Belli e sudati

La crisi climatica ci sta costringendo a scendere a patti con il più detestato e perseguitato dei fluidi corporei, il sudore. Benvenuti, dunque, nell'era dello sweatcore.

14 Agosto 2026

Il sudore ci salverà dal mondo? Probabilmente no. Ma forse ci aiuterà a stare meglio dentro questo pianeta che collassa e brucia in estati sempre più lunghe e corpi sempre più esposti a un caldo diventato condizione, non più solo stagione.

«Dobbiamo considerare tutto ciò un’emergenza di cui sorprenderci, una calamità ineluttabile, come un evento eccezionale che racconteremo ai nostri nipoti? Purtroppo no. Quanto sta accadendo è la nuova normalità che dovremo vivere a ogni stagione, per i prossimi decenni» ha scritto lucidamente Telmo Pievani sul Corriere della Sera lo scorso 25 giugno. E invece noi facciamo melina, vediamo la casa che brucia come in un incubo freudiano, dopo aver bollato per anni Greta Thunberg come la portavoce di una «stagione dell’irrealtà culminata nelle odierne gogne politicamente corrette, e senza prove, e nell’apocalittica ideologia del cambiamento climatico da mano assassina dell’uomo», come scriveva Giuliano Ferrara su Il Foglio nel 2019.

Tutto normale, umano troppo umano secondo l’analisi implacabile che ha fatto la filosofa Alenka Zupančič in Disconoscimento, perché il caldo mortale ci mette di fronte a «qualcosa di profondamente distrubante e distrubato del nostro modo di essere sociale, ecologico e politico». Eppure è proprio in questa crepa fra il corpo che vorremmo abitare – quindi l’esistenza, per sineddocche – e ciò che siamo, che si apre la possibilità per un’estetica nuova che ha un nome ancora poco frequentato: sweatcore.

L’invenzione di una colpa

Si tratta della risposta lenta e viscerale a un secolo di vergogna creata a tavolino da un ex venditore di Bibbie, il pubblicitario James Young, che secondo la rivista della Smithsonian Foundation nel 1919 decise che sudare fosse l’ennesima colpa. In una pubblicità nata per sponsorizzare il deodorante Odorono, scrisse che portare addosso «il ripugnante odore di sudore ascellare» era «contro il codice di comportamento» di una ragazza moderna, «una mancanza che non manca mai di comportare la sua punizione: l’impopolarità». Le vendite di un prodotto di nicchia, che le affettazioni vittoriane avevano evitato coi profumi, schizzarono verso l’alto come il senso di colpa per l’odore del corpo umano, via via reso impermeabile ad afrori e a relazioni. In quel momento, nella storia dell’umanità, qualcuno aveva deciso che sudare fosse una colpa mascherata da inconveniente biologico. Lo sweatcore decolonizza questo immaginario totalmente occidentale, che la crisi climatica ha sciolto riappropriandosi di un corpo che smette di fingere davanti alla colonnina di mercurio.

Lo sweatcore è la cifra del video di Tyla, Water, che racconta del passaggio di stato dei corpi surriscaldati nel surriscaldamento globale. Le notti caraibiche, umidissime, fanno da sfondo a un corpo che si ritrova vivo nell’aria densa, palpando la condensa sugli specchi, diventando esso stesso sudore: «Make me sweat, make me water». Lo sweatcore non nasce come l’ennesima tendenza, e raccontarlo come una discesa dall’Olimpo delle sfilate verso la strada sarebbe la solita storia che il fashion system racconta di sé. I semi della sua genesi germogliano, piuttosto, nella cultura della diaspora africana, e infine germinano nel milieu americano, dove i generi come il kuduro e l’amapiano fanno da cornice al corpo che balla e suda, e alla fisicità totale che, negli scorsi decenni, aveva trovato le icone in Aaliyah, nelle Destiny’s Child, in Missy Elliott: popstar in cui la verità dei corpi madidi era mostrata per quella che era, senza aspettare che qualcuno la certificasse con l’ennesimo beauty trend.

Vent’anni per uno sdoganamento

Quando nel 2003 David LaChapelle dirige Can’t Hold Us Down di Christina Aguilera feat. Lil’ Kim, le donne sudate che ballano in strada si riappropriano dello spazio di periferia attraverso il corpo prima che con le parole. Un manifesto femminista che facesse spazio ai corpi non corretti, lontani dall’ideale di compostezza del panorama musicale mainstream, ancora non aveva un suo canone.  Che a reclamarlo fosse una donna bianca come Aguilera era una rivoluzione che sovvertiva il sistema: «This is for my girls all around the world, Who have come across a man that don’t respect your worth. Thinkin’ all women should be seen not heard. So what do we do, girls? Shout louder» canta Aguilera che manda in soffitta il topos dell’angry white female degli anni Novanta, come Alanis Morisette e la sua elegia dell’innamorata abbandonata e cornuta – ricordate la copertina su Rolling Stone?

In parallelo, il mondo della moda si appropriava dell’immaginario sweat tramutandolo in wet. Nello stesso anno del singolo di Aguilera, Beyoncé e Jay-Z pubblicavano Crazy in love, il cui pop e R&B risuona nelle periferie senza viverle, ma con riscatto, fedele all’inno che un anno prima aveva incoronato Jennifer Lopez/Jenny from the Block, reginetta delle self-made woman, quando Porto Rico non era ancora oggetto della rivendicazione glamour in salsa anti-americana di Bad Bunny.

Lo sweatcore che già allora, seppure non codificato, rivendicava il valore delle proprie origini, nel corpo che trasudava come bello e desiderabile, non aveva nulla da fingere. Nel 2024 Renell Medrano lancia la pubblicazione di ICE, progetto in between fra rivista di moda e zine fotografica, che omaggia i mensili softcore degli anni Settanta e la sua giungla di corpi di ogni taglia, caldi e fisici, a ricordare che il desiderio è il termometro di un mondo che brucia in una tensione irrisolta tra quello che siamo, con le imperfezioni e il sudore secreto, e quello che il mondo suggerisce di essere, con la pelle dewy glow in una luminosità appena spruzzata d’acqua, e corpi shimmer lontani dal mondo del porno, con cosmesi diventata una forma di controllo estetico e sociale.

L’accessorio più sexy della stagione

In contemporanea, negli anni Venti del Duemila il sudore diventa «l’accessorio più sexy della stagione» come ricordava Emma Specter su Vogue, e si riversa con tempismo nella moda, con Diesel che presenta la collezione autunno inverno 2024 con abiti segnati da cerchi ascellari, e designer come Alice Potts che nel suo progetto INPerspire cristallizza il sudore, feticizzandolo in «una rappresentazione visiva di ogni individuo in questo preciso momento della sua vita», com’ebbe a dire. Icone di questo glam sweat sono i frame di Challengers, il film di Luca Guadagnino: la scena della sauna con l’attore Josh O’Connor che fa giochi mentali a Mike Faist tra i rivoli di sudore, trasforma l’unico fluido corporeo ammesso nel mainstream in elemento erotico, anzi eroticissimo: fuckin’ hot, direbbero gli americani. Ma siamo ancora nel sudore addomesticato, reso oggetto estetico senza il potenziale che aveva nelle sottoculture musicali prima menzionate.

È lo stesso sudore glamour dello Sweat Tour di Charli XCX e Troye Sivan, in cui grondare liquidi ha una valenza fortemente erotica. Anche all’inizio del visual di Got Me Started di Sivan, il cantante appare in una sauna, luogo-chiave di intrattenimenti orgiastici o di bromance appena sussurate. Il sudore, anche in una cornice collettiva come un bagno – sembra suggerire il cantante –, non diventa mai prova di comunità, gesto politico. Talvolta, e questo è il caso, acuisce un senso di solitudine e fragilità emotiva.

L’esatto opposto dei lavori di Pasquale Desantis, Puertosool su Instagram, che fotografa le serate queer, i rave e i party underground LGBTQIA+ in giro per l’Europa. Nelle sue fotografie i corpi bagnati portano con sé un’energia che non si controlla, il sudore diventa umore corporeo che scioglie i confini tra un corpo e l’altro, lasciando spazio ai baci appassionati in un contesto senza etichette né ordine, ma in cui si è autentici. Accettare la propria fragilità, cioè il fatto che il corpo trasudi e lasci tracce del nostro adattamento, non è una resa. Non lo è neppure cedere al desiderio, se è per questo. È prendere atto che con i nostri corpi imperfetti e odorosi decidiamo di esistere in un mondo che collassa, e ballare insieme con esso. E mentre aspettiamo invano che l’ennesima COP stili impegni che non riusciremo a mantenere, lo sweatcore supera ogni finzione. Riconoscerci belli e sudati è imparare a riappropriarci dei nostri corpi in un mondo fragile come noi. Il sudore non ci salverà da questo mondo, ma almeno ci rende uniti a una causa comune, inquilini di una casa comune.

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