Per Tutti Fenomeni non c’è complimento più grande di essere definito inattuale

In occasione dell'uscita del suo nuovo disco, Lunedì, lo abbiamo incontrato a Milano per parlare di testi volgari, melodie semplici, libri grossi, podcast che fanno venire sonno e Marty Supreme.

02 Febbraio 2026

Giorgio Quarzo Guarascio, aka Tutti Fenomeni, nei cinque anni in cui si è separato dal gruppo trap Tauro Boys per fare musica da solista, è stato etichettato nei modi più disparati. Da “il più intellettuale degli indie e il più indie degli intellettuali” a “trapper colto ma anti-intellettualista”, da “Franco Battiato se entrasse nella Dark Polo Gang” a “un cult per nerd, più che un fenomeno per ragazzine”. “Gran maestro dei paradossi”, “gran maestro del nascondimento”, “giovane maestro dell’alto e del basso”. “Fenomenale presenza aliena”, “uomo-enigma difficile da capire”, “cantautore postmoderno”, “barocco dadaista”, “bambino intelligentissimo, tetragono e bisognoso d’amore”, “tecnopirata e criptocristiano”, “non un grande cantante”, “tutto tranne che cool”, “il contabile di quest’epoca di miserie e disordine”, “l’Appia Antica”, “tutto e il suo contrario”, “non reale”. Oltre all’ossessione della critica musicale per l’etichettare, l’elenco disorientante e contraddittorio dimostra quanto Tutti Fenomeni resista a essere incasellato definitivamente. Un passato nella trap, una svolta indie con la collaborazione di Niccolò Contessa nei primi due album (Merce Funebre nel 2020 e Privilegio raro nel 2022), una tendenza più musicale lavorando con Giorgio Poi, che ha prodotto, suonato e registrato l’ultimo album, Lunedì, uscito il 23 gennaio 2026. Il tutto amalgamando in parti uguali riferimenti culturali elevatissimi e una spudorata, svogliata volgarità.

Il primo impatto, di fronte a citazioni di nicchia e luoghi comuni impersonali, elencati spesso parlando in modo musicale più che cantando, può essere quello di pretenziosità e mancanza di sostanza; ma, una stilettata alla volta, cresce la convinzione che Tutti Fenomeni abbia cose da dire e sappia farlo con una precisione micidiale, e un’armonia incastrata nell’anticamera del cervello dopo l’altra si è costretti ad ammettere che abbia anche talento musicale. Frasi come «Dirsi addio è una forma di rispetto assoluto» (“Col tuo nome”), «La conseguenza dell’invidia è la morale» (“29 febbraio”) entrano sottopelle e danno abbastanza fiducia nell’artista da lasciar passare — o da credere nella celata profondità — di barre apparentemente semplicemente scontate o strane («Una profezia, da domani chiamami Isaia / Elon Musk è il capo della CIA», da “Morire vista mare”; «Ti prendo un cappuccino oppure vuoi la spremuta? / Tre chili di frutta in un sacco di iuta», da “Piazzale degli Eroi”; «Sto bene col saio, Potere Operaio / Tu sei speciale, 29 febbraio», da 29 febbraio; «Giochi di guerra / Sporchi di terra / Pane e Nutella», da “Love Is Not Enough”).

La sensazione, ascoltando certi accostamenti imperscrutabili (il mio preferito: «Karl-Marx-Straße / I really like your trousers», “Qualcuno che si esplode”, da Merce Funebre), è quella che Giorgio Quarzo abbia a un certo punto realizzato, e interiorizzato, l’assurda verità che i concetti più profondi o storicamente carichi e le banalità più superflue sono essenzialmente fatti della stessa sostanza – le parole – e che da allora si diverta a utilizzarle con irresponsabile maestria, mantenendo la propria intimità a debita distanza per non impigliarsi nelle sue stesse provocazioni –  anche se in Lunedì sembra avvicinarvisi come mai prima d’ora. Con il suo terzo album, Tutti Fenomeni pare miracolosamente continuare a fare solo e soltanto ciò che ha voglia e bisogno di fare, senza alcun compromesso: uno stato di grazia che ha segnato gli esordi di tante voci promettenti, ma che in pochissimi sono riusciti a tutelare. Provo a trovarne conferma facendoci due parole da oTTo, in Chinatown a Milano, che purtroppo non è caratteristico come Fischio, il chiosco in Piazzale degli Eroi a Roma dove, il 21 dicembre 2025, Giorgio ha incontrato i fan presentando in anteprima il disco un mese prima dell’uscita, tra birrette e autografi sul bancone. Provo comunque a metterlo a suo agio assumendo il suo modus operandi.

L’album inizia con «sesso anale, sesso orale, sesso vaginale» ripetuto quattro volte. Il primo singolo pubblicato, “Piazzale degli Eroi”, si apre con «per tutta quella coca serviranno due cuori». È volontario o ti viene spontaneo partire in contropiede rispetto all’ascoltatore?
Il mio modo poetico è la scrematura: se sei bigotto e vuoi uscire subito, esci. È come quei film che guardavamo da bambini col bollino rosso. Però poi si può costruire senso, cioè chiedo di alzare la guardia – o di abbassarla. Ci tenevo che il disco iniziasse così. Credo che “La ragazza di Vittorio”, se non fosse stata la prima canzone, sarebbe stata quasi superflua nel disco. Per me era importante che il lunedì iniziasse col sesso anale. Ecco il titolo dell’articolo. Comunque ci sono due binari su cui corre la cosa. Uno è quando faccio una canzone, che è una monade. Poi esiste il momento in cui uno fa un disco e prova a dargli senso con la scaletta. Quindi è stato intenzionale mettere “La ragazza di Vittorio” come prima canzone, però la canzone esisteva al di là del fatto di voler far iniziare il disco con sesso anale. Mi piaceva questo tipo di elenco perché trovo della sessualizzazione in tutto. Lo dice anche Freud: i bambini di quattro anni sono dei pervertiti, se li guardiamo con gli occhi di un adulto. Poi ovviamente non lo sono effettivamente, però è una tematica che volevo sviscerare. Poi mi sembra che lo fecero sia Gassman sia Brecht, queste liste di cosa ti piace e cosa non ti piace, un TikTok ante litteram: carrellate di sì, no, sì, no, mi piace, non mi piace. Io volevo fare la mia personale versione.

Tua sorella ha detto che ha faticato a sentire l’intro.
Sì, mi ha detto tipo: “Ti supporto, ma preferivo non cliccare”. Ma così come un mio carissimo amico che fa il DJ, che fa una vita dissoluta, e lui comunque mi disse: “Guarda, ti perdono, perché nel disco io proprio quella cosa lì… no, troppo. No”. Non ce la fa.

E tua sorella cosa pensa di “La felicità del cane” (recitata da suo figlio, nipote di Giorgio Quarzo, ndr)?
Che l’ho ingannata perché non gliel’ho fatta approvare. Le ho detto: «Guarda, sarà una giornata unica, se la ricorderà per sempre, quindi non rompere». Poi comunque il giorno stesso che l’abbiamo registrata gliel’ho fatta sentire. Non le ho mai dato il file, perché se l’avesse riascoltata magari mi avrebbe intralciato. Lei ha un rapporto così simbiotico con mio nipote, suo figlio, che quando gliel’ho fatta sentire diceva tipo: “Ma che c’ha fatto dire Giorgio?”. Quindi comunque si è fatta una risata. Spera solo che qualche maestra bigotta non la senta ora, che lui sta in quinta elementare. Però sono contento, perché mi sembra che stia diventando forse il pezzo del disco. Non parlo dei numeri, ma delle persone che mi scrivono, chi rimane colpito rimane colpito principalmente da quella. Ed è una duplice soddisfazione per me. Uno, perché la cinematograficità del pezzo è stata apprezzata. Due, perché per quanto io mi sforzi di fare pop – e non è facile fare pop, fare melodie semplici o orecchiabili è forse la cosa più difficile – sono contento perché questo apre scenari più letterari: la forma di canzone parlata interessa ancora. Io ne avrei di operazioni simili da fare, che ho sempre evitato perché mi dicevo: “Ma ti pare che spreco tutti questi concetti in una sola canzone?”. Meglio diluirli, cercare melodie e dire una cosa per canzone. Invece forse a volte, se c’ho il raptus, dovrei sfogarmi, perlomeno registrare, provarci. E comunque apre tutto uno scenario di concerto, magari un teatro-canzone. Apre un filone che, se mi impegno, potrei sviluppare. Ora non ci sto pensando davvero, ma potrebbe intercettare meno ascoltatori, però più di qualità, e creare una narrativa interessante in futuro.

Anche a me ha colpito, a dir la verità. A me era venuta in mente in rapporto a “Fitter Happier” dei Radiohead: il disco si ferma, una voce diversa elenca una serie di cose, e poi riparte. È voluto o inconscio?
Sì, ci sta. È una coincidenza, anzi, mi hai ricordato che dovrei riascoltarla, perché me la ricordo, ma l’ho ascoltata una volta.

Sì, non è che si possa ascoltare abitualmente, mentre la tua è molto più canzone.
Sì, anzi paradossalmente, quando lavorammo in studio alla strumentale, e non era in programma di farci quella canzone, ci sembrava una delle più radiofoniche. Il nome della strumentale era “East London”, ci ricordava qualcosa di molto cool, molto attuale, un po’ tipo Fred again. Quindi per Giorgio è stato molto sorprendente il fatto che io ci parlassi sopra con il mio non troppo delirio.

Come Contessa e Castellitto, è stato Giorgio a cercarti?
No, gli ho proposto io l’idea. Lui mi ha cercato nel senso che, a un bar, mi salutò.

Ti cercò fisicamente.
Mi ha fisicamente cercato e, grazie a quel “fisicamente cercato”, io mi sono surrettiziamente agganciato. L’ho ingannato, nel senso che non sapeva che io fossi, tra virgolette, in crisi di rapporto con un produttore. Io semplicemente gli ho chiesto se gli andava di fare una cosa insieme e alla fine abbiamo fatto un disco. E stiamo già lavorando a qualcosa di nuovo, quindi si è creato un rapporto duraturo.

Qualche anticipazione?
No, no, assolutamente no, perché poi siamo due lenti. Però abbiamo messo una prima pietra, sono tornato una volta in studio per fare una cosa. Quindi almeno un altro singolo lo faremo.

Hai definito Contessa come «colui che riesce a tradurre in musica le tue idee». Hai una definizione per Giorgio?
Quella definizione è un po’ il ruolo del produttore che mi capisce, e la darei anche per Giorgio. O perlomeno Giorgio riesce a mettere in musica idee che non sono per forza le mie. Forse Niccolò mi capiva di più per certe cose, Giorgio invece mi fa apprezzare qualsiasi cosa faccia.

Viene da lì il cambio di metodo, il fatto che questa volta hai seguito prima la musica e poi sono venute le parole?
Sì e no. Dopo due dischi, dopo aver fatto dei concerti, dopo aver fatto delle lezioni, ho imparato un pochino a conoscermi canoramente, a capire cosa potevo dare. Questa volta c’è stata questa esigenza perché la musica era più dolce e mi veniva più facile seguirla, ma anche forse per le cose che scrivevo. In tutte le interviste ho sempre detto che è un disco che nasce dalle melodie. Forse in realtà non è così vero. Però nasce da parole più dolci, più cantabili: è come se avessi scelto parole che sono già più melodia. Cioè rimane un lavoro sulle parole, mi correggo.

Approfondendo l’album e riascoltando anche i dischi precedenti, mi è venuta la sensazione che ti diverta con la consapevolezza che le cose più alte e più basse siano fatte con le stesse parole.
Esatto, certo. Rima dadaista.

A proposito di dadaista, qualcuno ti ha etichettato così. Ho fatto un elenco dei modi in cui ti hanno etichettato.
Ah divertente. Ma è tutto questo? Fammi vedere, posso fare una foto?

Ecco, “barocco dadaista”. Ho trovato questa volontà generale di dire “lui è questa cosa”, spesso in modo contraddittorio. Alla fine mi è sembrato che fosse proprio difficile etichettarti.
L’Appia antica. È geniale. Ti darò l’1 per cento se facciamo una maglietta, oppure sei invitato ai concerti a vita. Questa cosa è magnifica.

Come ti fa sentire questo essere etichettato?
Io penso di essere proprio una fabbrica di etichette, quindi me lo merito. E poi comunque provano tutte, in un certo senso, a essere lusinghiere. O perlomeno hanno uno slancio per soddisfarmi e colpirmi, anche se poi a volte non ci riescono. Tutto sommato va bene.

Te l’accolli.
Me l’accollo, perché la mia musica è un serbatoio di cose. La mia musica non è onesta, è furtiva, quindi ci sta che uno ci risenta dentro tantissime cose. La mia musica nasconde cose, quindi è normale che uno provi a disvelarle.

E tu ti etichetti in qualche modo? O sei furtivo?
No, io non mi etichetto. O perlomeno mi viene molto difficile. Ho un’identità frammentata. “Sfuggo a una definizione perché sono menzognero”, l’avevo detto nel primo Radio Guarascio. Forse quella frase è vera. Non so perché. Vorrei curarla questa cosa, però mento: sono bugiardo, ma di poco, capito? Non è che dico il contrario di quello che faccio, però… Mi chiedi una cosa e invece di dire A dico AB, oppure invece che erano le undici dico che erano le sei di pomeriggio. Da sempre. Quindi un pochino sfuggo a una definizione. La cosa peculiare è che la gente rimane ingannata. Chi mi conosce sa che io non sono un intellettuale, che non sono l’ultimo baluardo di qualcosa di politico. E quindi sto ancora indagando qual è il mio magnetismo barra talento. Sono alternativamente molto curioso e molto pigro. Questa è una definizione che mi calza, una cosa in cui mi rivedrei.

In una recente intervista ti sei definito “inattuale”. Mi è venuto in mente Nietzsche.
Le Considerazioni inattuali.

Sì. Voluto?
No. Però dico spesso che è meglio nutrirsi di inattualità. Viene da lì. Io mi nutro di inattualità, che poi è un modo per essere attuali. Un modo per avere una lente sull’attualità è proprio l’inattualità. Sto leggendo in questi giorni, in questi viaggi in treno, i frammenti di Cioran [E.M. Cioran, Quaderni 1957-1972, Adelphi, 2001, ndr]: lui per vent’anni ha scritto su questi quaderni, tipo trecento quaderni, e la moglie li ha pubblicati. Lei poverina è morta tipo un mese prima che uscissero. È un mattone grosso così. Un’altra cosa paradigmatica di me: inizio a leggere e quando una grande fonte parla di un’altra fonte, la seguo. È così che leggo. Oggi mi sono convinto che appena torno a Roma leggerò gli Annali di Tacito. Parlano dalla morte di Augusto, tipo cinquant’anni di storia romana e di decadenza dei valori. E io sono sicuro che leggendo quello capirò tutto quello che sta facendo Trump. Ne sono convinto: voglio leggere quello per poter parlare del presente. Per Cioran Tacito è il genio, è quello che l’ha accompagnato tutta la vita. Sono curioso di leggerlo davvero, perché poi a scuola qualche passo famoso si leggeva, però in realtà non so com’è la sua prosa. Credo scriva molto bene.

Mi dirai.
Ti dirò, volentieri.

Dicevi: menti tanto quanto basta per uscire un po’ dal contenuto. In questo senso separi artista e arte.
C’è uno iato, diciamo, sì. Però questo castello di bugie ha creato un altro io. Crescendo sto perdendo colpi, perché un tempo riuscivo a ricordarmi tutte le connessioni delle micro-bugie che avevo detto, quindi sembravo una persona coerente. Ora mi sto dimostrando una persona molto incoerente. Tra virgolette, che sta sprecando il suo talento. Le persone che mi conoscono da più tempo sono un po’ deluse da me. A questo punto preferisco quasi far vedere tutte le bugie, per ripartire. In questo disco c’era anche questo. Chi mi conosce, chi ho deluso, chi non mi parla più, persone con cui ho chiuso i rapporti: magari non ascolteranno il disco, però c’è qualcosa per loro dentro. Per una volta parlo davvero con qualcuno in questo disco. Non so se chiedo scusa, però mi mostro. Per ribaltare quello che in realtà stavamo dicendo.

Due anni fa avevi detto a Rolling Stone che eri «completamente in cerca dell’amore» e che sentivi di «aver perso una persona importante». Ci sono evoluzioni?
Beh, quella l’ho proprio persa (ride). Forse non era così importante, però era una persona con cui si era creata una subalternità, e quello è sempre sbagliato. Ora ho trovato un amore molto interessante, che sta accelerando piano piano, sta diventando una cosa seria. Io non ho mai amato di quell’amore da strapparsi i capelli, però mi sono sempre pentito da tagliarmi le vene. Quindi vorrei trovare un equilibrio tra queste due cose. Prima riguardavo il podcast che ho appena fatto e mi chiedevano, “se avessi un minuto per capire perché una coppia starà insieme per sempre, cosa diresti?” E io avevo risposto che le coppie durature si assomigliano. Questa persona con cui sto ora mi assomiglia, quindi ci sono buone basi.

Tornando alla separazione tra arte e artista: pensi sia possibile? E in caso, vada fatta?
Dipende da quanto hai da nascondere e da quanto hai da perdere. Io vorrei provare a unire le cose, provare a essere Giorgio sempre. È anche per questo che sto facendo tante interviste e incontrando il pubblico: voglio parlare con chi mi ascolta. Ognuno è importante. Le canzoni sono solo un modo per dialogare con le persone che mi capiscono e che hanno voglia di comprendermi. Guarda, oggi mi sono segnato l’orecchietta. [Apre lo zaino che ha con sé, apparentemente vuoto, tranne per il librone appena citato, i Quaderni di Cioran]

È enorme.
È un mattone, ma ogni frase ti cambia la vita. (Sfoglia il libro fino a trovare una pagina segnata con un’orecchietta minuscola, estremamente garbata: Tutti Fenomeni pare non essere uno che scarabocchia i libri, ndr). C’entrava con “Vanagloria”. Ecco: «È stata la tentazione della gloria a distruggere il paradiso. Ogni volta che vogliamo uscire dall’anonimato, simbolo della felicità, cediamo ai suggerimenti del serpente». Dice che l’anonimato è la felicità. Questa roba del mettersi in luce, avere un progetto, diventare scrittori famosi – lui poi mentre scriveva queste cose non se lo inculava nessuno…

Come sempre.
Come sempre. E poi c’è quest’altra: “Niente può guastare completamente qualcuno tranne il successo. La gloria è la peggiore forma di maledizione che possa colpire un essere umano”.

Condividi?
Non lo so. Rifletto sul perché sto facendo il mio progetto. A volte dici: cazzo, forse lo sto facendo per la gloria. E allora hai paura. Hai paura che sia quello il motivo, perché comunque un po’ ti procura emozioni, vuoi sempre qualcosa in più, ti dispiace se non va come “le aspettative”. Queste frasi sono armi a doppio taglio: se hai successo dici “vabbè, fanculo, sono il serpente”. Se non va bene, ti adagi sul fatto che “eh, ma la gloria…”.

È difficile avere successo e crederci comunque.
Esatto.

Condividi tutte le frasi che scrivi nelle canzoni?
No, no, no. Anche perché le interpretazioni spesso arrivano a posteriori, dopo anni. Qualcuno può notarle sotto un’altra luce e allora mi rendo conto che magari ho detto una cazzata. Però difendo l’atto dissacratorio: mi fa sentire libero. Quando scrivo sono nel parco giochi delle parole, mi sento all’asilo. Risultare infantile per me è liberatorio.

Cioran diceva che il suo preferito era Tacito. Il tuo è sempre Brodskij?
In realtà di Brodskij non mi ricordo più una mazza. Non è cambiato, è che in questi due anni ho letto poco, ho visto poco, mi sono ovattato. Sono andato a memoria.

E ora stai tornando a leggere?
Sì, sì, sì. Anzi, sono proprio incazzato nero. Devo recuperare. Ho scrollato troppo, sono stato ingabbiato, anestetizzato da telefono e vita. Sono uscito tutte le sere, ho bevuto tutte le sere. Due anni tosti. L’unica luce erano queste giornate con Giorgio Poi, che davano senso, che redimevano un pochino la mia vita. Ho fatto divertire più gli altri che me stesso. Questo è il vero problema: ho un senso di colpa cristiano, quindi in realtà io non mi diverto. Quando faccio cose divertenti non me le godo, vengo usufruito. Sto cercando di riprendermi il mio spazio neuronale. Ancora non riesco del tutto, questo libro di frammenti è un po’ come scrollare, però almeno sto scrollando frasi di Cioran.

E scrivere musica ti diverte?
Mi diverte, sì. Uno dei motivi per cui vorrei avere più successo è che per chiunque fa musica sarebbe irrinunciabile andare in studio con me, mi metterebbero come priorità e potrei andarci tutti i giorni. Io non ho uno studio, non sono un musicista, ho bisogno degli altri. È anche giusto essere delegati a uno spazio, perché magari tutti i giorni faresti solo atti velleitari. Però per me lo studio è davvero un parco giochi. Ho l’ansia da prestazione di non avere idee, di far perdere tempo agli altri, ma quando sono lì mi diverto sempre.

Hai citato “Vanagloria”, in cui dici che non metti l’orologio.
È vero. (Alza la manica: in effetti non lo mette)

Confermo, metto a verbale. Avevi scritto nel 2022 per una mostra a Firenze che «accettare la temporalità dell’esistenza è complesso e spiacevole per ‘l’uomo con l’orologio’». Ora dici che non lo metti: hai accettato la temporalità dell’esistenza?
Sì, tendo verso quello. Cerco di essere per il mio tempo, di essere nel mio tempo. Ed è per questo che voglio avere un rispetto quasi sacrale per la memoria: voglio costruire un passato felice nei miei ricordi. A volte dico cazzate, però mi sembra che suonino.

Suonano, suonano. È interessante che hai curato il testo per una mostra. Hai fatto altra scrittura non musicale?
Durante la pandemia ho partecipato a un libro a dieci mani, edito da Fandango, Manifesto. Avevo scritto una cosa sul potere: come ti mette in croce e poi ti usa come simbolo. Che Guevara sulle magliette, Cristo, Giulio Cesare accoltellato… non ricordo bene, ma quella cosa mi procurò un certo interesse editoriale: mi scrissero dei direttori editoriali, ma non me la sono ancora sentita. Soprattutto perché con la pandemia avevo avuto del tempo, ne parlavo con mio padre, con altre persone, avevo avuto degli spunti, non era stato un lavoro completamente autonomo. Scrivere da solo mi darebbe ansia. Ogni tanto però amici mi chiedono di aiutarli a rendere un testo più accattivante. Quello lo faccio e trovo abbastanza favore. Ieri peraltro ho conosciuto il capo di un giornale, non mi va di citare chi; stava scrivendo l’editoriale di oggi e l’ha chiuso con una frase che gli ho detto io. Mi aveva conosciuto un minuto prima. Frase orribile. Sui bidelli.

Proverò a rintracciarlo con questo indizio. Hai citato tuo padre. La famiglia torna spesso nella tua opera: hai fatto recitare tuo nipote e tuo padre [in “Porco (Outro) da “Privilegio raro”, ndr], citi tuo padre e tuo zio in Marinai
Io sono in ascolto, e si inizia ad essere in ascolto dalla famiglia. In una canzone [“Mao”, ndr] dico: «Sarò un padre severo e impassibile, uno di quelli in cui si sbatte la porta». È una ribellione che vorrei avere ora. Perché non sono mai stato ribelle, voglio che voglio che un eventuale mio figlio mi odi. Vorrei creare quel conflitto. Non ho mai assaporato il conflitto in famiglia, e direi per fortuna, ma forse in una parentesi quel conflitto mi avrebbe fatto bene. A essere troppo amati rischi di non prenderti mai veramente tutte le responsabilità in fondo. Ho vari cordoni ombelicali con amici, parenti, creo famiglia. Credo che sia un pregio. Poi ci sono persone che ho traumatizzato, che mi hanno odiato; con le parole ho fatto stare male delle persone, però persone tangenziali, il che è un’aggravante. Però quella voglia di prendere lo zaino e dire “me ne vado, non mi cercate stasera, mi faccio i fatti miei”, non c’è mai stata nella mia vita.

In “Morire vista mare” dici che sogni spesso di morire. È vero?
Mai sognato di morire.

Confermiamo la tesi di prima.
Per fortuna. Però è il mio incubo. Senti che bel paradosso. Ho l’incubo nella vita di sognare di morire.

Lo esorcizzi.
Esorcizzo, sì. Prima di addormentarmi ho l’incubo di fare incubi. A volte non riesco ad addormentarmi e devo sentire un podcast sul tennis. Non ho mai ascoltato nessun podcast, mai visto una serie tv, però su Eurosport quando ci sono gli Slam ogni giorno raccontano com’è andata la giornata.

Perché niente serie tv?
Perdo tempo in altri modi. Non c’è un motivo classista. Poi non è vero, qualcuna l’ho vista, ma mai in contemporanea agli altri. E Marty Supreme è brutto, non lo andate a vedere. Scrivilo però. [non è vero, ndr]

Nonostante abbia vinto il premio per l’Album dell’anno, a Bad Bunny è stato vietato di esibirsi dal vivo ai Grammy

Stavolta non c'entra la politica ma un grosso concerto che Bad Bunny terrà l'8 febbraio durante un evento piuttosto importante.

Marty Supreme, l’unico modo per realizzare il sogno americano è essere la persona peggiore del mondo

Nel film di Josh Safdie, candidatissimo agli Oscar, ritroviamo tutto quello che avevamo amato di Uncut Gems: montaggio, musiche, personaggi "al limite". E, al centro di tutto, un tema: l'ambizione e il fallimento sono la stessa cosa.

Leggi anche ↓
Nonostante abbia vinto il premio per l’Album dell’anno, a Bad Bunny è stato vietato di esibirsi dal vivo ai Grammy

Stavolta non c'entra la politica ma un grosso concerto che Bad Bunny terrà l'8 febbraio durante un evento piuttosto importante.

Marty Supreme, l’unico modo per realizzare il sogno americano è essere la persona peggiore del mondo

Nel film di Josh Safdie, candidatissimo agli Oscar, ritroviamo tutto quello che avevamo amato di Uncut Gems: montaggio, musiche, personaggi "al limite". E, al centro di tutto, un tema: l'ambizione e il fallimento sono la stessa cosa.

di Studio
I libri del mese

Cosa abbiamo letto a gennaio in redazione.

Yung Lean, Robyn, Arca, Oklou, Kelela e tutte le altre buone ragioni per festeggiare i 25 anni di C2C Festival

Sono finalmente stati annunciati i primi artisti che suoneranno a Torino dal 29 ottobre al 1 novembre 2026.

Il documentario su Melania Trump è appena uscito ma è già uno dei peggiori flop dell’anno

Sostanzialmente, finora nessuno ha prenotato né comprato i biglietti. E quindi sarà difficile rientrare dei 70 milioni spesi tra produzione e distribuzione.

Se davvero la Bonelli è in crisi, tutta l’industria del fumetto dovrebbe iniziare a preoccuparsi

Tra forum e pagine Facebook si discute da giorni delle difficoltà dell'azienda, di autori congedati e vendite in calo. Il problema, però, non riguarda solo Bonelli, ma un modo di fare i fumetti forse non più sostenibile nel mercato attuale.