi, Valery Koshlyakov, Zena el Khalil e Ragnar Kjartansson. Il titolo è un richiamo ironico alle nefaste predizioni maya, ma riflette soprattutto la volontà di inserire una nota di positività in un mondo, quello dell’arte, che nel nostro paese è sempre l’ultima ruota del carro, utile per strumentalizzazioni ma primo in ordine di preferenze per tagli giustificati sulla base di una crisi economica con cui sembra dovremo convivere per un po’. Questa scelta di fare sistema, non solo a parole, è un’idea di Sarah Cosulich Canarutto, insediatasi lo scorso febbraio alla direzione della fiera per sostituire il dimissionario Francesco Manacorda, promosso direttore della Tate Liverpool. La sua Artissima ospita nell’Oval 172 gallerie suddivise nelle tradizionali quattro sezioni: Main Section per le gallerie consolidate, New Entries riservata a quelle con non più di cinque anni di attività, Present Future, piattaforma curatoriale coordinata da Luigi Fassi e dedicata alle presentazioni monografiche, e Back to the future, un simile spazio curatoriale per riscoprire l’opera di artisti degli anni ’60 e ’70. Poi c’è la nuova sezione dedicata alle edizioni d’artista, con istituzioni pubbliche del calibro di ICA e Whitechapel di Londra o White Columns di New York, che presentano opere realizzate in multipli da artisti internazionali per il supporto del programma espositivo annuale.

Entrando in fiera, ci si imbatte in Present Future, che quest’anno accoglie anche gallerie provenienti dall’America Latina selezionate dal curatore colombiano Inti Guerrero, vecchia conoscenza del mondo artistico torinese grazie al programma di residenze per curatori stranieri della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Una delle sue scelte è Naufus Ramírez-Figueroa, performance artist che mette in scena la storia traumatica del Guatemala, portato da Proyectos Ultravioleta. È andato a lui il Premio Illy Present Future, a pari merito con Vanessa Safavi e Santo Tolone, presentati da Galleria Chert di Berlino e Limoncello di Londra. Eccezionalmente, i tre artisti torneranno in città il prossimo anno, invitati a partecipare ad una mostra al Castello di Rivoli.Più avanti, la fiera prosegue con la sezione Back to the Future, dove si trovano opere del fotografo concettuale Franco Vaccari allo stand di P420 di Bologna e della performance artist Gina Pane da L’Elefante di Treviso. Accanto a loro, nomi ormai noti alla storia dell’arte internazionale, ci sono poi scoperte come Josip Vaništa, esponente del gruppo concettuale Gorgona attivo in Yugoslavia negli anni ’60, allo stand di Frank Elbaz di Parigi. Oppure i tanti materiali – libri, progetti, inviti – presentati da l’Arengario, uno studio bibliografico di Gussago, in provincia di Brescia, che da un anno organizza mostre nello spazio di progetto della Galleria Sonia Rosso a Torino. In fiera, ha cimeli cartacei da 100 euro in su di Ettore Sottsass, Bruce Nauman, Gordon Matta-Clark e Keith Haring, di cui possiede il primo libro autoprodotto dall’artista nel 1981 già pieno dei suoi caratteri più famosi come il cane e il bambino a gattoni.

Da questo corpo centrale si estendono a destra e a sinistra un reticolato di corridoi in cui si affacciano, mescolate, le gallerie della New Entry e della Main Section. Muovendosi a sinistra si trova Peter Kilchmann di Zurigo, che nel suo stand ha costituito un dialogo tra le opere di tre artisti sensibili al tema sociale e politico: Teresa Margoles, che rappresenta, Francy Alys e Adrian Paci. Accanto c’è Isabella Bortolozzi di Berlino, che ha portato le sculture di Nora Schulz, composizioni di materiali nello spazio che rimandano a suggestioni di tipo pittorico, e le opere iperconcettuali incentrate sul tema dell’identità di Danh Vo, vincitore dell’Hugo Boss Prize 2012. Tra le proposte delle gallerie più sperimentali, Monitor di Roma ha puntato sulle personalità di tre artisti che si muovono nello spazio della società: pop per Nathaniel Mellors, urbano per Graham Hudson, architettonico per Tomaso de Luca. Circus di Berlino, invece, ha creato un dialogo tra le superfici pittoriche di Fredrik Værslev, frutto dell’azione creativa dell’artista e del tempo, e un video di Katarina Zdjelar che affronta il delicato rapporto tra identità individuale e comunitaria.

Artissima, insomma, presenta una variegata proposta di gallerie di qualità, ma perde quell’identità, ritagliatasi negli ultimi anni, di un festival in cui la dimensione culturale era giustapposta gomito a gomito a quella commerciale attraverso complesse architetture temporanee. Quest’anno, infatti, il programma collaterale è situato fuori dall’Oval. Artissima Lido, iniziativa dedicata agli spazi no profit ideata già da Manacorda, presenta cinque spazi alternativi internazionali invitati a realizzare altrettante mostre in musei sconosciuti ai percorsi tipici della cultura contemporanea e tutti inseriti nella cornice del Quadrilatero Romano: l’Archivio di Stato, il Museo d’Arte Orientale, il Museo della Sindone, il Museo dell’Antichità e il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà. In quello della Sindone, in particolare, Public Fiction di Los Angeles, aka Andrew Berardini e Lauren Mackler, ha individuato in una pavimentazione specchiante il luogo per indagare l’equilibrio tra le componenti genetiche e dinamiche della percezione, la natura delle credenze e l’indagine metafisica attraverso le opere di artisti eterogenei, tra cui Lucas Blalock, Sarah Cain, Giorgio de Chirico. Nei percorsi off, poi, accanto a proposte fieristiche come The Others e la nuova Photissima, rispettivamente collocate negli spazi dismessi delle carceri e della Manifattura Tabacchi, o alle esposizioni incluse nell’ormai consolidato circuito di Paratissima, vi è un sottobosco di iniziative da scoprire. Come quelle organizzate da Cripta747, un centro culturale indipendente situato nella Galleria Umberto I che quest’anno propone una mostra curata da Sara de Chiara e Matteo Consonni in cui Kianoosh Motallebi riflette sul binomio arte e scienza attraverso paradigmatici accostamenti di oggetti in cui, è il caso di dirlo, ciò che è non è ciò che sembra.

 

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